Quanto conta un premio nella vita di un essere umano? Poco, forse nulla, oltre alla vanagloria di issarlo per il tempo necessario ai flash patinati. Esistono premi per qualsiasi cosa, spesso foraggiati da cordate politiche, compagini mosse da forti interessi economici o ambienti votati a un determinato tema sociale: tutte condizioni che, in qualche modo, finiscono per svilire il lavoro dei vincitori. Come dimenticare la pietra scagliata con innato ed elegante sarcasmo da Massimo Troisi, in occasione di una storica ospitata da Pippo Baudo, all’epoca conduttore di “Domenica In”, in merito alla “Caravella di legno d’oro” che l’attore napoletano si aggiudicò per l’interpretazione di Pulcinella nel film di Ettore Scola “Il viaggio di Capitan Fracassa” (1990). Purtroppo, però, capita che questa splendida umiltà d’animo volta a una sana accettazione dell’estemporaneità dei riflettori che illuminano le stelle sia latitante e, quando la si ammira negli occhi di chi viene indicato come “numero uno” di qualcosa, è sempre una sorpresa.

È un discorso assolutamente replicabile su scala internazionale, probabilmente, anche a causa della sovraesposizione dettata dai social network, in cui un blasonato attore o cantante si ritrova nelle condizioni di proferire la sua sciocchezza quotidiana in barba a qualsivoglia ponderazione. A dirla tutta, però, la musica sta cambiando da un pezzo: persino agli alti livelli dei salotti romani, straordinariamente canzonati da Paolo Sorrentino ne “La grande bellezza” del 2013, sembra che ci si sia resi conto di un pericoloso slegamento fra la performance e la rispondenza d’essa nell’animo del fruitore del mezzo artistico. Un’Italia appesa alle polemiche di una parte della Rai, che accusa il Governo Meloni di censura – come se fino a ieri la rete pubblica avesse, sostanzialmente, concesso la libera espressione (ma quando mai; non c’è sinistra, destra o antipolitica che abbia desistito dal nutrirsi del proprio potere ed ego, tanto estemporaneo quanto i riflettori di cui supra, attuando misure di controllo che non hanno mai incarnato il dettato democratico sin dal primo giorno di Repubblica) – si è ritrovata dinnanzi a una clamorosa edizione dei David di Donatello, in cui i peli sono rimasti solo sulla lingua di un Carlo Conti meno brillante del solito e di un’Alessia Marcuzzi che, in passato, ha dato prove molto migliori della sua simpatia. Forse il cinema è una “cosa di sinistra”, per dirla alla Nanni Moretti, e lo è dal Secondo Dopoguerra; ma la televisione ha sempre portato il colore dei suoi padroni. Il fatto che questo colore, oggi, assuma sfumature indigeste al sacrosanto antifascismo, spiega da sé l’indolenza di un universo politico bisognoso di riconciliarsi con la propria base elettorale, anziché spendere energie nell’urlare “a lupo a lupo”.

È divertente, però, quando dinnanzi al padrone trionfa la reattanza. Anzi, non è divertente, è proprio una poesia quando “Palazzina Laf”, il film primogenito del regista tarantino Michele Riondino, occupa il palinsesto serale della Rete Ammiraglia, portandosi a casa tre statuette dell’Accademia del Cinema Italiano (su cinque candidature totali). Il pubblico riunito presso lo Spazioporto di Taranto, impegnato in una seduta televisiva collettiva – a tratti “spiritica”, tanta era la speranza nel risultato – come si faceva negli anni Cinquanta, ha tifato con tutto il cuore affinché il film che narra il primo caso di mobbing in Italia, avvenuto nell’ex Ilva di Taranto, conquistasse i meritati titoli. Elio Germano come miglior attore non protagonista; Antonio Diodato per la miglior canzone originale con “La mia terra” e lo stesso Michele Riondino nelle vesti di miglior attore protagonista – in ordine di annuncio – sono entrati nelle case degli italiani con la vittoria delle rivendicazioni politiche, giuridiche, ambientali, sanitarie, economiche e sociali di un popolo drogato dalla grande industria. Come nel miglior aleph borgesiano, la poesia contiene ulteriore poesia: la serata dei David, grazie ai contenuti promossi da candidati e vincitori (basta pensare a “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi o a “Io Capitano” di Matteo Garrone), è stata così pregna di valori democratici contro la violenza di genere, contro i totalitarismi, contro il razzismo, contro lo sfruttamento, contro la guerra, che porre recriminazioni in ordine alle tematiche affrontate ed ai David conferiti, risulterebbe a dir poco velleitario.

