Ripartirà con l’udienza di oggi venerdì 19 aprile, presieduta dal giudice Antonio Del Colo (affiancato dal giudice Ugo Bassi e dalla giuria popolare), il processo d’Appello “Ambiente Svenduto”, incentrato sul presunto disastro ambientale e sanitario causato dalla gestione del gruppo Riva del siderurgico ex Ilva oggi Acciaierie d’Italia, in un arco temporale degli anni compresi tra 1995 e 2012. La sede del nuovo dibattimento sarà l’aula bunker della vecchia sede della Corte d’Appello, al quartiere Paolo VI. A rappresentare l’accusa ci saranno gli stessi quattro pm del processo di primo grado, Giovanna Cannarile (adesso in servizio a Lecce), Raffaele Graziano, Remo Epifani e Mariano Buccoliero.

Si riparte quindi a quasi tre anni dalla sentenza di primo grado pronunciata dalla Corte d’Assise il 31 maggio 2022, presieduta dal giudice Stefania D’Errico (con a latere Fulvia Misserini e sei giudici popolari), che dopo dodici giorni di camera di consiglio lesse il dispositivo nell’aula magna delle Scuole sottufficiali della Marina Militare, con le motivazioni (contenute in un faldone di quasi quattromila pagine) che furono depositate soltanto il 29 novembre 2022, dopo 18 mesi. Quel giorno la Corte d’Assise emise condanne per quasi 300 anni (le pene più pesanti furono comminate ai vertici della famiglia Riva, ai diversi dirigenti di allora del siderurgico, i così detti fiduciari e all’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, al responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, all’avvocato amministrativista Francesco Perli, quelle minori all’ex governatore Nichi Vendola, all’ex presidente della provincia Gianni Florido, all’ex direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, mentre l’ex sindacato di Taranto Ippazzio Stefàno fu assolto) per i reati di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione in atti giudiziari, omicidio colposo ed altre imputazioni, oltre alla confisca degli impianti dell’area a caldo che furono sottoposti a sequestro senza facoltà d’uso il 26 luglio 2012 e delle tre società Ilva spa, Riva fire e Riva Forni Elettrici. La confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire spa, oggi Partecipazioni industriali spa in liquidazione, e Riva forni elettrici per gli illeciti amministrativi fu pari ad una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro in solido tra loro. Altre sanzioni pecuniarie pari a 4,6 milioni a Ilva spa, 1,2 milioni a Riva Fire e Riva Forni elettrici. Furono disposti anche cinquemila euro di risarcimento danni a testa per le oltre 900 parti civili.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/12/14/ambiente-svenduto-riparte-dallappello/)

Un processo senza dubbio di portata storica, che ha segnato per sempre la storia di Taranto, quella industriale del nostro paese e del più grande siderurgico d’Europa, che da quel lontano 26 luglio 2012 non si è mai più ripreso. Un processo che è stato contraddistinto, come abbiamo riportato in decine di articoli in tutti questi anni, non solo da certezze scientifiche ma anche da tante stranezze, lacune e a volte clamorosi errori emersi nel corso del dibattimento (durato cinque anni, con quasi 300 udienze, centinaia di teste e migliaia di documenti prodotti).

