C’è una distanza siderale, incolmabile, tra i tanti attori che la vicenda ex Ilva ha visto in campo negli ultimi 10-15 anni. E tra i tanti che vede in campo oggi, a tutti i livelli, nelle istituzioni politiche, nei partiti, nei sindacati, nella stampa, nella società civile. Purtroppo, in questo frullatore impazzito in cui si è detto e fatto tutto e il contrario di tutto, come denunciamo da quasi vent’anni la verità dei fatti è andata perduta per sempre e con essa l’obiettività e l’onestà intellettuale di guardare a questa vicenda da tutti i punti di vista e da tutte le angolature. Finendo per tracciare di essa una narrazione che puntualmente, a seconda del tema trattato, non corrisponde alla realtà dei fatti.

Ed è in questo clima che s’inquadra e s’inserisce l’audizione odierna in Commissione Industrie e Agricoltura del Senato dell’amministratore delegato di Acciaierie d’Italia Lucia Morselli, in merito al ddl n. 986 (d-l 4/2024 – Amministrazione straordinaria delle imprese di carattere strategico) accompagnata per l’occasione da Loris Pascucci, Direttore Investimenti Speciali di Acciaierie d’Italia e dal CEO Assistant Carlo Kruger. Un’audizione che mette una serie di paletti sule tante questioni su cui, ancora una volta, in tanti in queste settimane hanno romanzato e speculato, dimenticandosi ancora una volta che in ballo c’è il passato, il presente e il futuro di un intero territorio, dal punto di vista economico, ambientale, sanitario e occupazionale.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/02/08/ex-ilva-sul-futuro-solo-tanta-confusione/)

“Il punto dove ci troviamo oggi, è quello che fu anticipato e previsto dal nostro presidente Franco Bernabé nell’audizione dello scorso ottobre: ovvero parliamo di una società con 3 miliardi di fatturato che necessita di 2 miliardi di circolante – esordisce la Morselli -. Pertanto, sin dal mese di settembre abbiamo avuto molto chiaro che l’azienda avrebbe avuto bisogno di finanziamenti, perché una società con questo fatturato richiede una disponibilità finanziaria adeguata che fino ad ora non ha avuto dal mercato finanziario, per un motivo molto semplice: perché è soltanto una azienda che affitta a termine gli impianti e il nostro affitto scade tra tre mesi. E’ stato quindi impossibile se non molto complicato trovare accesso a finanziamenti bancari, perché questa azienda non è in grado di fornire un orizzonte di recuperabilità di qualsiasi forma di finanziamento, né per solidità – perché non possiede attivi – né per tempo perché l’affitto degli impianti è a scadenza tra tre mesi, nel maggio prossimo”. Per questo, prosegue la Morselli, “abbiamo chiesto più volte aiuto ai due soci per ottenere finanziamenti, per coprire questo fabbisogno, che ci consentisse di far diventare quest’azienda normale, perché tale è quella che possiede gli impianti che utilizza. Attraverso un lavoro intenso di governance, che aveva come scopo unico far diventare azienda in grado di procurarsi fabbisogno finanziario sul mercato, comprando impianti da chi li possiede, ovvero i commissari Ilva in Amministrazione Straordinaria. Ma gli azionisti non sono riusciti a trovare un accordo. E quindi voi siete qui oggi per trovare una via d’uscita con un decreto che prevede attraverso l’intervento di uno dei soci l’avvio della procedura dell’amministrazione straordinaria anche in assenza di una scelta da parte del cda che è preposto a questo”.

