Il 10 maggio i tarantini celebreranno San Cataldo, patrono della città, portando in processione prima via mare e successivamente per le vie di Taranto, la statua del Santo vissuto nel VII secolo. Cataldo proveniva dall’Irlanda, terra in cui la cristianizzazione avvenne nel 432 ad opera del missionario britannico Patrizio, su mandato di Papa Celestino I. Proprio all’apostolato di Patrizio, infatti, si deve lì la diffusione del cristianesimo ispirato al paganesimo celtico; lui dunque, non presentò una dottrina austera ed estranea al folclore religioso irlandese, bensì amalgamò la tradizione indigena con quella cristiana.

L’isola, priva di organizzazione amministrativa e di città, era suddivisa in gruppi tribali favorevoli per propria costituzione ad essere trasformati da (San) Patrizio in Diocesi e in monasteri, che costituivano non solo i centri spirituali delle comunità, ma anche e soprattutto centri culturali. Il “nostro” San Cataldo, apparteneva perciò possibilmente ad una di queste comunità monastiche, approdato a Taranto in peregrinatio pro Christo o pro amore Dei. Il pellegrinaggio per dedicarsi all’evangelizzazione in terre lontane, che conferiva prestigio spirituale a chi sceglieva di intraprenderlo, riscontra infatti una notevole diffusione in Irlanda. Molti monaci irlandesi dal VI all’XI secolo abbracciarono questo esilio per amore di Dio come particolare forma ascetica.

La leggenda agiografica di San Cataldo a Taranto venne alimentata anche dal ritrovamento della famosa crocetta aurea, ritrovata sulle spoglie del Santo dall’Arcivescovo Drogone nel 1071, durante il rifacimento normanno della cattedrale e che venne datata al VII secolo. Sul fronte vi è inciso il nome Cataldus, mentre sul retro vi fu apposta successivamente (XI sec.) la scritta Cataldus Ra: Chav. Attualmente questa crocetta, e parte del cosiddetto tesoro di San Cataldo, ricostruito grazie a una minuziosa descrizione che l’Arcivescovo Brancaccio stilò nel 1576 basandosi su un precedente inventario dell’Arcivescovo Giovanni Maria Puderico, può essere ammirato nelle incantevoli sale del Museo Diocesano di Taranto.

* a cura di Fabiola De Lorenzo (Archeloga)

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