Tanto è vero che la Corte d’Appello dovrà preliminarmente affrontare tutte le questioni procedurali e solo dopo, nel caso che tutte le eccezioni preliminari siano superate, il merito. Tra le questioni procedurali più importanti sollevate da tutte le difese (come si legge in varie istanze presentate negli ultimi mesi dai legali di molti imputati) vi è senza ombra di dubbio l’annullamento della sentenza di primo grado per incompetenza della Corte di Lecce -Taranto ex art. 11 (Codice di Procedura Penale) in favore della corte di Potenza per legittima suspicione a causa del coinvolgimento di almeno tre magistrati del Tribunale di Taranto e di altri magistrati danneggiati dal presunto reato in quanto residenti o proprietari di immobili interessati dalle emissioni di Ilva. Come è noto, l’art. 11 cpp dispone che i procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di persona offesa o danneggiata dal reato che secondo le norme ordinarie sarebbero di competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d’Appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni o le esercitava al momento del fatto, sono trasferiti davanti allo stesso giudice dove ha sede il capoluogo del distretto della Corte d’appello più vicina. Nella fattispecie Potenza. Secondo la tesi difensiva, tale fattispecie sussisterebbe per i magistrati onorari di Taranto dr. Nicola Russo, dr. Martino Giacovelli e dr. Alberto Cassetta della sezione specializzata agraria di Taranto, che si sono costituiti parte civile nel processo Ilva. Sussisterebbe anche per quei magistrati di Taranto che non si sono costituiti in giudizio come partecipato al giudizio parte civile, ma che sono stati ugualmente danneggiati perché residenti o proprietari di immobili in prossimità di Ilva. E’ questo proprio il caso del giudice Genoviva, al tempo Presidente della terza sezione del Tribunale di Taranto, che infatti evocò il proprio obbligo di astensione ex art. 51 cpc dal partecipare al processo in quanto incompatibile perché comproprietario di un immobile nel quartiere Borgo interessato dalle emissioni Ilva. Non altrettanto hanno fatto i tre giudici di pace Russo, Giacovelli e Cassetta che si sono costituiti parte civile integrando la legittima suspicione di cui all’art. 11. Il dottor Russo, inoltre, aveva anche assistito come avvocato avanti al TAR di Lecce il Comitato Taranto Futura in diversi ricorsi (r. g. 913/10, 914/10, 937/10, 956/10 e 1224/10) tutti contro l’ex Ilva. Unitamente alla mancata astensione della giudice a latere Misserini, il cui fratello avvocato ha difeso il comune di Statte nella causa della discarica Mater Gratiae dell’ex Ilva al Consiglio di Stato (nel giudizio r.g. n. 3702/2014 – sentenza del 2 settembre 2019) dalla quale uscì sconfitto: secondo la ricostruzione dei legali della difesa, l’avvocato Giuseppe Misserini di Taranto patrocinatore del Comune di Statte contro l’ex Ilva riguardante un capo di imputazione nel processo Ambiente Svenduto celebrato dalla sorella. Anche nel giudizio di primo grado il Comune di Statte, assistito dall’avv. Relleva, aveva perso il giudizio ed il legale aveva sconsigliato il Comune a proporre appello. L’appello, con procedimento cautelare, era stato proposto nel 2014 dal fratello della giudice Misserini che non ha reso pubblico l’impedimento ed ha ritenuto di non astenersi nonostante giudicasse l’ex Ilva e la materia fosse oggetto di cognizione del procedimento penale. Per i legali degli imputati questi sono indicatori plurimi e convergenti che il processo sul presunto disastro ambientale dell’ex Ilva non poteva essere celebrato a Taranto ma doveva essere trasferito a Potenza (come sostenuto negli anni da diversi penalisti italiani).

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/05/31/ambiente-svenduto-ecco-le-condanne3/)

Qui però ci tocca fare più di una precisazione. Per ben quattro volte infatti, il collegio difensivo ha provato a spostare il processo da Taranto senza però mai riuscirvi. Il primo tentativo risale al giugno 2014, prima ancora dell’udienza preliminare dinanzi al giudice Vilma Gilli al quale seguì un ricorso in Cassazione: furono entrambi respinti. Poi altri due tentativi furono effettuati nel luglio e nell’agosto del 2017: ma in entrambi i casi prima il presidente del tribunale Franco Lucafò e poi i giudici della Corte d’Appaello di Taranto rigettarono le istanze di ricusazione giudicandole inammissibili. Come si comporterà adesso la Corte d’Assise d’Appello è difficile prevederlo. Negli ultimi mesi da più parti (specie in ambienti vicini agli studi legali che difendono i vari imputati) è emersa la possibilità che il processo possa realmente essere spostato a Potenza: ciò comporterebbe l’annullamento della sentenza di primo grado e farebbe anche decadere il sequestro degli impianti dell’area a caldo del siderurgico. Ma è del tutto inutile lanciare in ipotesi o previsioni: anche perché il diritto è opinabile sino ad un certo punto, dunque non resta che aspettare le eventuali decisioni che la Corte prenderà.

