Solo un anno fa, su queste pagine, abbiamo ricordato il motivo per cui ricorre la Giornata Internazionale dei Diritti della Donna.

A San Pietroburgo, l’8 marzo 1917, le donne della capitale guidarono un’importante manifestazione per chiedere la fine della guerra. Oggi, a distanza di 107 anni, dovremmo rivendicare le stesse istanze ma pare che si voglia essere complici di quanto sta accadendo al popolo e alle donne palestinesi. Siamo complici perché continuiamo a vendere armamenti ad Israele. Secondo l’ultima “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”, inviata lo scorso maggio dal governo Meloni al Parlamento, nel 2022 Israele ha ricevuto armi da aziende italiane per quasi 9,3 milioni di euro e 120 milioni negli ultimi dieci anni. Siamo complici perché ci ritroviamo nelle parole dell’Ambasciatore dell’Autorità Palestinese, Adel Atieh, rilasciate ai microfoni di “eunews”: “Sono rimasto sorpreso che non ci fossero conclusioni sul Medio Oriente. La situazione sul campo si è evoluta in modo drammatico e davanti ai bombardamenti massivi sui civili a Gaza mi aspettavo che l’Ue adottasse quanto meno delle conclusioni per chiedere un cessate il fuoco. La situazione è drammatica e la crisi umanitaria necessita di una presa di posizione chiara da parte dell’Unione europea. Se non c’è un appello per il cessate il fuoco, significa che si è d’accordo con quello che fa Israele sul campo”.

Che nesso c’è tra la guerra in Palestina e la Giornata Internazionale dei Diritti della Donna?

Il filo conduttore lo si trova se ci si sofferma sul diritto alla vita e alla salute tanto difeso dai movimenti femministi di stampo occidentale. Il diritto alla salute, per le donne palestinesi, è negato dall’occupazione sionista. Come denunciato dall’organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere, a Gaza diventare madri è una sfida quotidiana. Sino al primo febbraio 2024 l’ospedale di maternità nell’area di Rafah era l’unica struttura rimasta per assistere le donne incinte ed era in grado di rispondere solo ai parti più a rischio ed urgenti. Le donne in gravidanza non hanno avuto accesso ai controlli medici per mesi e circa 50.000 attendono di partorire ma a causa della crisi umanitaria in corso, i servizi sanitari primari sono inaccessibili sia per mancanza di carburante ma soprattutto per la scarsa capacità delle strutture sanitarie di funzionare. Molte sono costrette a partorire in tende di plastica o in edifici pubblici, chi riesce a partorire in un ospedale spesso ritorna nel proprio rifugio di fortuna qualche ora dopo aver subito un parto cesareo. Sono donne che vivono sotto attacco, non hanno accesso ai beni essenziali, ad un rifugio appropriato il che le rende, insieme ai loro figli, più esposte a problemi di salute, comprese le infezioni. Sono donne che se sopravvivono e riescono a partorire in ospedali bombardati e saturi di pazienti, vivranno un trauma, nel trauma della guerra, fisico e psicologico.

Quel che MSF cerca di fornire sono cure prenatali e post-parto, supporto alla salute mentale, screening per la malnutrizione e cibo terapeutico supplementare. Il tutto è paragonato ad una goccia nell’oceano se non supportato da aiuti umanitari e senza la protezione delle poche strutture sanitarie ancora in funzione.

Chi scrive crede fermamente, come riportato dalla pagina Instagram “giovanipalestinesi.it”, che il femminismo senza anti-colonialismo è solo una spalla dell’imperialismo. La lotta delle palestinesi in patria e in esilio rappresenta la lotta per la liberazione della terra e del corpo dal colonialismo, dal patriarcato e dal capitalismo e, si aggiunge, dal terrorismo. Non si può infatti non pensare anche alle donne ebraiche aggredite e stuprate da Hamas. Così come è innegabile che la repressione e la violenza coloniale continui a scatenarsi sistematicamente, anche fuori Gaza, contro le donne palestinesi attiviste. È, il loro, un femminismo rivoluzionario e scomodo perché grida alla liberazione della propria terra e supporta la resistenza, con ogni mezzo necessario, al genocidio in atto sul popolo palestinese. Oggi, 8 marzo 2024, le donne arabe e palestinesi scenderanno in piazza al fianco delle 51 donne incarcerate dalle forze israeliane in quanto colpevoli di resistere ed opporsi al sistema coloniale. Emblematico è l’arresto, avvenuto solo lo scorso 26 dicembre, di Khalida Jarrar. Nota ex deputata palestinese e dirigente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (organizzazione politica e militare palestinese di orientamento marxista-leninista bollata come “terrorista” da Israele, Stati Uniti e Ue) e membro del Consiglio Legislativo Palestinese, è stata arrestata mentre era nella sua abitazione a Ramallah, in Cisgiordania. L’esercito ha effettuato un ampio numero di fermi tra i leader e i membri dell’organizzazione ma, secondo un comunicato del Fplp, sono arresti che non spezzeranno la volontà del loro popolo.

Diverse realtà, in occasione di questa Giornata, sguazzeranno nel pinkwashing che identifica quell’atteggiamento di chi, solo per un proprio tornaconto in termini di immagine ed economici, sfrutta, fingendo di sostenerli, gli appelli portati avanti dalle lotte femministe. In questo caso, a sguazzare, potrebbe essere il sistema coloniale sionista per legittimare le sue politiche e azioni genocidarie rendendole accettabili allo sguardo occidentale.

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