È un bel problema tracciare i contorni di un concerto “di” Pino Daniele senza Pino Daniele. Non un evento con una cover band o una tribute band; nulla di già definito nell’esperienza collettiva del mondo dello spettacolo in stile “Amarcord”, e forse per questo ricadente nelle larghe maglie della “Nero a Metà Experience”, citando l’album miliare del 1980 – spartiacque della storia della musica italiana – con un payoff tutt’altro che vago: “La musica di Pino Daniele suonata dai suoi musicisti”. Tutti insieme allegramente sul palco? Sarebbe più probabile una reunion dei Pink Floyd, considerando l’antica tendenza del cantautore nel raccogliere sul palcoscenico primedonne di corde, tasti e percussioni in perenne collisione “cromatica” fra loro, non avendo mai lesinato nella capacità di rimescolare le carte in tavola. Ma se c’è stato un merito incontrovertibile del bluesman napoletano prematuramente scomparso nel 2015, è quello di essersi circondato di collaboratori e artisti straordinari in ogni singolo disco e tour. Non solo strumentisti ma anche produttori e coautori hanno concorso a portare nei cuori degli italiani un sound non replicabile per tecnica e contaminazioni; frutto di anni di ricerche e di studio, che la sera del 19 aprile è stato esposto in una “data zero” presso il teatro dell’UCI Cinemas Showville di Bari, cui si auspica possa seguire un tour che faccia tappa anche fra i Due Mari…
Lo zoccolo duro di “Nero a Metà Experience”, atteso dalla platea barese sold out, non poteva che essere formato da tre fra i principali musicisti presenti nella formazione originale che incise il terzo album in studio di Pino Daniele: Gigi De Rienzo al basso; Ernesto Vitolo alle tastiere ed Agostino Marangolo alla batteria. Insieme a loro, due “vecchie conoscenze” che hanno contribuito ad armonizzare i ricordi sonori del Nostro: Jerry Popolo ai sassofoni e Osvaldo Di Dio alla chitarra elettrica. Per la parte vocale, invece, si sono alternati Emilia Zamuner, Greg Rega e Savio Vurchio.
Sono le tastiere di Vitolo a dare il benvenuto al pubblico, con un accenno di “Putesse essere allero”, B-side del celebre singolo “Je’ so pazzo” del ’79, staccando sulla prima traccia dell’album che dà il nome allo show: “I say i’ sto ccà” cantata da Greg Rega, che dà subito una bella prova di napoletanità canora. Per tutta la sera è Gigi De Rienzo ad intervallare la musica all’aneddotica profumata di anni Ottanta: «Più passa il tempo, più l’opera di Pino Daniele monta; diventa più grande. Stasera partiamo da quello che ci riguarda direttamente (“Nero a metà”, ndr), ma Pino non può essere “ridotto” solo a quel disco». “Musica musica” con un Savio Vurchio ancora in fase di carburazione traghetta l’inizio del concerto verso “Voglio di più” cantata da Emilia Zamuner, che nonostante la distanza dalle tonalità di Pino Daniele si rivela la mattatrice dello show in quanto ad interpretazione coerente ed intima dei brani.
Altro che “Musica musica”; il ritmo è costantemente interrotto da vecchie storie e siparietti fra i tre highlander di “Nero a metà”. Non sembra di stare seduti sulle poltrone di velluto rosso per un memorial; l’atmosfera è tutt’altro che cineraria e l’assenza di Pino diviene una buona scusa per guardare come giocano i protagonisti senza il loro storico frontman. Sembra, piuttosto, che non vedessero l’ora di riprendere a punzecchiarsi a vicenda, dando molto spazio all’intuizione e all’improvvisazione, ma quando si è fuoriclasse ci si può permettere queste variazioni sul tema: «Vi sta piacendo?», chiede De Rienzo: «A me sì. Pino è stato il musicista dei musicisti; ha formato gli ascoltatori italiani».
Quel ceffone di “Nun me scoccià” e quella carezza chiamata “Quanno chiove” precedono “Lambadina”; brano strumentale estratto dalla carriera solista di Vitolo, meltin pot fra ritmiche brasiliane ed atmosfere progressive. Ma è su “Alleria” cantata da Zamuner che rischia di scendere la lacrimuccia, con un lungo applauso del pubblico, anche per via del precedente flashback di De Rienzo, secondo cui la band scoprì questo brano per puro caso, quando durante un soundcheck a Castellana Grotte nel 1979, Pino Daniele iniziò a suonarlo fra sé. E pensare che riuscì a scrivere un testo del genere a soli 24 anni: “Quant’e haje sofferto ‘o ssape sulo Dio”.
