Occhietti sornioni o spiritati, musetti sproporzionati e tinte stravaganti lungo i dorsi: ecco tornati alla ribalta gli “Agnelli di pasta di mandorle brutti”. Quest’ultimi sono i tradizionali dolci pasquali che vengono postati sull’omonimo gruppo, da oltre 115 milioni di followers su Facebook, in vista della Santa celebrazione. Si tratta di un appuntamento, ormai in voga, dai tempi del lockdown: basta scorgere il profilo per trovarne di tutti i tipi. Agnelli piccoli o più grandi, dalle fattezze indefinite e che, per ovvia titolazione, sembrano anche assomigliare a dei mostri mitologici, intenti a svolgere ogni tipo di azione. Nell’era virtuale in cui la perfezione sembrerebbe regnare sovrana e tutti si sentono in dovere di criticare tutto, invece, in questo gruppo ci si lascia andare. A ogni tipo di agnello.
Sulle orme della tradizione alla tarantina
Al di là della pura ironia virtuale, gli agnelli di pasta di mandorle sono tra i simboli più annoverati della tradizione culinaria pasquale. Fonti attribuirebbero la nascita di questo dolce in epoca normanna, diffusosi poi in molte zone del Mezzogiorno come in Puglia. Qui, nella provincia Salentina viene farcito con confettura al pistacchio chiamata “faldacchiera”. Un’usanza, quella tarantina, che le mani della famiglia Aiello riescono a tramandare squisitamente di generazione in generazione. Il clan dei pasticceri, noto ai più, ha mosso i suoi primi passi, anni or sono, in Città Vecchia spostandosi poi nella zona nuova. Dal 2015, tuttavia, una parte della famiglia è tornata nuovamente nel locale nell’isola, dove tutto è iniziato. Sulla tradizione e la preparazione del dolce abbiamo scambiato due chiacchere con Mimmo, uno dei pasticceri della famiglia.
L’agnello è sempre stato uno dei vostri prodotti tipici? “Certamente. Produciamo prodotti esclusivamente artigianali, che in questi periodi non possono assolutamente mancare sulle tavole dei tarantini. Peraltro, è uno di quei prodotti che da sempre costellano i ricordi della mia infanzia, caratterizzati da episodi molto buffi!”
Ce ne racconti qualcuno… “Eravamo ancora in città. Come sempre, di questi periodi, eravamo oberati di lavoro e papà molto spesso finiva tardi in laboratorio. Aveva prodotto tantissimi agnelli e li aveva sistemati sul bancone, perché l’indomani avrebbero dovuto essere decorati. Poi, mio fratello è capitato lì per caso e… ha mangiato tutte le orecchie degli animaletti! Povero papà, ha dovuto rifare tutto il lavoro da capo. Fu un disastro” sorride Mimmo.
Mi dispiace per suo padre ma è impossibile resistergli. Come si producono gli agnelli? “Sono interamente artigianali. In primis, le mandorle vengono macinate e poi lavorate per creare la pasta. Quest’ultima la disponiamo negli stampi, da cui otteniamo gli agnelli grezzi. Successivamente, li decoriamo con i colori, le bandierine e aggiungiamo tanti altri dettagli”
Qual è l’ingrediente, della famiglia Aiello, che rende speciale questo dolce? “La passione, che si tramanda da generazione in generazione. Poi, il nostro amore, che si consolida nel tempo e credo si riversi sia esteticamente sia nel gusto”.
Quali sono, invece, i dolci che avete venduto in generale in questo periodo e soprattutto nei giorni di pellegrinaggio? “In questi giorni abbiamo venduto prevalentemente prodotti di cornetteria, anche tante zeppole e colombe”
Avete mai avuto paura di finire sulla pagina social “Agnelli di pasta di mandorle brutti”? “Bella domanda! – Mimmo sorride – siamo dei perfezionisti e cultori dell’estetica; quindi, difficilmente riusciamo a vendere dei prodotti stravaganti. Poi, mai dire mai… potrebbe anche essere successo, ma se così fosse stato non ci saremmo riconosciuti!”



