In Puglia meno di una donna su due lavora. E nel capoluogo ionico, su 188 mila abitanti, le donne dai 25 ai 49 anni occupate sono solo 12.554, ovvero il 45, 1%. Un dato molto scoraggiante e che si presta a una serie di quesiti, a cui le istituzioni potrebbero e dovrebbero trovare delle risposte. Infatti, tra le cause principali, si annovera la mancanza di politiche sociali per fronteggiare l’esigenza di coadiuvare il lavoro e la vita privata. Ne abbiamo parlato con alcune professioniste e dipendenti nella provincia di Taranto.
L’artigianato è (ancora) un mondo di uomini
Ogni qual volta Sonia Cuscito (46 anni) si reca in cantiere è consapevole che i suoi colleghi non le rivolgeranno immediatamente le domande sui progetti o non si confronteranno, con lei, sui vari dettagli. Ci vorrà del tempo affinché si abituino alla sua presenza. Perché? “Perché gli uomini – risponde Sonia, con una punta di orgoglio – non sono ancora pronti a vederci occupate in tutti i settori”. Cuscito è una tarantina diplomata in ragioneria e titolare, assieme al marito, di una ditta di impiantistica: “La nostra azienda nasce del 2007 – spiega l’imprenditrice artigiana – e prima di allora ho lavorato negli uffici, come impiegata nel settore commerciale. Poi, dopo l’apertura dell’azienda, ci siamo specializzati nella costruzione di canali e impianti idraulici, nella manutenzione e nell’assistenza. È un lavoro che mi piace, nonostante molto spesso sia tra le poche donne a operare in cantiere o partecipare ai corsi di formazione, come se la cassetta degli attrezzi definisse il tuo genere”. Sonia racconta le difficoltà che incorre, in primis, come donna titolare d’impresa: “Viviamo una situazione paradossale perché se da un lato dobbiamo adempiere agli obblighi di imprenditori, dall’altro non abbiamo gli stessi diritti dei dipendenti. Basti pensare alla maternità: ancora oggi, molte imprenditrici sono costrette a scegliere se dedicarsi esclusivamente alla carriera o alla famiglia, perché non c’è nessuno che lavora al tuo posto o nessuno che ti paga i contribuiti”. Ligia al dovere e alle responsabilità, Cuscito racconta di aver portato, più volte, sua figlia sul posto di lavoro perché non poteva “fare diversamente, dato che gli asili costano troppo”. Il suo sogno? Auspica che in un futuro non troppo lontano, le imprenditrici possano essere tutelate al pari dei dipendenti, per essere maggiormente libere.
L’odissea delle Partite Iva (in rosa)
Anche Roberta Genoviva, odontoiatra tarantina da quindici anni e da cinque docente per i corsi di qualifica nazionale di ASO (Assistente di Studio Odontoiatrico), spiega le difficoltà che incontra chi decide di svolgere la libera professione: “Ho sempre saputo di voler aiutare gli altri, per questo ho scelto di formarmi nell’ambito delle professioni sanitarie. Inizialmente avevo una visione limitata dell’odontoiatria, poi, spinta dalla curiosità e soprattutto dal desiderio di rendermi al più presto indipendente, ho scelto questa professione”. Settore in cui Roberta non ha trovato reali differenze tra i colleghi e le colleghe. Forza e determinazione non le sono mai mancate e le hanno permesso, nel tempo e senza l’aiuto di terzi, di ritagliarsi nel panorama locale la sua notorietà: “Quando intraprendi una libera professione puoi contare solo sulle tue forze; poi devi saper scegliere con cura i collaboratori. Come per qualsiasi altra attività, anche in quelle di ambito sanitario, è pressoché impossibile mantenere un fatturato costante, pur rimanendo perpetuo l’obbligo di fronteggiare le spese. Mi riferisco ai corsi formativi, per cui abbiamo l’obbligo sacrosanto di aggiornarci costantemente per fornire ai pazienti le cure migliori, alle innovazioni tecnologiche, ai fornitori, le tasse in continuo aumento per la nostra categoria, alla manutenzione e ai collaboratori. Il dipendente, che sia un/un’ASO o un segretario/a con contratto a tempo indeterminato, oltre ad avere uno stipendio minimo garantito ogni mese, ha tutele come ferie, permessi e congedi di maternità che le partite iva sognano!”. Qual è il privilegio di essere un libero professionista? L’autogestione, spiega Roberta: “Senz’altro quello di poter organizzare in autonomia la propria agenda e scegliere con chi lavorare. Credo che un team vincente sia quello in cui un leader, che si tratti di un uomo o una donna, organizzi l’attività lavorativa propria e degli altri in modo sostenibile rispettando il lavoro di tutti e gratificandone l’impegno. Al tempo stesso, i collaboratori lavorano in maniera corretta e propositiva, senza approfittarsi delle tutele statali perché consapevoli che alla fine è il lavoro di squadra a far sì che l’attività resti in piedi e magari cresca!”.
