Il Tribunale di Milano (riunito in Camera di Consiglio nelle persone dei Magistrati Laura De Simone Presidente, giudici Sergio Rossetti e Luca Giani) ha dichiarato lo stato d’insolvenza di Acciaierie d’Italia Spa. La stessa dott.ssa De Simone è stata nominata giudice delegato e il prossimo 19 giugno si procederà all’esame dello stato passivo. Dodici i mesi di tempo per la presentazione delle domande tardive di ammissione allo stato passivo, mentre per creditori e terzi, che vantano diritti reali o personali su cose in possesso del debitore, è stato stabilito il il termine perentorio di trenta giorni prima dell’udienza fissata per la presentazione delle domande di insinuazione, da trasmettersi all’indirizzo di posta elettronica certificata del Commissario Straordinario, unitamente ai relativi documenti, avvertendoli che le domande depositate oltre il predetto termine sono considerate tardive, ed infine segnalando al Commissario Straordinario che entro dieci giorni dovrà comunicare al Registro delle Imprese l’indirizzo di posta elettronica certificata della procedura, indirizzo al quale dovranno essere trasmesse le domande da parte dei creditori e dei terzi che vantano diritti reali o personali su cose in possesso della società in amministrazione straordinaria.

Di conseguenza è stata ritenuta improcedibile la domanda di concordato con riserva depositata da AdI, anche per le società del Gruppo AdI Energia, AdI Servizi Marittimi e AdI Tubiforma, poiché strettamente interconnesse sul piano operativo con Acciaierie. Le società del gruppo Acciaierie d’Italia di fronte al giudice del tribunale di Milano “hanno rappresentato che, a breve, sarebbero state aperte anche le procedure di amministrazione straordinaria riguardanti gli altri componenti del gruppo, con correlate richieste di accertamento dello stato di insolvenza” si legge nella sentenza del collegio con cui si è stabilita l’insolvenza della Spa (mentre la società chiedeva al giudice le misure protettive di gruppo, includendo AdI Energia Srl, AdI Servizi Marittimi Srl e AdI Tubiforma Srl). Ed è su questa premessa, prosegue il testo, che “le ricorrenti significativamente hanno posto in evidenza che la procedura con riserva era unicamente finalizzata all’immediata messa in protezione di tutte le società (italiane) operative del gruppo”. Anche per questo, il cosiddetto concordato in bianco “diveniva strumento di salvaguardia, rispetto alle iniziative dei creditori, delle realtà societarie facenti parte del gruppo imprenditoriale”.

Come abbiamo scritto più volte in queste frenetiche settimane, un film già visto a queste latitudini. Con la differenza stavolta che la società in questione, Acciaierie d’Italia Spa, non detiene la proprietà di alcun asset motivo per il quale il governo, attraverso il decreto che andrà approvato entro il prossimo 18 marzo, sta battendo tutte le strade possibili per trovare le risorse economiche per mandare avanti il gruppo industriale che gestisce gli impianti dell’ex Ilva (a cominciare dal prestito ponte di 320 milioni di euro da erogare in più trance nell’anno corrente, una volta ottenuto il via libera da parte della Commissione Europea). Del resto, dopo che negli ultimi due anni il presidente di Adi Holding spa Franco Bernabé e l’ad Aid AdI Spa Lucia Morselli hanno ribadito più volte e in tutte le sedi istituzionali i problemi legati alla grave crisi di liquidità dell’azienda spiegandone approfonditamente i motivi, non dovrebbe stupire che nel pronunciamento di ieri il tribunale di Milano abbia messo nero su bianco “l’irreversibile impossibilità di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni e l’assoluta assenza di una liquidità di cassa per la sopravvivenza della continuità aziendale diretta, la stessa non è in alcun modo contestata dalla società, ed in ogni caso è stata acclarata dall’esperto nel corso della composizione negoziata e vagliata dal Tribunale negli argomentati provvedimenti adottati dal giudice designato per la conferma delle misure protettive richieste nel contesto della composizione“.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/02/20/per-lex-ilva-un-ritorno-al-passato/)

Stupisce eccome invece, la grande eccitazione che ha contagiato i più, sulla possibilità di un’inchiesta per il reato di bancarotta, dopo che i pm della procura milanese hanno aperto nei giorni scorsi un fascicolo esplorativo modello 45 (cioè senza ipotesi di reato, né indagati), che potrebbe cambiare natura dal momento che è scattata l’insolvenza per l’azienda siderurgica. Ad aprire il fascicolo sono state il procuratore aggiunto Laura Pedio che sta lavorando su questo dossier con il collega Pasquale Addesso. Premesso che da questo reato il 10 dicembre 2020 fu assolto dalla Corte di Appello del tribunale di Milano persino Fabio Riva in merito al crac finanziario dell’ex Ilva Spa e dell’ex capogruppo Riva Fire, tale ipotesi di reato potrebbe trovare una sua consistenza reale soprattutto se venisse dimostrato che l’uscita della società Acciaierie d’Italia dal perimetro della multinazionale ArcelorMittal nel marzo 2021, che tolse l’azienda dal campo di consolidamento di ArcelorMittal, fu un’operazione studiata a tavolino per far fallire la società. Perché oltre alla pandemia del Covid-19, al conflitto russo-ucraino e all’aumento vertiginoso dei costi di gas ed energia nel 2022 che ha portato la bolletta a toccare la cifra mostre di 1,4 miliardi di euro (rispetto ai 2-300 milioni degli anni precedenti), è da lì che sono iniziati i problemi finanziari della società. 

