Vivere e governare le proprie emozioni con consapevolezza, perché se evitate, potrebbero investirci. Letteralmente. E potrebbero influenzare, negativamente, anche chi ci circonda. Questo è il messaggio lanciato ieri sera, sul palco del Teatro Orfeo, durante lo spettacolo “Quel che provo dir non so” di Pierpaolo Spollon l’attore veneto noto al pubblico per aver recitato nelle fiction RAI come “Doc, nelle tue mani”, “Blanca”, “Che Dio ci aiuti” o “L’allieva”. Attraverso un excursus autobiografico, Spollon racconta con la sua solita ironia, intelligente, per la prima volta al pubblico – e ci riesce molto bene – il rapporto con i suoi sentimenti, dell’importanza di imparare a riconoscerli e di saperli accogliere. Illustra una rassegna di emozioni che scandiscono, passo dopo passo, gli avvenimenti più importanti della sua vita, spesso anche commentati burlescamente dalla voce fuori campo del collega “irraggiungibile in tutto” e amico, Luca Argentero. Pierpaolo “Cippolon” (per chi sbaglia il suo cognome, com’è accaduto al Festival di Venezia) anche se è riuscito a diventare un attore, si sente il solito ragazzino buffo e impacciato, come quando aveva sei anni e sua madre lo vestiva in maniera estrosa. Ci sono tutte: dall’imbarazzo, alla soddisfazione, l’ironia, la felicità ma anche la paura, tanta paura: è quest’ultima ad avergli ispirato questo copione, nonché a indurlo alla sana abitudine di sottoporsi alle sedute di psicoterapia. La paura, molto intensa, l’ha provata nel momento importante della sua vita, ovvero quando è diventato per la prima volta padre. Intervistato ieri sera a fine spettacolo, dal Corriereditaranto.it, racconta che Taranto le è piaciuta molto, nonostante abbia avuto difficoltà “a trovare parcheggio”. Inoltre, come ha ripetuto anche sul palco, l’ha divertito la piacevole ossessione dei tarantini riguardo il buon cibo.
Il suo spettacolo è un invito ad abbracciare le proprie emozioni. Come lo spiega ai giovani? “Madonna, che responsabilità!” sorride Spollon, mentre con una mano si tocca la fronte e ci chiede, espressamente, che questa esclamazione venga riportata. Poi riprende: “Non posso dirgli, nient’altro, se non di fermarsi un attimo. Scorre tutto troppo veloce, senza che ce ne rendessimo effettivamente conto. È la stessa cosa che è capitata anche a me, fino a quando qualche anno fa, ho capito che avrei dovuto fermarmi per apprezzare le cose che accadono. Dunque, li invito a fermarsi”.
Dal filo conduttore delle emozioni è emerso il suo sentirsi spesso fuori posto: infatti, racconta che la sua prima emozione metabolizzata sia stata l’imbarazzo. C’è stato un momento che ha capito di sentirti al posto giusto? “No, non mi è ancora capitato – ride – ed è strano! Credo, in primis, che sia difficile trovare il posto giusto, perché non esiste davvero, nonostante la continua ricerca di nuovi stimoli. Piuttosto, se ci si fermasse un attimo a pensare a sé stessi, magari mettendo nero su bianco una linea della nostra vita, riusciremmo ad apprezzare di più la qualità del nostro tempo”.
Lei l’ha fatto? Ha tracciato la sua linea della vita? “Si e sono molto contento di quello che visto negli ultimi quindici, venti anni”.
Al netto dei pregiudizi, che ha citato durante il monologo, verso mestieri come la recitazione, quest’ultima è un lavoro. Secondo lei, come le nuove generazioni si approcciano al mercato del lavoro? Crede che siano disposte a sacrificarsi come un tempo? “Non sono uno di quelli che critica i ragazzi. Anzi, credo che le nuove generazioni siano coraggiose e altrettanto appassionate, nonostante vivano dei tempi più difficili rispetto i nostri nonni o genitori. Ci sono tanti ragazzi che credono e sostengono cause importanti, che scendono in piazza per l’ambiente o per le guerre. Resistete giovani, continuate a crederci e non mollate!”
Perché crede siano tempi difficili? “Perché siamo tutti polarizzati, sconnessi e allontanati, soprattutto a causa della tecnologia. A tal proposito, sul concetto di distanza, mi viene in mente una frase che mia nonna, di ottanta e fischia anni, mi ha ripetuto più volte: Pierpaolo, anche se noi abbiamo vissuto sotto le bombe, eravamo assieme. Vicini! Ecco, è questa è la grande e triste verità”.
Per la prima volta, dopo tanti anni, svela al pubblico un po’ di sé. E lo fa attraverso il racconto di aneddoti personali, la maggior parte caratterizzati dalla presenza di genitori dalle personalità molto forti. Che genitore è Spollon o vorrebbe essere? “Sono molto contento della persona che sono, perché credo di essere buono, gentile con chi mi circonda e che non ha mai fatto del male a nessuno. Credo siano delle qualità importanti, al giorno d’oggi. E vorrei essere esattamente come i miei genitori, anche perché se riuscissi a fare almeno la metà di quello che hanno fatto loro, sarei ancora più soddisfatto e felice. Nonostante siano stati un tantino stronzi….” sorride.
Durante il suo monologo non sono passate inosservate un paio di battutine politiche, sui comunisti “cattivi, che mangiano i bambini” o sulle smorfie di Matteo Renzi. Spollon, lei oggi chi vota? “Eh… questo è un problema! L’anno scorso è stata la prima volta che non sapevo chi scegliere. È stato molto difficile” conclude, con un velo di amarezza.