“Ma questo decreto – ha proseguito l’ad – di fatto si inserisce nelle misure previste dalla crisi, cioè il codice della crisi che prevede una serie di misure ed è stato approvato soltanto lo scorso anno ed è stato ispirato dalla comunità europea: il decreto in quesitone ha però l’obiettivo di cancellare tutte le possibilità intermedie previste dal codice della crisi e dà la possibilità di usarne uno solo, l’amministrazione straordinaria. Di fronte a questa prospettiva – ha ricordato la Morselli – l”azienda ha chiesto al tribunale di Milano, che non è per noi un campo di battaglia ma un luogo dove si chiedono e si ottengono chiarimenti e soluzioni, la composizione negoziata della crisi: ma il tribunale ha invece confermato questa possibilità di eliminare tutte le misure intermedie di gestione della crisi. E’ una sentenza che noi ovviamente rispettiamo, ma che ha avuto come conseguenza quella di aver gettato l’azienda in una profonda incertezza, di una grande aleatorietà” avverte la Morselli. “Noi avevamo chiesto invece che si seguisse un’altra strada., ovvero la composizione negoziata che per ora continua ma non si sa fino a quando. La decisione sul quando è nelle mani, come prevede questo decreto, degli azionisti diretti e indiretti, ma questo getta una grande incertezza sulle misure che l’azienda sta adottando per il suo piano risanamento. Abbiamo chiesto all’interno di questa procedura una serie di protezioni, come da procedura, per proteggere l’operatività dell’azienda, ma il tribunale di Milano non si è ancora espresso su questo punto. Nel frattempo mi preme sottolineare alcune cose che sono uscite sulla stampa. La composizione negoziata (la più semplice del codice della crisi) non è sul gruppo, ma sulla società operativa del gruppo: il debito per Acciaierie d’Italia di cui si parla, pari a 3,1 miliardi di euro, è per lo più debito intercompany, verso la capogruppo che finanzia le società partecipate attraverso l’intervento dei soci – circa 1 miliardo – e per circa 1 miliardo è debito un pò fantasma, cifra che dovremmo pagare in caso dovessimo comprare gli impianti (ma per motivi contabili bisogna comunque riconoscerlo). Il debito vero di questa società, ovvero lo scaduto, è solo il 18%, una cifra modesta rispetto al valore contabile, ed è pari a poco meno di 700 milioni di euro su un fatturato di 3-4 miliardi” ha chiarito l’amministratore delegato ai commissari presenti in audizione.

A cui poi sono stati forniti dei dati su cui in tanti da settimane si sono lanciati in previsioni impervie. “Ricordo che quest’azienda ha circa diecimila persone, con una produzione quest’anno di 3 milioni di tonnellate: abbiamo quindi un eccesso enorme di personale in relazione alla produzione, ma abbiamo sempre pagato gli stipendi anche ieri, nonostante l’enorme numero di dipendenti. Abbiamo fatto 2 miliardi di euro di investimenti completando il piano ambientale, Abbiamo 2,5 milioni di tonnellate di acciaio venduto come ordini in essere non evasi e 1 milioni di acciaio in magazzino tra materie prime e prodotti finiti ed anche in corso di lavorazione. Ma quello che serve per far funzionare quest’azienda è il circolante, non tanto gli interventi dei soci – ha aggiunto ancora una volta la Morselli, sottolineando che “non siamo in una situazione così drammatica, l’unica cosa drammatica è la mancanza di capitale di funzionamento, risorse che sino ad ora sono arrivate solo dai soci che però finiscono, manca quello più importante, quello dalle banche con le linee di credito continuative che sono fondamentali per l’attività imprenditoriale”. Ciò nonostante, l’amministratore delegato ha affermato che “l’azienda e’ ancora viva, produce e ha gli impianti in efficienza nonostante tutto quello che è successo dal covid in poi, con la guerra in Ucraina che provocato l’aumento del costo del gas pagato con il supporto dei soci che quindi non è servito per la produttività dell’azienda e la crisi odierna in Medioriente e il blocco del canale di Suez”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/02/06/la-fabbrica-non-sara-fermata/)

Poi arriva un altro chiarimento su un altro aspetto su cui in tanti nelle ultime settimane hanno romanzato, nemmeno fossimo in presenza di una spyware story. “In questi giorni abbiamo avuto colloqui importanti con Sace, dove abbiamo fornito l’elenco dei fornitori che hanno interesse ad avere aiuto dalla Sace per avere i crediti pagati, e già ieri ci sono stati 78 fornitori che hanno dato disponibilità a lavorare con Sace. Il problema di questa azienda è la liquidita che è un diritto di tutte le aziende. So che i soci stanno lavorando ancora adesso per trovare una soluzione in accordo, perché l’obiettivo principale non è cacciare ArcelorMittal o Lucia Morselli, il problema è capire cosa si vuole fare di questa azienda, rispettando i valori di questa azienda che sono altissimi, ma la soluzione non passa mai attraverso i decreti ma attraverso le persone e la volontà di fare il meglio non per degli individui o soci particolari, ma per proteggere i valori delle aziende e delle persone che ci lavorano”, ha concluso la prima parte del suo intervento la Morselli.

Dopo di che è stato il turno delle domande dei senatori presenti, che hanno chiesto alla Morselli alcuni chiarimenti su tanti aspetti della vicenda noti o poco noti a chi siede in Parlamento e in Senato da poco più di un anno.

