Riuscire a tenere alta l’attenzione, per quasi due ore, su argomenti prettamente filosofici è un’impresa per pochi. Soprattutto se le parole sgorgano, l’una dopo l’altra, come un fiume in piena che produce concetti, in cui ci si lascia trasportare con brioso interesse.

Ragionamenti legati all’esistenza. E anche all’essenza stessa del disquisire. Così Umberto Galimberti, il filosofo e saggista monzese, ha conquistato la platea del teatro Orfeo, ieri sera, durante l’appuntamento culturale in rassegna dal titolo “Mysterium Festival 2024: Sulle orme del sacro”. Partendo dal concetto secondo cui il “sacro non debba essere confuso con Dio” il filosofo si interroga sul significato e sul suo valore nella società contemporanea. Racconta, con la sua solita devozione ellenica, come si sia evoluto il concetto di “sacro” dalla cultura greca citando numerosi miti e tragedie, di Platone e Sofocle, fino ad arrivare al Cristianesimo.

Il sacro, dimensione irrazionale dell’io, è una “prerogativa esclusiva degli dèi”, che non può essere governato dall’uomo e per cui ne “è fortemente attratto”. Galimberti riflette anche sull’aspetto del sacro sinonimo di “follia” che “abita in ogni essere umano”, ma solo gli artisti e i profeti sono in grado di governare. La follia che si prova nel partorire o assaporare un’opera d’arte. La follia che si prova, soprattutto, quando si ama e ci si impara a conoscere attraverso gli occhi e le esperienze condivise con l’altra persona.

Galimberti, quando introduce il concetto di religione, spiega che il suo scopo originario era di “aggregare i popoli” (dal latino religare, ovvero legare) e che ci credevano, mossi da ignoranza, per “sentirsi più sicuri”. Funzione, che oggi, sembrerebbe venuta meno. Infatti, per il professore, la religione dell’ottimismo (ovvero il Cristianesimo) sembrerebbe diventata “una specie di agenzia etica che risolve tutti i problemi del mondo”, poco attrattiva verso le nuove generazioni. Morti i valori. Sfumati gli orizzonti. Così è più facile che i ragazzi si perdano o abbiano paura del futuro. Come spesso accade.

Ancora, durante l’analisi il filosofo tocca vari argomenti come la psicologia, l’antropologia e la sociologia che lo portano a interrogarsi anche sulle problematiche legate alla società: dalla sfera politica, dove invita le istituzioni ad “agire anziché sperare”, fino alla deriva culturale. Qui, Galimberti inserisce un dato statistico, secondo cui il 70 per cento degli italiani sa leggere ma non comprende il significato del testo. Sulla democrazia, invece, è molto pessimista: “Un popolo che non va a votare è destinato a soccombere” afferma, senza tanti giri di parole.

Dunque, in una società in cui si è persa la bussola dei valori e in cui il senso di “comunità” vacilla, perché impegnarsi così tanto? “Perché bisogna pur vivere per qualcosa” risponde alla sua stessa domanda. Qui il professore sorride. Ha appena invitato il pubblico, soprattutto i ragazzi, a credere nel valore della vita. Comunque vada, ciò che conta è alimentare la fiamma della speranza cristiana. Per non arrendersi. Mai.

 

 

 

 

 

 

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