Come nella migliore stand up comedy è poi Marangolo ad impossessarsi del microfono, lasciando piatti e tamburi alle spalle, accennando al suo legame con Bari (città in cui si è trasferito da tempo), ma: «I capolavori si fanno senza pensarci. All’epoca non c’erano leader; star… Facemmo una settimana di prove e decidemmo di incidere “Nero a metà”, così andammo a Carimate nel miglior studio di registrazione. Io e Pino partimmo insieme, poi ci raggiunsero gli altri. Dovevamo scattare le fotografie richieste dalla produzione per la copertina nelle campagne vicino Siena, ma aveva piovuto e quel pomeriggio Pino si ritrovò nel fango. Il fotografo gli impose di scattare una foto con la chitarra a tracolla e Pino la prese ancora più storta, poiché non l’aveva portata con sé (la tracolla, ndr), così gli prestai la mia sciarpa gialla da usare a mo’ di cinghia (come si vede dall’iconica cover, ndr). Arrivammo a Carimate in questo castello, e il proprietario dello studio ci aprì vestito con l’armatura, e Pino mi disse che lì avremmo trovato i fantasmi e che non voleva dormirci, così dividemmo una doppia in hotel. Oggi è impensabile che l’“artista” e il suo batterista dividano la stanza. Noi eravamo amici; suonavamo per fare musica. Non ci interessava niente, avevamo 26 anni… Raccontaglielo oggi! (ai giovani artisti contemporanei, ndr)». E poi, quasi un pettegolezzo: «Cenammo e Pino si ricordò che l’indomani avrebbe dovuto consegnare un pezzo a Loredana Bertè: prese la chitarra e in 35 secondi compose “Buongiorno anche a te”».
Il giro prorompente di “Je so’ pazzo”, da “Pino Daniele” del 1979, riporta il pubblico coi piedi ben piantati nel giradischi, ma poi De Rienzo riprende la novella: «Giravamo l’Italia su palchi improbabili; dormivamo dove capitava. Ernesto Vitolo veniva da due anni con Eugenio Finardi e ci raccontò un gioco che facevano. Consisteva nel gridare a caso nomi inventati e a Pino piacque… Immaginate una notte a Imola, con le strade deserte, sentire urlare dal balcone…». C’è una pausa, poi: «RAMARRO BILINGUE!», tuona Vitolo sollevandosi dalle tastiere. Ed è così che si apre quella pagina di diario chiamata “A testa in giù”, che nel suo ritornello porta il distico: “Per gridare qualche nome/Che ho inventato e non lo so”.
La molto più recente “Dubbi non ho” da “Dimmi cosa succede sulla Terra” del 1997 fa cantare tutti, ma la big band riporta la platea nell’introspezione con l’inattesa esecuzione di una raffinatezza di Pino Daniele: “Che ore so’” da “Ferryboat” del 1985. Napoli, si sa, è un posto tutto particolare del mondo dove, come dice De Rienzo: «I napoletani danno un senso estremo a tutto, perché la città vive un sensazione di accerchiamento come se il mondo la cingesse d’assedio, ma così non è». Forse e per questo che, dalle parole del bassista, traspare come le edicole raffiguranti santi e madonne siano state soppiantate, nel tempo, da rappresentazioni “religiose” dei personaggi più esplicativi di Napoli, come nel caso dei murale dedicati a Maradona, De Filippo, Troisi, Totò e, naturalmente, anche a Pino Daniele. «Ma c’è un brano che mette insieme tutti questi miti ed è “Quando”», confessa il bassista.
Forse il pezzo del 1991 inserito nell’album “Sotto ‘o sole”, anche grazie al ruolo narrativo giocato nel coevo film “Pensavo fosse amore… invece era un calesse” dell’amico Massimo, è fra i più conosciuti e cantati di Pino Daniele, rivestendo un ruolo quasi mitologico nella canzone melodica italiana. Ma per De Rienzo non è un caso che nascano queste canzoni: «Bisogna suonare e studiare come dei disperati». In scena, poi, va una versione di “Sotto ‘o sole”, mai incisa per “Nero a Metà”, più per decisione di EMI Italiana che il resto. Invero, l’archetipo del brano risaputo dai più, presenta sonorità molto più glam, intrise di anni ’80 fra samba, lambada, jazz e soul. Sarà per questo che Marangolo si diverte ad accennare un assolo di batteria proprio qui.
“Je sto vicino a te” e una “Chi tene ‘o mare” ad alta intensità, anch’esse estratte da “Pino Daniele” del 1979, si succedono rapidamente per portare il pubblico all’esplosione di un brano al sapore fortemente autobiografico del Nostro, estratto dal title album della kermesse: non per niente, al termine dell’ultimo giro di “A me me piace o Blues” gli artisti si inchinano, per poi tributare il pubblico festante con una doppietta d’obbligo ben servita come bis. Tutti in piedi: l’inarrestabile “Yes I know my way” da “Vai mo’” del 1981 e la poetica e recalcitrante “Napule è” da “Terra mia” del 1977, recitata in coro con i flash dei telefoni accesi, segnano il sipario di una produzione di altissimo livello che non può essere definita con un giudizio estetico, ma va osservata con sguardo storico, documentaristico; altresì teleologico. Lì dove si pensa di andare ad ascoltare la musica di Pino Daniele, si finisce per ritrovarsi dinnanzi ad un excursus biografico pienamente dignitoso, che non sfocia mai nel linguaggio caricaturale, complici le redini visibilmente strette nelle sagge mani di Gigi De Rienzo. E a chi si aspettava di assistere a un semplice concerto di puro intrattenimento, Pino Daniele avrebbe risposto qualcosa come: “Tengo ‘a cazzimma e faccio tutto quello che mi va/Pecchè so’ blues e nun voglio cagnà’”.