…e il posto fisso?
E poi c’è Federica (37 anni), dipendente comunale laureata in giurisprudenza, con un passato in politica, mondo prevalentemente maschile in cui le donne vengono giudicate dalle apparenze. Prima di diventare una dipendente statale, Federica ha lavorato come cameriera e segretaria per mantenersi durante gli studi: “I requisiti necessari – sottolinea, con disappunto – per entrambi i mestieri, erano l’estetica e il sorriso. Tutto per pochi soldi”. Dopo anni di sacrifici, tra studio e ingiustizie lavorative, ecco che vince il concorso. Nel piccolo comune in cui lavora la percentuale di quote maschili è molto più numerosa: “Sicuramente – continua – è un lavoro economicamente più stabile dei precedenti, ma al tempo stesso è sottopagato. Sfatiamo alcuni miti: nelle amministrazioni più piccole si fa il doppio della fatica, perché il personale è sottorganico e le direzioni da seguire sono molteplici”. Al netto delle tutele economiche e sociali, Federica non nasconde la difficoltà di dover fronteggiare le esigenze tra lavoro e famiglia: “Io e il mio compagno – prosegue – abbiamo un figlio. Lavorando entrambi non riusciamo ad aderire ai bonus o alle convenzioni con gli asili pubblici. E paradossalmente, non possiamo permetterci i costi degli asili privati. È difficile? Tanto. Senza il supporto del mio compagno e dei nonni non riuscirei a lavorare. Sono molto grata per questo, perché non tutte le donne sono così fortunate”. Ogni cosa richiede organizzazione e il tempo sembra non bastarle mai. Conclude Federica: “Se siamo intenzionati a voler avere un secondo figlio? ora non è possibile. Se ci fossero più tutele, sia statali sia locali, potremmo cambiare idea”.
Donne, società e lavoro: tra passato e futuro
Era il 1961 quando una giovane giornalista fiorentina girò mezzo mondo per comprendere la (all’ora) situazione delle donne. Nel libro inchiesta “Il sesso inutile” che ha dedicato a sua sorella, Neera, Oriana Fallaci ha narrato le vite infelici delle spose bambine pakistane, delle donne musulmane nascoste dal burka, delle cinesi con i piedi corti o delle misteriose geishe, fino alle americane che per sentirsi libere sono costrette a imitare gli uomini.
Al centro di ogni storia, seppur specchio di determinati contesti storico e socioculturali, la costante è sempre la stessa: l’infelicità. E nonostante siano passati ben sessantatré anni, dalla pubblicazione del reportage edito da Rizzoli, la condizione femminile non sembrerebbe essere cambiata. Per quanto in certi Stati il progresso e l’emancipazione abbiano raggiunto traguardi significativi, rispetto al passato, la maggior parte delle donne continuerebbe ad accontentarsi.
Puntualmente, scende a compromessi. Lo fa, ogni qual volta, si antepone la carriera alla famiglia o viceversa. Lo fa, ogni qual volta, si rinuncia alla propria vita per le responsabilità o per volere altrui. Lo fa, ogni qual volta, si percorre una strada anziché un’altra. Poi ci sono donne che non hanno neanche la possibilità di scegliere. Chissà se tra qualche secolo, il genere femminile potrà emanciparsi del tutto. Una cosa è certa: fino a quando la Storia verrà scritta anche da tutte le donne al pari degli uomini, e non solo da alcune come una categoria a sé con i super poteri, l’emancipazione diventerà del tutto normale. Le ragazze avranno un motivo in più per scegliere di guidare Stati, andare sulla Luna o vincere Premi Nobel. E potranno farlo in totale autonomia. E in assoluta libertà.