A tre giorni dalla sua naturale scadenza, i commissari straordinari di Ilva in AS e di Acciaierie d’Italia in AS hanno sottoscritto una nuova proroga dell’accordo di investimento e patto parasociale originariamente siglato il 10 dicembre 2020 (la seconda dopo quella sottoscritta il 31 maggio 2022 che rinviava al 31 maggio 2024 la sua naturale scadenza), rinviando la sua conclusione al 31 maggio 2030. Ad annunciare la conclusione dell’operazione che scongiura per ora la chiusura del siderurgico tarantino, resa inevitabile dopo l’uscita del socio privato ArcelorMittal e l’avvio dell’amministrazione straordinaria della società, è stato Giancarlo Quaranta, commissario straordinario di Acciaierie d’Italia, ascoltato in commissione Industria del Senato sul Dl agricoltura che contiene anche norme sulla ex Ilva di Taranto, presente col commissario Davide Tabarelli. “I subentranti, in questo caso i commissari straordinari di Acciaierie insieme ai commissari straordinari di Ilva in amministrazione straordinaria hanno stipulato nella giornata di ieri il contratto di affitto che proroga l’attuale in scadenza il 31 maggio fino al 2030, considerando che, in questo caso, la gestione operativa degli stabilimenti della società verrà svolta dai commissari di Acciaierie in amministrazione straordinaria. Questo ci consente ora di dire con certezza che a valle del 31 maggio 2024 l’azienda avrà una sua storia perché, grazie alla firma del contratto stipulato tra Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie in amministrazione straordinaria, quest’ultima potrà continuare a gestire impianti dal punto di vista industriale” ha dichiarato Quaranta.
(rileggi il nostro articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/05/31/acquisto-ex-ilva-closing-slitta-al-2024/)
Il 2030 non è una data qualunque. E’ l’anno in cui finirà la gratuità di quote di emissione di anidride carbonica e l’anno in cui è previsto il fine campagna dell’altoforno 4, l’unico attualmente in marcia nel siderurgico tarantino al minimo delle sue capacità produttive (4500 tonnellate di ghisa giornaliere rispetto alle potenziali 16500). Perché gli altri due, l’1 e il 2 (quest’ultimo lo si vorrebbe riattivare in autunno) attualmente fermi e bisognosi di interventi di manutenzione strutturali, termineranno la loro attività produttiva ancora prima secondo le previsioni fornite già anni fa. Il che significa che nel 2030 l’ex Ilva avrà tutti gli altoforni spenti (a meno che l’Unione Europea non sposti più in là il termine attuale). E che se nel frattempo non saranno stati costruiti almeno due forni elettrici (e prima ancora l’impianto di produzione del preridotto) e congiuntamente non sarà stata garantita la possibilità di ottenere energia e gas a basso costo, nel 2030 si scriverà per sempre la parola fine alla produzione di acciaio a Taranto.
(rileggi il nostro articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/04/05/lex-ilva-sulla-strada-della-dismissione/)
Tornando alla più stretta attualità, l’ultimo decreto in questione. prevede il trasferimento di 150 milioni di euro dal patrimonio destinato per gli interventi su 28 aree esterne al siderurgico in capo ai commissari straordinari di Ilva in AS ad Acciaierie d’Italia in AS. “I 150 milioni verranno spesi per garantire la continuità di marcia degli impianti perché senza la continuità di marcia non potremmo neanche immaginare un futuro di questa azienda – ha chiarito il commissario Quaranta -. Garantire la marcia a livello oggi minimo possibile perché abbiamo trovato una azienda di cui su tre altoforni uno solo è in marcia e anche a livelli produttivi ridotti. Piano piano stiamo recuperando la funzionalità di un altoforno. Grazie all’azione che ci consentirà di fare questa disponibilità economica, immaginiamo di recuperare anche un secondo altoforno, per poterlo porre in marcia al termine della stagione estiva”. Il commissario straordinario ha poi detto che “i lavori necessari per consentire ciò sono non pochi. È stato stabilito di rendere disponibili ulteriori 150 milioni provenienti dal patrimonio destinato. Questa disponibilità economica occorrerà all’azienda per portare avanti il ‘piano di ripartenza’ che abbiamo elaborato in questi primi mesi e al fine di consentire, da un lato, la ripresa produttiva dello stabilimento, dall’altro garantire l’esecuzione dell’attività di manutenzione atte a garantire l’affidabilità degli impianti, sia dal punto di vista della sicurezza che di livelli produttivi e qualità dei prodotti. Questo permetterà anche di assicurare l’occupazione dei diretti dell’Acciaieria”. “Noi il piano industriale lo abbiamo elaborato e reso disponibile, tant’é che è stato consegnato anche alla Commissione europea per poter procedere all’autorizzazione della concessione del prestito. Perché altrimenti non ce la faremmo, perché una delle condizioni per poter consentire all’azienda di sopravvivere è quello dell’ottenimento del prestito, senza possiamo dire che l’azienda sarà ferma – ha detto ancora il commissario straordinario di Acciaierie d’Italia -. Abbiamo definito un piano industriale che opera nella direzione di poter dimostrare che quanto in qualche modo preventivato come valore del prestito ponte di 320 milioni potrà dall’azienda essere restituito. Di conseguenza è stata valutata una strategia di produzione dell’azienda finalizzata a dimostrare che nel tempo il prestito di 320 milioni verrà totalmente restituito (operazione sulla quale si dovrà esprimere in via definitiva la Commissione Europea che potrebbe avanzare eventuali contestazioni per aiuti di Stato, anche se già in passato autorizzò operazioni identiche da parte dei governi che si occuparono del fallimento dell’ex Ilva spa)”.