Tanto per iniziare, la Morselli ha chiarito che “il piano industriale è stato approvato dal cda, preparato a settembre-ottobre e copre fino al 2030. E’ stato approvato da entrambi i soci, sia da Invitalia che da ArcelorMittal in assemblea all’unanimità. Il piano eè stato fatto, è molto lungo, con risposte per il sito principale di Taranto, per quello di Genova che è l’unico impianto italiano che produce la latta, per quello di Novi, per il tubificio di Racconigi, per Salerno, Paderno, Marghera che è il centro logistico. In questo piano c’erano dei fabbisogni finanziari, pari a 320 milioni richiesti ad ottobre che non sono arrivati: e sono passati sei mesi – ha sottolineato con una pausa la Morselli -. L’azienda li aveva chiesti come azienda, se poi il Parlamento ritiene che debbano essere dati solo all’amministrazione straordinaria e non all’azienda questo lo rispetteremo”, ha continuato, aggiungendo che “il piano c’è ed è molto forte, prevedeva anche 1 miliardo per comprare gli impianti e non ci sono arrivati. Senza soldi – dice rivolgendosi ai commissari presenti – non si produce acciaio”. Inoltre, la crisi di liquidità dell’azienda è stata anche dovuto al fatto che “l’Italia è stato l’unico paese a interrompere il sostegno per l’acquisto di energia agli energivori e questo ci ha fatto aumentare i costi per l’energia di 350 milioni. Questa mancanza di tax credit sull’energia e la mancata concessione di 320 milioni ha fatto sì che abbiamo prodotto per quello che potevamo comprare e siamo arrivati a 3 milioni e non ai 4 milioni di tonnellate previsti per il 2023 e già questo mi sembra un miracolo”. In merito ai famosi 680 milioni di euro che l’azienda ha ottenuto nel gennaio dello scorso anno “Acciaierie d’Italia li ha usato per pagare le bollette energetiche a Snam ed Eni: mi si consenta una battuta, sono andati tutti al signor Putin, perché Eni e Snam li avranno girati a chi ha venduto loro il gas. E’ il costo di una guerra. Solo un centinaio di milioni sono andati all’indotto, non di più, perché ho comunque voluto pagarli, ma di più non si poteva fare”.

La Morselli ha poi risposto a delle domande inerenti la situazione finanziaria della società. “I soldi dei soci non arrivano mai alle società partecipate, ma alla capogruppo che prende i soldi e li presta a quest’ultima: un prestito senza speranza, nel senso che è il modo con il quale le capogruppo finanziano le attività operative. E’ un meccanismo tecnico assolutamente normale, altrimenti quelle società dovrebbero avere un rapporto diretto con i due soci, mentre la capogruppo fa da tramite”. Per quanto riguarda la situazione dell’indotto, l’amministratore delegato ha dichiarato che “la definizione giuridica di indotto non esiste: allora ho proposto di chiedere ai fornitori se fossero interessati ad usufruire degli strumenti proposti da Sace e mi hanno risposto subito, in appena due ore. Non
potevamo decidere noi, allora abbiamo iniziato a sentire le associazioni per ricevere il loro interesse ad utilizzare i vari strumenti. Il debito dell’indotto è di 72 milioni di euro al 31 dicembre 2023. Poi ci saranno debiti che arriveranno a scadenza, ma sarà poco perché hanno smesso di lavorare a gennaio: questo è quello che c’è, siamo sempre in contatto con le varie associazioni, non abbiamo mai avuto problemi seri sulla riconciliazione ma ci siamo sempre trovati non c’è mai stato un contenzioso, magari loro parlano di tutto quello che andrà a scadere, mentre io parlo di quello che c’era al 31 dicembre”. In merito agli effetti dell’amministrazione straordinaria, che per la Morselli dovrebbe essere l’ultimo strumento da adottare, perché porta molto shock sul mercato dei fornitori che si vedono cancellare il loro credito “molti crediti andranno persi anche per gli stessi dipendenti, come ad esempio le ferie. Così come per i clienti. La differenza rispetto a quella del 2015 è che quella era proprietaria, mentre oggi tutto questo non c’è. Questa azienda non ha attivi, quindi se l’obiettivo dell’amministrazione straordinaria è recuperare crediti credo che la strada sia quella sbagliata. Perché quest’azienda non ha nulla da liquidare“. Spiegazione semplice semplice del perché mandare la società in amministrazione straordinaria è tutto tranne che una scelta ragionata e lungimirante.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/02/02/ex-ilva-commissariamento-piu-vicino/)

