L’INAIL rende noto che le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale ricevute nel mese di gennaio 2024 sono state 45, due in più di quelle registrate nel primo mese del 2023. L’aumento rilevato da questo confronto è legato solo alla componente femminile, i cui casi mortali denunciati sono passati da tre a cinque, mentre quella maschile è stabile con 40 decessi in entrambi i periodi. In aumento le denunce dei lavoratori italiani (da 31 a 32) e comunitari (da 2 a 4), mentre diminuiscono quelle degli extracomunitari (da 10 a 9). Dall’analisi per classi di età emergono aumenti in particolare tra i 45-54enni (da 9 a 21 casi) e tra i 60-69enni (da 7 a 9) e diminuzioni tra gli under 35 (da 11 a 4) e tra i 55-59enni (da 11 a 7).

Sono in aumento del 6,8% anche le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Istituto nel mese di gennaio 2024 e, se pur non si tratti di decessi, sono dati da non sottovalutare in quanto un infortunio può risultare compromettente a vita.

In Italia, in materia di salute e sicurezza sul lavoro, si è espresso il D.lgs. 9 aprile 2008, n.81 ma pare che, specie nell’ambito edile, resti un testo ignoto ai più altrimenti non si riscontrerebbero, a seguito di controlli effettuati sui cantieri edili sparsi sul territorio nazionale, come già denunciato su queste pagine (leggi https://www.corriereditaranto.it/2024/02/23/cantieri-edili-ancora-troppo-poco-sicuri/ ), irregolarità nel 76,48% dei casi.

La Procura della Repubblica provvederà ad accertare i motivi per cui in un solo giorno, in due città diverse, quattro operai hanno perso la vita mentre lavoravano ma è un fatto che, ancora una volta, parliamo di morti bianche. Tre i morti e cinque le persone ferite a seguito dell’esplosione nella centrale idroelettrica di Suviana mentre a Taranto è morto folgorato un operaio di 59 anni mentre lavorava nel cantiere della Tangenziale Sud, in zona Taranto 2.

Abbiamo chiesto a Cosimo Sardelli – segretario generale della FP CGIL Taranto – come il sindacato crede si possa contrastare il fenomeno delle morti sul lavoro.

“Oggi abbiamo scioperato proprio per la sicurezza sui posti di lavoro. In concreto faremo partire, a maggio, diverse raccolte firme su una serie di quesiti referendari. Uno di questi ha come oggetto il principio della responsabilità solidale delle stazioni appaltanti pubbliche in materie di appalti e subappalti per quanto riguarda la questione sicurezza. È chiaro che questa è una questione che riguarda tutta la confederazione e tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato. È altrettanto evidente, e questo è un sintomo della degenerazione della situazione, che se fino a qualche anno fa il problema della sicurezza sul lavoro era tipico delle attività ad alta intensità manuale, adesso è diventato un problema che riguarda anche molti pezzi del mondo del lavoro che noi rappresentiamo come funziona pubblica.

La norma, in tutti i capitolati d’appalto, dice che il costo sulla sicurezza è un costo insopprimibile. Nella realtà, al contrario, l’imprese appaltatrici risparmiano proprio sulla sicurezza e sul costo del personale per questo un atto concreto è uno dei quesiti referendari che la CGIL sta proponendo: sulla responsabilità solidale delle stazioni appaltanti, soprattutto pubbliche, in materia di sicurezza”.

Cosa si intende per responsabilità solidale?

“Le stazioni appaltanti risponderebbero anche patrimonialmente per il risarcimento dei danni cagionati al lavoratore, o alla lavoratrice, in caso di infortunio.

La questione è complicata, per esempio, il lavoratore che è morto l’altro giorno nei pressi del cantiere della Tangenziale Sud era dipendente di una ditta dell’appalto Acciaierie d’Italia che aveva chiesto il concordato preventivo. Parliamo quindi di lavoratori che da mesi non prendono lo stipendio. Ci sono gli accertamenti della magistratura in corso quindi non sappiamo, però mi domando se un’azienda che ha chiesto il concordato preventivo si ponga il problema del risparmio sugli oneri della sicurezza. La situazione è preoccupante perché queste non sono morti dovute al caso ma sono morti quasi, annunciate. Conosco bene il settore dell’igiene ambientale ed è una battaglia quotidiana con le imprese per far rispettare le norme in materia di sicurezza. Ormai è un bollettino di guerra e sul lavoro si muore più che per una pandemia. È una carneficina giornaliera allora bisogna chiedere maggiore esigibilità delle norme e di potenziare gli organi ispettivi perché in una realtà industriale e agricola come quella di Taranto l’ispettorato territoriale del lavoro ha un organico ridotto al lumicino”.

Il corriereditaranto.it ha chiesto a Ernesto Sabato – presidente dell’associazione datoriale Conflavoro e consulente presso una società che fa formazione sul posto di lavoro – con quale approccio le ditte si adoperano per formare i propri dipendenti.

“L’approccio delle ditte dipende dalle dimensioni e dalla cultura imprenditoriale di chi le gestisce. Se parliamo di grandi aziende la cultura della sicurezza è talmente avanti che non cercano neanche di contrattare a ribasso e lo dimostrano il numero di incidenti e di infortuni. Quando invece si ha a che fare con realtà più piccoline il mercato, purtroppo, è un po’ inclinato e non sempre si investe tutto quello che tecnicamente si dovrebbe investire che va oltre la base di obbligatorietà per legge”.

Ci sono dunque ditte edili che non finanziano nemmeno il minimo indispensabile i corsi di formazione?

“Noi non parliamo soltanto del corso di formazione e della scrittura del documento ma parliamo di sistemi di gestione accessori che superano la parte di obblighi normativi di base. A questo va aggiunto che purtroppo i controlli sono sempre troppo pochi quindi se non si ha il pungolo della verifica, non si ha neanche l’interesse a doversi occupare di più alla gestione degli aspetti della sicurezza. Ci sono casi in cui troviamo degli errori interpretativi della norma perché purtroppo, come società che svolgono questo lavoro, siamo troppi e di conseguenza un mercato libero in questo senso rischia di avere società più o meno addentrate. Ci sono, ad esempio, società di consulenza improvvisate da persone che nella vita fanno altro ma si reinventano esperti della sicurezza quando invece ci sono dei corsi, dei percorsi da intraprendere e del personale qualificato da impiegare in questo campo per fare quest’attività”.

È dunque evidente che bisognerebbe procedere con una cultura preventiva e in maniera sanzionatoria affinché non si evada l’obbligo di formazione per i e le dipendenti delle aziende, sia in edilizia che in altri ambiti, affinché si rispetti, nella pratica, quanto previsto in teoria dal Testo unico in materia di salute e sicurezza sui posti di lavoro.

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