Altre questioni che dovrà affrontare la Corte saranno le contestazioni di diversi legali della difesa sull’utilizzo dell’incidente probatorio nei confronti di imputati che non sono stati parti del detto procedimento, o che vi hanno parzialmente partecipato e l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche delle conversazioni in cui si trattavano le strategie difensive delle numerose posizioni in questione. Senza poi dimenticare la possibilità che per diversi reati sia intervenuta la prescrizione che potrebbe essere rilevata d’ufficio dal Collegio alla prima udienza. E’ il caso in particolare del reato di concussione e quello di disastro doloso (che per entrambi scatta dopo 12 anni).

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/11/29/ambiente-svenduto-ecco-le-motivazioni/)

Ciò detto, sono tanti ancora i nodi da sciogliere all’interno di questo processo. A cominciare, ad esempio, dal mai chiarito caso di presunta corruzione da parte di Archinà nei confronti di un ex perito della Procura (il consulente Lorenzo Liberti), attraverso la consegna, sostenuta dall’accusa e smentita dalla difesa, di diecimila euro in una stazione di servizio nei pressi di Acquaviva delle Fonti sulla A14; per proseguire con il caso che ha riguardato l’avv. amministrativista Francesco Perli, nei confronti del quale si verificò un gravissimo errore di trascrizione di un’intercettazione, sulla quale la Procura aveva di fatto fondato le sue maggiori accuse. Errore che comportò l’interruzione dell’udienza, un ritiro in Camera di Consiglio da parte della Corte d’Assise, la convocazione in tutta fretta del perito nominato dalla Procura che ammisedavanti alla Corte l’errore di trascrizione. In quell‘intercettazione telefonica, grazie alla quale la Procura accusò l’avv. Perli di aver pronunciato la parola ‘inquinato‘ gli atti, lo stesso avvocato semplicemente affermava di aver ‘impugnato‘ gli atti. Passando poi per l’altro grossolano errore nei confronti dell’ex presidente della provincia di Taranto, Gianni Florido. In un’udienza del luglio 2018, venne dimostrato in aula che la frase incriminata che portò gli inquirenti a ritenere l’imputato colpevole del reato di concussione avvenuta e di una tentata ai danni di un altro dirigente della Provincia di Taranto, Ignazio Morrone, che subentrò a Luigi Romandini nella direzione del settore Ambiente, non era mai stata pronunciata. Tra i casi più eclatanti spicca sicuramente quello riguardante l’ex direttore generale di ARPA Puglia, il dott. Giorgio Assennato. condannato a 2 anni poiché accusato di favoreggiamento nei confronti dell’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Secondo l’accusa, Assennato avrebbe taciuto delle pressioni subite dall’ex governatore, affinché attenuasse le relazioni dell’Arpa a seguito dei controlli ispettivi ambientali nello stabilimento siderurgico. Entrambi hanno sempre fortemente negato ogni accusa. Con il dottor Assennato che rinunciò alla prescrizione il che comportò di fatto una condanna raddoppiata. Ciò che lascia fortemente perplessi è che il processo ‘Ambiente Svenduto’ si poggia anche e soprattutto sulle attività di indagini ambientali svolte da ARPA Puglia (oltre che dei dati e degli studi dell’al di Taranto) proprio sotto la direzione del dott. Assennato. Una mole infinita di dati, di indagini, di rapporti, di relazioni che hanno provato, spesso, l’inquinamento prodotto dal siderurgico sotto la gestione Riva (nonostante in molti casi i parametri di legge fossero comunque rispettati). Del resto anche in appello riprenderà la battaglia tra accusa e difesa in merito alle relazioni chimica ed epidemiologica effettuata dai periti nominati dal gip Todisco, sulle quali fu incardinata l’intera inchiesta. Infine, tra i casi più spinosi, le dichiarazioni rese in aula nel febbraio del 2020 da Fernando Severini, teste a prova contraria della difesa, Ispettore del lavoro, responsabile della Sezione di P.G. dell’Ispettorato, Sezione Tecnica, per quarantatré anni, fino al primo dicembre 2012. Al centro delle due udienze, l’inquinamento del I seno del Mar Piccolo e l’attività di indagine svolta dall’ex pm Petrocelli, relativa a delle attività collegate con l’Arsenale di Taranto. Dalle quali emersero chiaramente “che era assolutamente impossibile portare in avanti l’esercizio del bacino per condizioni strutturali precarissime ed estreme condizioni di pericolosità”. Un’indagine che avrebbe dovuto portare al sequestro di diverse aree dell’Arsenale che sarebbe dovuto avvenire la mattina nella quale il tutto venne misteriosamente bloccato. Stendiamo un velo invece sull’esorbitante numero di parti civili, oltre 900 (difese da un numero enorme di avvocati di vari fori che hanno colto l’occasione per farsi un pò di pubblicità e non solo) e che come abbiamo sempre scritto sin dal principio non saranno mai risarcite, così come su quella parte dell’inchiesta che vedeva coinvolti tanti giornalisti locali, stralciata e mai entrata se non per un caso singolo nel corso del processo. L’Ordine dei Giornalisti della Puglia anni addietro aprì un’inchiesta che si è persa nel corso degli anni e di cui nessuno ha saputo più nulla.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2018/10/08/222ilva-ambiente-svenduto-il-ruolo-chiave-delle-intercettazioni/)