Ma, tornando sulle rive di Mar Piccolo, c’è da raccontare una cosa importante: se è vero che i David di Donatello sono stati vinti nel merito da Riondino, Diodato e Germano, è una città intera ad aver trionfato; una comunità che, sentendosi abbandonata da tutta la politica, si è espressa nell’unico modo possibile per riconoscere se stessa e, cioè, attraverso l’arte. Il fatto che essa abbia assunto connotati cinematografici e musicali, è sommatoria di una serie di condizioni che si sono verificate da un po’ di tempo a questa parte. Non è un caso che “Palazzina Laf” fosse accompagnato da “Comandante” e “Disco Boy” in quest’avventura dei David; tutti film strettamente legati a Taranto a vario titolo come spiegato in quest’articolo. Sono le stesse affermazioni dei tre premiati che conducono a una seria riflessione sul mutamento in atto in terra ionica: l’avversione allo stato in cui riversa la realtà siderurgica, nota ai più come ex Ilva, non si delinea soltanto come dichiarazione di scienza, ma affonda le sue radici in un afflato popolare che narra una metamorfosi pienamente in atto, nonché auspicabilmente contagiosa di una politica industriale che miri alla tutela del lavoro quale principio fondante dello Stato sociale, non solo privilegiando il diritto a vivere in un ambiente salubre e a godere di buona salute ma, soprattutto, mirando a un neoumanesimo che inverta la rotta del precariato, delle morti bianche, delle malattie, degli infortuni professionali e del mobbing.

Lì dove non arriva la politica, giunge l’arte. Se è vero che con una buona pellicola non si può risolvere una delle vertenze industriali più grosse della memoria italiana, è altresì vero che attraverso la sua diffusione è lecito pensare di perorare la coscienza sociale del Paese. Una rondine non fa primavera, ma la massa critica può riuscire a cambiare la storia: strano a dirsi, ma la democrazia funziona proprio così. L’arte, in questo caso il cinema, resta l’ultimo mezzo capace di mettere spalle al muro i responsabili impuniti di una vicenda che, giorno dopo giorno, assume tratti più grotteschi e facinorosi, guardandosi bene dal fornire risposte a tutela dei diritti costituzionali dei cittadini.

One Response

  1. TARAS, CITTA’ ETERNA…

    …di storia e cultura
    capitale nel tempo di civiltà Magno Greca,
    famosa nel mondo per i tuoi ori sognanti.
    Nelle viscere tue continue scoperte:
    nel sogno… ombre e luci
    di gesta passate nell’immota loro sacralità.
    Colonne di antica progenia e di Oraziana memoria
    a guardia del tuo antico borgo,
    sorvegliato nel tempo
    in simbiosi ad antica feudale fortezza
    e bronzei perenni di marinai al saluto
    con mani levate al cielo
    su piedistallo di fresca memoria.
    L’incuria del tempo
    e l’umano egoismo,
    ti ostano nell’essere quell’isola felice
    riflessa sul piccolo grande mare vicino.
    Città bimare con ponti sognanti,
    famoso quello che le braccia apre
    accogliendo il turista e della Patria il servitor,
    con solenne saluto alla bandiera
    al passaggio di navi in pompa magna.
    Palazzi austeri e cieli di storia
    sempre specchianti nelle azzurre acque
    di un mare splendente,
    ricco di pesci, frutti e sapori nostrani,
    con cozze famose in ogni dove,
    grazie a uomini sempre fra le onde
    nell’ eterno sacrificio
    di un lavoro da salvare e vite da sfamare.

    Nel dorato luccichio di una terra baciata dal sole,
    Taras nel segno di Nettuno
    con il suo tridente a cavallo di un delfino,
    nel tempo perpetua popoli e civiltà,
    nella storia infinita della sua immortalità.

    Antonio Bicchierri

    POETA SANGIORGESE PLURIPREMIATO IN ITALIA ED ALL’ESTERO CON NUMEROSI RICONOSCIMENTI LETTERARI

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