“Quindici giorni, intensi che hanno lasciato un segno indelebile nella mia persona, permettendomi, poi di andare avanti nella vita e nella carriera professionale. Tutto quello che mi è stato involontariamente insegnato dalla poetessa in quegli attimi, l’ho messo in pratica con i pazienti negli anni a seguire”, ci racconta il Dott. Bruno Matacchieri, il confidente della poetessa Alda Merini durante il periodo di ricovero all’Ospedale SS Annunziata di Taranto.

Il Dott. Bruno Matacchieri

Abbiamo ripercorso le tappe della vita dello psichiatra classe ’52, che ha svolto la sua professione per ben quarantadue anni all’interno dell’Ospedale SS. Annunziata di Taranto formando la sua persona attraverso la cura e le relazioni intraprese con i suoi pazienti.

“Questo settore mi ha sempre appassionato e soprattutto nel periodo di tirocinio in università, facendo esperienza in una clinica psichiatrica, ho sentito il bisogno di cominciare a guardare in maniera profonda il futuro medico che era in me. Durante questo periodo mi feci, fortunatamente rilasciare un attestato di frequenza che mi valse come titolo per l’assunzione all’Ospedale SS. Annunziata di Taranto presso il “Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura” SPDC. Sono stato assunto nel servizio di salute mentale nel 1981 lo stesso anno in cui veniva applicata la legge 180, che prevedeva la chiusura dei manicomi e, di conseguenza, c’era un grande bisogno di medici”.

Quale è stato il primo impatto con il reparto?

“La pratica è stata immediata, dal primo giorno ti trovi di fronte di tutto. Ricordo la mia prima paziente è stata proprio una collega in piena crisi di ansia, è stato molto esilarante e formativo. Contemporaneamente cominciai la specializzazione a Bologna: durante la settimana lavoravo a Taranto ed i fine settimana mi trovavo a seguire le lezioni. Cose che si fanno solamente quando si è giovani e quando si ha l’entusiasmo. Non si trattava solamente della diagnosi e della prescrizione farmacologica, ma la possibilità di creare un rapporto confidenziale con la persona che si trovava dietro al paziente”.

Che sensazioni sono sopraggiunte nel momento in cui vi hanno comunicato l’arrivo della poetessa Merini?

“All’epoca Alda Merini non era ancora conosciuta, era certamente una poetessa di grande spessore in ambito letterario, ma non tutti conoscevano e seguivano quel filone. La Merini, già trasferita a Taranto grazie all’unione con Michele Pierri nostro medico concittadino, fu ricoverata nel 1985 per ben 15 giorni. Era in uno stato di eccitamento maniacale, relativo al disturbo bipolare già diagnosticato precedentemente. Aveva degli sbalzi d’umore che potevano portarla anche ad una forte depressione. In me scattò subito un interesse più profondo, perché la vedevo come una fonte di arte dalla quale dovevo attingere. Volevo anche capire come una patologia mentale, di una certa gravità, potesse agire in una persona così propensa alla cultura, alla letteratura. Un mio approfondimento è stato anche capire il legame che si crea tra l’arte e la follia”.

Cosa è successo nel periodo di degenza della poetessa?

“Cercai subito di relazionarmi con lei, un po’ per capire la tipologia di cura che necessitava, ma anche per conoscere la natura di questo malessere. Sono stato subito accolto da lei. Vide in me una persona capace di ascoltarla, nonostante il tempo sia relativo e centellinato in un reparto del genere. Devo ammettere che, forse anche a discapito di altri, mi dedicai intensamente al bisogno della Merini. Ricordo che la mattina mi aspettava sull’uscio della porta di degenza e diceva ‘dottore, quando vuole ci facciamo due chiacchiere…’ In questi colloqui è venuto fuori il suo vissuto, l’infanzia sofferente determinata dal rapporto che c’era fra la malattia e la sua arte.

Lei iniziò a scrivere all’età di dieci anni; l’interesse per la poesia era innato ed è cresciuto con lei durante il corso degli anni. All’interno della famiglia c’era una forte contraddizione, il padre ha sempre supportato questa passione, al contrario della madre che voleva per la figlia delle soluzioni di vita più socialmente radicate. La vita stessa ed i ruoli sociali che le si imponevano non lasciavano il giusto spazio alla sua poesia per questo viveva un mondo isolato da quello reale che solo a tratti coincideva con il quotidiano”.

Quanta sofferenza ha conosciuto la Merini a causa di questo malessere?

“Il primo matrimonio è terminato proprio per questo motivo: fare la moglie e la mamma non le permettevano di essere “la poetessa”. Cosa che invece non ha riscontrato nell’unione con il medico Michele Pirri, tarantino e scrittore, anche lui amante della poesia, che aveva conosciuto forse in qualche salotto letterario e che la convinse a trasferirsi nella nostra città, abbandonando la Milano caotica. Nei suoi racconti, la Merini mi descriveva questo periodo come il più felice e sereno della sua vita; aveva trovato l’uomo che comprendeva il suo bisogno di arte e capiva che questa malattia non era altro che l’espressione del suo disagio interiore, maturato nel corso degli anni. Lei riconosceva la malattia, forse anche grazie alla sua intelligenza e capiva che sarebbe potuta diventare un ostacolo per la sua arte.

Quali sono state le emozioni nel momento in cui la poetessa è stata dimessa?

“Sensazioni molto forti, il saluto è stato pieno di affetto. Ho conosciuto una donna capace di trasmettere tutto attraverso gli occhi, entrava facilmente in connessione con l’altro, poche parole dirette e allo stesso tempo molto delicate. Mi ha cambiato la vita”.

 

Una risposta

  1. Forse bisognerebbe dedicare una piazza alla grande poetessa. La sua consapevole follia non le ha impedito di estrarre dalla sua innata sensibilità versi e parole che ci lasciano viaggiare nell’infinito.

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