Come abbiamo più volte riportato su questa pagine ed hanno spiegato in lungo e in largo Bernabé e la Morselli, la multinazionale forniva di fatto il finanziamento del circolante in quanto la società operava all’interno del sistema di cash pooling di ArcelorMittal. La quale comprava le materie prime, le forniva ad Adi, vendeva il prodotto finito e quindi tutta la gestione del circolante avveniva all’interno del suo sistema. AdI dipendeva da ArcelorMittal per il finanziamento del circolante, ma dal marzo 2021 si è ritrovata improvvisamente senza la possibilità di continuare a finanziarlo. Che nel caso di AdI, con un fatturato di oltre 3,5 miliardi di euro e un ciclo di lavorazione di almeno sei mesi, comportava l’immediata esigenza di un castelletto bancario di almeno 1,5 miliardi. La società però dal marzo 2021 non è mai stata bancabile, non ha avuto accesso al credito, se non in misura limitatissima (sempre per la questione legata alla mancata proprietà degli impianti e avendo l’accordo tra gli azionisti una durata limitata visto che si tratta di una società a scadenza che poteva andare in liquidazione a maggio del 2024), e non potendo più contare su un’azionista che la sostenesse finanziariamente dopo l’uscita di ArcelorMittal, perché lo Stato non può intervenire se non in condizioni molto particolari e con strumenti di tipo legislativo per il sostegno finanziario della società ma non può certamente finanziare il circolante, si è trovata di fronte ad una crisi finanziaria insormontabile. Senza la possibilità di accedere al credito bancario, Acciaierie d’Italia ha dovuto gestire tutto il processo produttivo e commerciale per cassa, utilizzando la cassa generata dalla vendita per finanziare soprattutto l’acquisto di materia prima che va pagata all’atto del carico della nave. La cassa che genera l’azienda, almeno la parte più importante, quella immediatamente disponibile, deve essere inevitabilmente destinata all’acquisto di materie prime senza le quali il ciclo produttivo si interrompe. Questa è la ragione della sofferenza dell’indotto che ha pagato costi molto elevati (e rischia di pagarne ancora, visto che parliamo di decine di aziende che occupano migliaia di lavoratori) ed ha portato insieme ad Acciaierie d’Italia un peso abnorme rispetto a questa straordinaria situazione di non bancabilità dell’azienda. Del resto, Bernabè e la Morselli, hanno fatto più volte riferimento al fatto che per una società che ha fatturato 3,5 miliardi un aumento dei costi di circa 1 miliardo è assolutamente insostenibile, visto che dovrebbe poter contare su un fabbisogno di circolante minimo pari a circa 2 miliardi, forse anche di più. Il tutto senza contare che la decisione del deconsolidamento arrivò dopo l’ingresso dello Stato nel capitale sociale della società, dopo gli accordi del 2020 sopraggiunti dopo gli eventi che si verificarono nel 2019 (il sequestro dell’altoforno 2 e l’abrogazione dell’esimente penale, per molti soltanto dei pretesti che ArcelorMittal provò a sfruttare a suo favore per cambiare gli accordi sottoscritti nel 2018, dopo aver vinto la gara internazionale nel 2017).

Suonerebbe davvero singolare sostenere che tutto questo sia stato compiuto scientificamente, visto che nella società è presente lo Stato con l’agenzia Invitalia che sottoscritto i famosi patti parasociali (che più volte sono stati indicati come quelli che hanno di fatto messo in mano al socio privato il controllo totale della società) con ArcelorMittal, e che il rappresentante del socio pubblico, il presidente di AdI Holding spa Franco Bernabé abbia più volte lodato pubblicamente e in più sedi istituzionali l’operato dell’ad Lucia Morselli per aver “condotto l’azienda in una situazione di grande drammaticità”. Senza dimenticare come più volte lo stesso Bernabé, oltre all’ad Lucia Morselli, abbia evidenziato il mancato arrivo di risorse per centinaia di milioni di euro da parte del socio pubblico, promessi nero su bianco all’atto della sottoscrizione dei patti parasociali.

Sicuramente, se inchiesta sarà, che ben venga per fare luce su tutto quello che è successo negli ultimi anni, e permettere di capire a tutti di chi siano realmente le responsabilità di quest’ennesimo fallimento, sia manageriali che politiche. Lo scorso ottobre, in qualità di presidente di AdI Holding spa Franco Bernabè, audito presso la IX commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati, mise tutti in guardia: “Non potendo di fatto fallire, perché non ha finanziamenti bancari e avendo fornitori relativamente piccoli, la società si può spegnere per consunzione“. Ci è andato molto vicino.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/10/17/lex-ilva-si-avvia-allo-spegnimento/)

One Response

  1. Buongiorno
    La ex-Ilva di Taranto alla fine si è spenta per consunzione.
    E oggi ripartire da zero e’ impossibile.
    I 320 milioni di euro sono assolutamente insufficienti anche solo per accennare una ripresa produttiva minima, e naturalmente non arriveranno tutti insieme ma a spizzichi e bocconi ogni giorno 12 per pagare gli stipendi ai 9000 e passa dipendenti diretti.
    Naturalmente non ci sarà alcun privato disposto ad entrare per i seguenti motivi:
    1 sequestro area a caldo
    2 esubero del personale Ilva
    3 impatto ambientale
    4 libertà decisionale del privato incerta
    5 stato italiano inaffidabile quando sottoscrive patti con il privato
    6 stato pietoso degli impianti
    7 mancato completamento dell’ambientazione
    Mi volete indicare il nome di un pazzo privato che verrebbe a Taranto a prendere la ex lLVA a queste condizioni??????
    Cari ministri di centro -destra siete stati più bravi della magistratura e dei presunti ambientalisti a fare bloccare gli stabilimenti.
    Buona fortuna Ing Quaranta perché Ve ne serve tantissima.
    Saluti Vecchione Giulio

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