Alla vigilia della domenica di Pasqua, si è svolto lo sciopero di tutto il personale dipedente dalle imprese che applicano il Contratto della Distribuzione Moderma Organizzata Federdistribuzione. Ad annunciarlo sono stati i sindacati di categoria del settore commercio di Taranto, FILCAMS CGIL, FISASCAT CISL e UILTUCS. Nel piazzale di fronte alla LIDL in via Galileo Galilei (zona Città Giardino) i lavoratori dipendenti delle grandi aziende plurilocalizzate che operano sul territorio (Acqua e Sapone, Coin, Arcaplanet, Famila, DOK, JYSK, Kasanova, LIDL, OVS, Penny, Zara) si sono dati appuntamento davanti al grande supermercato per esporre tutta la loro indignazione rispetto alla rottura della trattativa per il rinnovo del contratto, avvenuta lo scorso 27 marzo.
“Così passato il Covid, l’emergenza che aveva reso eroi commessi e operatori del settore, di fronte ai rincari dovuti dai conflitti bellici, la terribile inflazione che sta erodendo il potere di acquisto degli stipendi, le aziende si sono attrezzate alzando tutti i prezzi ma i lavoratori attendono da oltre un quinquennio il rinnovo del contratto – dicono i referenti territoriali delle tre organizzazioni sindacali -. L’allergia di Federdistribuzione a siglare contratti è cosa nota – affermano ancora in una nota le segreterie territoriali – e mentre si è giunti ad accordi con Confcommercio e Confesercenti, queste grandi catene di distribuzione continuano a chiedere sacrifici ai lavoratori, proponendo uno schema di contratto dove si estremizza il concetto di flessibilità e dove si taglia su mansioni e ruoli all’interno delle aziende. Ci troviamo di fronte a personale che secondo Federdistribuzione per buste paga che arrivano ad un massimo di 1600 euro lordi – precisano FILCAMS, FISASCAT e UILTUCS – possono stare indistintamente davanti ad uno scaffale, dietro ad una cassa, ma anche svolgere le pulizie. Si tratta di lavoratori sfruttati e per cui la dignità professionale è assolutamente azzerata”.
Significativa l’adesione allo sciopero dei dipendenti: in media del 60%, ha toccato punte dal 70% al 100%, con la chiusura di alcuni punti vendita nelle diverse aree del Paese. Numerosi i presidi ed i flashmob organizzati davanti i negozi e i centri commerciali in tutta Italia, con la massiva partecipazione di centinaia di lavoratrici e lavoratori. Alla base della mobilitazione come detto, “le richieste inaccettabili presentate dall’associazione datoriale di settore Federdistribuzione al tavolo di trattativa per il rinnovo del Contratto nazionale, in stallo da più di 4 anni e atteso da oltre 240mila addetti, finalizzate unicamente a sabotare diritti e garanzie attualmente contenute nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro e che le lavoratrici ed i lavoratori della distribuzione commerciale hanno raggiunto a costo di sacrifici e di lotte nel corso degli ultimi decenni” denunciano i sindacati. Nel dettaglio le organizzazioni sindacali puntano il dito contro “l’introduzione di una flessibilità incontrollata e generalizzata con contratti a termine di durata indeterminata (oltre i 24 mesi!); lo smembramento del sistema di classificazione del personale con l’attribuzione dell’addetto alle operazioni ausiliarie alla vendita a mansioni inferiori quali il pulimento di aree di vendita e servizi (come illegittimamente fanno alcune aziende associate a Federdistribuzione); l’azzeramento di ogni dignità professionale con il sotto inquadramento di chi ha la responsabilità di interi format commerciali complessi; la creazione di una nuova mansione adibita alla movimentazione delle merci trascinandola verso il quinto livello e svuotando l’attuale previsione al quarto livello, al solo fine di far risparmiare le imprese sulla pelle dei lavoratori”. Federdistribuzione è inoltre indisponibile a trattare il tema “Appalti e terziarizzazioni” e “franchising” a più riprese sollecitato dai sindacati. “Pretese irrealistiche – per i sindacati – finalizzate unicamente a far naufragare una già complessa negoziazione, a dimostrazione della ritrosia patologica di Federdistribuzione a dare il giusto riconoscimento in termini economici ai dipendenti delle aziende sue associate”.