“Il problema dei livelli di produzione dipendono solo ed esclusivamente dal finanziamento, non abbiamo limiti di mercato. Non abbiamo problemi a vendere. ma solo di liquidità per far funzionare questa macchina che è in buono stato dopo 2 miliardi di investimenti – ha ribadito l’ad -. Negli ultimi 15 giorni abbiamo avuto visite dai più grandi produttori di acciaio del mondo, fornitori di materie prime americani e brasiliani ed oltre 350 clienti, abbiamo tenuto due grandi convegni sulla decarbonizazione e sulla colata continua: non so perché i commissari straordinari non abbiano voluto vederla: è un’azienda aperta, non abbiamo segreti o timori da doverla nascondere, tanto è vero che siamo abituati a filmare tutto quello che si vede”. “Il mercato delle materie prime negli ultimi anni dopo il Covid, guerra Ucraina, chiusura miniere Kazakistan, chiusura Mar Rosso, ha completamente cambiato il mercato rispetto a sei anni fa. E’ anche una situazione positiva, perché noi che compravamo tanto carbone dalla Russia, abbiamo scoperto fornitori più vicini, o pellets dal Brasile non lo compriamo più: le materie prime si sono avvicinate tanto, e sono una struttura di mercato completamente diversa dai parametri obsoleti di chi gestiva l’azienda dieci anni fa. Servono solo soldi, che permettono di ottenere materie prime in una settimana, che si sono liberate dopo la distruzione avvenuta in Ucraina. Quante materie prima possiamo avere in marzo? Tutte quelle che volete, ma servono soltanto i soldi“.

Infine, la Morselli ha fornito alcuni chiarimenti su aspetti dirimenti. A partire dalla conflittualità emersa tra i soci negli ultimi mesi. “Entrambi i soci hanno dichiarato in assemblea di aver sostenuto e approvato il piano industriale. C’è stata una divergenza sulle modalità ed anche su qualche valutazione sul prezzo di acquisto degli impianti. Perché una cosa molto importante rispetto al miliardo di valutazione, è dovuta al fatto che AdI ha presentato contro i commissari di Ilva in AS un arbitrato di 1,150 miliardi di euro: questo è stato uno dei problemi. Il memorandum fatto con il ministro Fitto era il prologo di quello che poi è stato il piano industriale è stato approvato dai due soci. Direi che il lavoro che ha fatto il ministro Fitto è stato un lavoro preparatorio a quello che poi è seguito”. Per quanto concerne il prossimo futuro, la Morselli ha chiarito che “il risultato 2023 di Acciaierie d’Italia è al momento praticamente impossibile da stimare. Finché non abbiamo la continuità aziendale e al momento non c’è – perché il contratto di affitto scade a maggio – non si può stimare. Se non ci sarà l’acquisto degli impianti, non ci potrà essere continuità aziendale – ha aggiunto Morselli, sottolineando che “questo comporta la liquidazione dell’azienda e comporterà un bilancio di liquidazione. Quindi, alla domanda sui risultati 2023, non abbiamo risposte, se non compriamo gli impianti entro i tempi previsti, sarà un bilancio di liquidazione, altrimenti sarà un bilancio di valorizzazione. Non abbiamo sciolto questi nodi con il collegio sindacale”.

