Da qualche anno il campanellino d’allarme sul calo delle nascite diventa sempre più assordante. Nel 2023 è stato registrato un nuovo minimo storico delle nascite in Italia, ormai stabilmente ferme sotto le 400mila unità, con un calo del 3,6% rispetto all’anno precedente. In particolare i dati Istat mostrano come nelle regioni del Sud, dal 2002 al 2023, ci sia stata una denatalità paria al 28,6%. Insieme al Dott. Emilio Stola, Direttore del reparto ostetricia e ginecologia dell’Ospedale S.S. Annunziata, abbiamo approfondito le criticità che coinvolgono la comunità jonica (la provincia di Taranto è passata da 3475 nati nel 2022 a 3402 nel 2023.).

Come mai c’è stata questa diminuzione dei nati?

“È il risultato dell’importante cambiamento sociale verificatosi in questi anni: i giovani hanno modificato il modo di orientarsi nei confronti del futuro, del lavoro e della costruzione di una famiglia. In passato, e parlo di oltre 40 anni fa, quando ho iniziato la mia attività si percepiva nelle coppie la voglia della costruzione della famiglia, questo rappresentava un elemento potenziante per il futuro e non un ostacolo per il lavoro”.

Quali sono i fattori che incidono maggiormente su questo cambiamento demografico?

“Attualmente l’incertezza del futuro, il raggiungimento di una sicurezza economica e l’occupabilità possono rappresentare un ostacolo per dare vita a un progetto familiare e forse genitoriale alle nuove generazioni. La conseguenza è che meno famiglie, meno genitori, meno figli. Nella mia esperienza lavorativa il valore della maternità e della paternità sono temi privati e delicati. I giovani tendono a finire gli studi e ad uscire dal nucleo familiare in ritardo. Si ritrovano a dover affrontare la responsabilità di una nuova vita, a dover badare a sé stessi e a pensare di accudire un futuro figlio. Questo provoca dei timori che li bloccano e non permettono di andare avanti”.

Senza omettere le difficoltà che, ancora oggi, le donne devono affrontare sui luoghi di lavoro…

“Si, le donne devono spesso rinunciare o rimodulare l’attività lavorativa a causa degli impegni familiari, per poter lavorare sono costrette a rinunciare all’allattamento. In altri casi invece, devono poter scegliere se fare progressioni di carriera oppure avere la vita privata che desiderano. Per consentire la costruzione di un progetto genitoriale bisogna tornare a dare valore e pari opportunità alle donne, che non devono vivere di rinunce”.

Quali interventi dovrebbero attuare le istituzioni per fermare questo declino demografico?

“Sulla base dei fattori economici, sociali e culturali si potrebbe investire su un welfare a sostegno della genitorialità che va dai trasporti agli asili nido, materne, elementari, e scuole a tempo pieno per tutti, come si fa nei Paesi del nord. Come anche riflettere sui modelli educativi iper-digitalizzati che si stanno impossessando delle istituzioni e che si correla col declino delle competenze di base dei bambini”.

In questo delicato momento storico, quale ruolo ha la figura professionale del ginecologo?

“Stiamo cercando, nel nostro piccolo e grazie alla nostra esperienza, di far recuperare ai giovani il valore sociale della maternità, sia come esperienza formativa individuale sia come bene comune. Sono in atto programmi di informazione per i cittadini, per gli alunni delle scuole superiori sul ruolo della fertilità nella loro vita, sulla sua durata e su come proteggerla. Inoltre stiamo ampliando la rete di assistenza sanitaria qualificata per promuovere interventi di prevenzione e diagnosi precoce al fine di curare le malattie dell’apparato riproduttivo e intervenire, ove possibile, per ripristinare la possibilità di avere un figlio consapevolmente ed autonomamente. Infine non deve mai venir meno l’empatia e l’empowerment nei confronti della donna e della coppia”.

Un altro dato preoccupante emerso negli ultimi anni è la contrazione dei punti nascita…

“Purtroppo è la naturale evoluzione quando la domanda di assistenza si riduce. Non servono tanti punti nascita, ma servono punti nascita sicuri. I criteri di accreditamento di un punto nascita sono stringenti. I requisiti strutturali, organizzativi e tecnologici hanno un costo per la collettività. Già nel 2010 il Ministero della Salute e le Società Scientifiche hanno condiviso che un punto nascita con pochi parti non rappresenta in termini di sicurezza la soluzione ideale per quanto riguarda madre e nascituro. La grave carenza di personale medico non consente di rispettare i requisiti minimi organizzativi, ecco perché l’offerta in questo momento, deve essere strutturata nel modo più sicuro per le madri e per i neonati, anche a scapito della comodità logistica”.

Ci sono speranze per il futuro…

“Nel colloquio quotidiano con le coppie diventano sempre più grandi gli ostacoli nei confronti del progetto genitoriale che porta, di conseguenza alla contrazione del numero delle nascite, alla scelta di posporre o rinunciare alla famiglia. Detto ciò, l’unica azione da compiere può essere sintetizzata in un invito ad aiutare i figli a diventare genitori”.

 

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