Sia ben chiaro, ancora una volta, che qui non si vuol affatto sostenere chissà quale tesi innocentista, anzi (non fosse altro perché chi scrive condusse una battaglia senza quartiere negli anni ante 2012 dalle colonne del quotidiano locale ‘TarantoOggi‘ nei confronti dell’inquinamento dell’ex Ilva al tempo dei Riva, e non solo nei confronti di quello del siderurgico). Ma si vuol semplicemente evidenziare come i tanti casi opachi a carico di alcuni imputati, rendano questo processo tutt’altro che concluso e cristallizzato come taluni credono. Pensando che la magistratura debba supplire alle mancanze della politica e della società civile, usandola come una mannaia nei confronti di chi ancora oggi vuol provare ad intraprendere la strada del confronto e delle soluzioni ragionate e sensate. Esultando per ogni indagine, per ogni inchiesta, per ogni arresto, per ogni rinvio a giudizio, per ogni condanna: ma solo e soltanto se ciò riguarda il proprio ‘nemico’ e avalla il proprio teorema poggiato spesso su preconcetti e presunzioni nel possedere la verità assoluta. La speranza, che dovrebbe appartenere invece ad ogni singolo cittadino, è che ogni dubbio, ogni errore, venga fugato oppure riconosciuto. Perché soltanto così si potrà parlare di giustizia giusta, di stato di diritto rispettato, sia per le vittime che per i colpevoli su quali vige sempre la presunzione d’innocenza sino all’ultimo grado di giudizio. L’art. 533 del codice di procedura che ha come titolo “condanna dell’imputato”, prevede che “Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio”. Non dimentichiamolo mai. Specialmente in questi anni di esasperato giustizialismo degna della peggiore Santa Inquisizione.

(leggi tutti gli articoli sul processo Ambiente Svenduto https://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto&submit=Go)

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