Nella settima arte ci sono film che chiedono espressamente di non essere recensiti, ed è questo il caso di “Sound of Freedom” di Alejandro Monteverde, giunto nelle sale italiane a febbraio ma oggetto di aspre diatribe da anni: basta pensare che le riprese sono avvenute fra il 2018 e il 2019 ma l’opera è arrivata sul grande schermo soltanto adesso. Il polverone di polemiche politiche e teorie complottiste che ha accompagnato l’uscita di questa pellicola negli Usa, coinvolgendo l’opinione pubblica a tutto tondo, con picchi di vanità espressi dal cattolicesimo e dal trumpismo, spiega da sé quanto sia difficile per l’essere umano restare concentrato sulla Luna, quando può beatamente soffermarsi su un comodo dito.

Senza troppi indugi: “Sound of Freedom” è tutt’altro che un capolavoro e puzza di americanata sin dal primo frame, e anche se continua a passare come “il film che non vogliono farvi vedere” (chi, qualche Big Brother?), dimostra di preferire quasi sempre la penombra alla crudezza della realtà. Di una realtà che, in effetti, è già cruda di suo. Specie se tutta la solfa è tratta da una storia vera; quella dell’agente americano Tim Ballard, che nel 2013 fondò la Operation Underground Railroad (OUR), con l’obiettivo di contrastare il traffico di minori a scopi sessuali che si snodava negli impervi sentieri internazionali dell’America del Sud, fra palapa, campi di cocaina ed intere aree geografiche controllate dai cartelli del narcotraffico. Nel corso degli anni quest’operazione ha salvato le vite di molte dozzine di bambini, assicurando dietro le sbarre diversi trafficanti di esseri umani e pedofili.

È in ragione della finalità di questo film che una recensione tecnica, stilistica e sofistica sarebbe quanto di più fuori luogo si possa pensare di pubblicare su un giornale. E per lo stesso motivo è bene lasciare le polemiche (magari legittime, magari no) a chi ha parecchio tempo da perdere. Lo chiede Jim Caviezel, attore protagonista in veste di agente sotto copertura, poco prima dei titoli di coda: “Il mondo deve sapere. Uscite dal cinema e dite agli altri di vedere questo film perché il mondo deve sapere”. Il mondo deve sapere cose che sa già, in effetti, e che non vuole vedere.

Nei campi di concentramento creati dalla Germania Nazista erano presenti numerosi sottocampi adibiti a stabilimenti produttivi o manutentivi. I prigionieri della furia hitleriana, così, venivano schiavizzati finché abili al lavoro

Ancora oggi in tutto il mondo, ma proprio in tutto il mondo (anche in Italia), lo schiavismo è una pratica comune che si finge di rifiutare anche solo ideologicamente. In concreto, territori come la Puglia conoscono benissimo i drammi del caporalato; dei braccianti africani pagati una miseria per raccogliere i pomodori sotto un sole asfissiante, che trascorrono la loro vita ai margini di baracche fetide e pericolanti. Ci sono posti come la Thailandia che sono tristemente famosi per lo sfruttamento della prostituzione minorile (molto, molto minorile). C’è di nuovo l’Africa, più nel dettaglio la Repubblica Democratica del Congo, dilaniata dalla guerra civile puntellata dalle superpotenze mondiali che spargono sangue indigeno per accaparrarsi le miniere di coltan; un minerale attualmente insostituibile per i dispositivi elettronici e tecnologici che “facilitano” la sussistenza di un Occidente menagramo. E chi lo raccoglie questo maledetto coltan nelle miniere? Schiavi. Migliaia di schiavi. Decine di migliaia di schiavi, fra cui tantissimi bambini.

Questo giornale online, il dispositivo da cui viene aggiornato, il server su cui poggia, lo smartphone, il tablet o il notebook su cui viene letto, contengono tutti coltan, probabilmente estratto dalle mani di un bambino di dieci anni che, anziché andare a scuola e giocare con gli amici, trascorre la sua infanzia con la testa ficcata nella polvere per potersi permettere un boccone di sopravvivenza e di non essere ulteriormente vessato dalle milizie di mercenari. La storia non cambia, anzi, a tratti s’incupisce nell’ambito del fast fashion e della moda in genere: l’intero Sud Est Asiatico e la Cina reggono la loro industria di fetenzie a 4 euro e 99 sulla manodopera di schiavi, sia adulti che bambini, e coloro nati nella parte fortunata del Pianeta bramano i saldi per accaparrarsi questi stracci di umanità a soli 2 euro e 99. Qualcuno si è mai domandato, poi, le condizioni in cui vivono gli operai che concorrono all’export della frutta esotica come banane e ananas? Meglio di no; potrebbe passare la voglia del dessert. Perché rovinarsi un pranzo per così poco.

Saremmo così indifferenti a questo dramma se lo schiavo fosse nostro figlio? Questo è il quesito chiave che pone il film; sovrapponibile alla condizione dei bambini di tutto il mondo, e che ingenera nello spettatore una serie di domande a catena che conducono dritte in un abisso di democrazie fallite. Saremmo così indifferenti se fosse il corpo di nostro figlio a essere venduto per soddisfare l’insano piacere carnale di un pedofilo? Saremmo così indifferenti se fosse il corpo di nostro figlio a scavare a mani nude nella roccia coi mitra puntati addosso? Saremmo così indifferenti se fosse il corpo di nostro figlio a sostenere la produzione della büatta di salsa per fare il ragù della domenica? Saremmo così indifferenti se fosse il corpo di nostro figlio a giacere sotto le bombe di un Paese nemico? E così all’infinito.

Ad Atlanta (Georgia) nel 1864 era possibile uscire di casa per comprare le sigarette e poi recarsi nel negozio accanto al fine di acquistare uno schiavo. Oggi i “negozi” di schiavi esistono ancora in tutto il mondo, ma il loro commercio avviene nell’ombra, senza scomode insegne esposte

Secondo il “Global estimates of modern slavery: Forced labour and forced marriage” elaborato dall’International Labour Organization (ILO) e reso pubblico nel 2022, sino all’anno precedente si stima che nel mondo ci fossero 50 milioni di persone ridotte in schiavitù, di cui 28 milioni costrette a lavorare e 22 milioni costrette a sposarsi forzatamente con qualcuno. Saremmo così indifferenti se fosse il corpo di nostra figlia dodicenne a essere venduto a una sottospecie di uomo che le negherà il libero arbitrio per l’eternità, iniziando con l’abusare sessualmente di lei ogni volta che lo desidera? Considerando che secondo il medesimo istituto i dati sono in galoppante crescita, e che in Europa (e in Italia) abbiamo come massime aspirazioni rivoluzionarie per un mondo migliore le borracce di metallo riutilizzabili, le auto elettriche, la farina di grilli e le latrine “gender fluid”, sì. La risposta a tutte queste domande è: sì.

Verrebbe da pensare che, anestetizzato dal neoliberismo, prima o poi l’essere umano sia destinato a restare indifferente persino davanti all’abuso del corpo di un proprio figlio, ormai reificato alla stregua di un qualsiasi altro bene di consumo. Quel giorno il fascismo teorizzato da Pasolini risulterà irrimediabilmente compiuto, e nessuno avrà più bisogno di andare al cinema a vedere “Sound of Freedom”, perché i trafficanti di esseri umani saremo noi.

*Nell’immagine in evidenza un fotogramma cruciale di “Sound of Freedom”. Con Jim Caviezel e Cristal Aparicio

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