Un modo indiretto ed elegante per ribadire un concetto semplice semplice che ribadiamo da anni: senza il dissequestro degli impianti dell’area a caldo, non c’è alcuna possibilità di futuro produttivo per il siderurgico di Taranto. Che si tratti di restare così seppur con dimensioni differenti (e quindi riduzione dell’occupazione che andrebbe ovviamente gestita e governata), che si tratti di ciclo ibrido (ovvero con l’installazione di uno o più forni elettrici in affiancamento ad uno o più altiforni), che si tratti di una transizione netta e definitiva (passaggio finale dai forni elettrici alla produzione con idrogeno, se mai ci sarà davvero questa possibilità). Solo che questo nessuno ha il coraggio di dichiararlo apertamente: solo Bernabé e la Morselli, con il loro stile e la loro educazione, hanno avuto la forza e la chiarezza di dichiarare apertamente. Mentre tutti i partiti fanno finta di non saperlo tenendosi alla larga da eventuali polemiche con la magistratura, con i sindacati e le ditte dell’indotto che sperano, invano, che i problemi possano risolversi bypassando questo che invece resta il nodo scorsoio di tutta la vicenda. E come avemmo modo di ribadire in passato, è francamente inaccettabile che la motivazione del mancato dissequestro poggi sull’assunto che nemmeno l’attuazione del Piano Ambientale possa bastare per ottenerlo, quando invece tutte le prescrizioni contenute in esso furono stabilite proprio per superare tutte quelle criticità che portarono al loro sequestro, ed alle quali lavarono anche i custodi giudiziari nominati dalla Procura di Taranto. Se poi si hanno ancora dubbi, come è lecito che sia, che si dia attuazione ad una Valutazione del Danno Sanitario post operam, che stabilisca una volta e per tutte se gli interventi apportati con quel Piano Ambientale garantiscano una produzione di 6 milioni di tonnellate escludendo del tutto il rischio sanitario minimo accettabile su cui la Valutazione del Danno Sanitario è tarata. Se così non dovesse essere, che in sede di rinnovo dell’autorizzazione Integrata Ambientale (il cui iter procede anche se con grande lentezza) si inseriscano delle prescrizioni ancora più stringenti. Ma tutti questi ragionamenti hanno senso solo in una prospettiva di concretezza produttiva industriale. Se invece, come pensiamo da tempo, da una parte la politica si sia resa conto di non essere all’altezza di una sfida industriale di tali dimensioni, e la magistratura dall’altra abbia deciso che quella fabbrica dovrà chiudere senza se e senza ma a prescindere da qualsiasi intervento sugli impianti atto ad impedire impatti ambientali e sanitari non accettabili, che si trovi il coraggio di dirlo una volta e per tutte ai lavoratori, ad un’intera comunità, ad un territorio e all’intera nazione. Se dismissione inevitabile dovrà essere, che ognuno si assuma le proprie responsabilità. E soprattutto che si abbia l’umiltà di affidarsi ai maggiori esperti di ogni settore per provare a traguardare di qui ad almeno dieci anni una via d’uscita credibile da tutto questo. Anche se, a naso, crediamo che sosteremo in questo limbo per tanto tempo ancora.

Infine, un’ultima risposta alla leggenda forse più in voga in questi anni. “Lavoravo per Cassa Depositi e Prestiti quando si è fatta la gara, quindi lavoravo per chi l’ha persa – ha risposto al presidente della commissione la Morselli -. Escludo che un gruppo faccia una offerta così importante da un punto di vista finanziario solo per chiudere una acciaieria. ArcelorMittal se vuole chiudere un impianti può farlo in un pomeriggio, non c’e’ bisogno di spendere di 2 miliardi. Perché può incidere sul mercato dei prezzi e delle materie prime. Se vuole liberarsi di un’acciaieria non ha bisogno di spendere un euro. Non riesco ad immaginare il senso finanziario di spendere 2 miliardi per fare qualcosa che si può fare gratis, visto che nel 2015 l’ex Ilva era fallita. Basta non fare offerte, lasciarla morire. L’altra cordata che partecipava avrebbe avuto lo stesso grandi difficoltà sul mercato anche se ArcelorMittal avesse perso”. Amen.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/10/17/lex-ilva-si-avvia-allo-spegnimento/)

One Response

  1. Buongiorno
    Oggi abbiamo la versione della dottoressa Morselli e di ADI Spa
    E’ l’unica persona che è presente dall’ inizio della storia ed è l’unica persona competente in materia assieme al dottor Bernabè di ADI holding.
    Gli altri, da Emiliano a Melucci, da Fitto ad Urso, da Calenda a Conte e Di Maio, da Draghi a Giorgetti, dai sindacati nazionali a quelli locali, dalle associazioni green a Arpa puglia, da AIGI a Confindustria ai parlamentari locali sono solo delle semplici comparse e qualche volta della peggiore specie.
    Abbiamo capito due cose importanti.
    1* Ci vogliono tanti capitali per produrre acciaio e ADI e’ nata sottocapitalizzata.
    2* Dobbiamo procedere al dissequestro delle aree a caldo per dare la bancabilita’ ad ADI
    Il resto sono tutte chiacchiere e ancora qualche giorno si rischia di perdere tutto il patrimonio industriale costruito dal 1960 ad oggi a Taranto e nelle altre aziende collegate.
    Non c’è più tempo.
    Perché c’è lo siamo giocato tutto.
    Meditiamo sulle parole della Morselli.
    Assumiamoci le responsabilità per i rispettivi ruoli istituzionali e non ricoperti.
    Saluti
    Vecchione Giulio

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