A beneficio dei lettori, ricordiamo che questi 150 milioni di euro si sommano ad altri 150 milioni di euro (quest’ultimi già bloccati dal governo Draghi per progetti di decarbonizzazione) prelevati come detto dal patrimonio destinato di Ilva in amministrazione straordinaria, il quale a fine marzo scorso aveva ancora risorse pari a 464 milioni rispetto al 1,157 milioni di euro della dotazione iniziale. Lo si evince dalla relazione del servizio studi di Camera e Senato a proposito del dl Agricoltura n. 63 del 2024 – attualmente al vaglio della commissione del Senato – che ha consultato le ultime relazioni dei commissari di Ilva in AS. Finalità del patrimonio destinato, costituito anni addietro dalle risorse sequestrate all’estero al gruppo Riva e rientrate in Italia attraverso il Fondo Unico Giustizia – come detto gli interventi su tutte le aree esterne che non rientrarono nell’addendum all’accordo sottoscritto nel settembre del 2018 con il socio privato ArcelorMittal. Come abbiamo riportato in tutti questi anni e si evince dalle ultime relazioni dei commissari di Ilva in AS, le risorse sono concentrate in tre aree: 540 milioni ad AdI, 467 a Ilva in AS e 150 per le attività di decarbonizzazione come stabilito nel 2022 col decreto 21. In particolare, dei 540 per AdI, 390 sono per la decontaminazione e 150 per la continuità operativa (sono i primi 150 milioni erogati col dl n. 19 di quest’anno). La quota di Ilva in AS, invece, prevede 455 milioni per la decontaminazione e 12 milioni per il pagamento degli interessi sul finanziamento dello Stato (il finanziamento è quello di Cassa Depositi e Prestiti erogato nel 2015 col dl n. 191). Sull’utilizzo delle risorse, la relazione riferisce che altri 6 milioni sono per spese generali, 159 per il finanziamento della gestione ordinaria Ilva per il pagamento del debito della stessa Ilva, 112 per le attività di tutela ambientale e sanitaria di Ilva e 201 per le stesse attività da parte di Acciaierie d’Italia. Inoltre, ci sono 42 milioni di anticipi erogati ad AdI, 10 milioni per pagare il personale interno utilizzato per attività di tutela ambientale e sanitaria, 150 assegnati qualche mese fa col dl 19/2024 e un milione di crediti Ilva verso Ilva gestione ordinaria. Detratte tutte le voci, di un miliardo e 157 milioni rimangono quindi 464 milioni, compresi i 150 postati sulla decarbonizzazione.
(rileggi il nostro articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/05/24/procedono-le-bonifiche-nelle-aree-ex-ilva/)
Il commissario straordinario Quaranta si è poi soffermato sul problema legato ai debiti vantati nei confronti dei creditori ed in particolare delle aziende che operano nell’indotto del siderurgico. “L’entità dei debiti della società verso i fornitori si è via via concretizzata nel tempo. Abbiamo provveduto a certificare i crediti sulla base di quanto registrato da Acciaierie. Il confronto con Sace è in fase abbastanza avanzata, il lavoro prosegue, ha richiesto più tempo poiché il livello di sofferenze è risultato più elevato di quello preventivato. Siamo partiti da una sofferenza dichiarata in un certo modo per trovarcene altre che probabilmente saranno tre-quattro volte superiori” ha detto ancora Quaranta, a proposito della certificazione dei crediti dell’indotto che lavora col polo siderurgico. Si tratta delle fatture, relative a lavori eseguiti, che le imprese dell’indotto hanno emesso verso la gestione di Acciaierie precedenti all’amministrazione straordinaria e che non sono state pagate. Per queste attività dell’indotto, la società pubblica Sace ha predisposto misure finanziarie di sostegno.
A tal proposito però, il Consiglio Generale di AIGI (l’associazione a cui sono iscritte oltre 50 aziende che operano nell’indotto del siderurgico) ha deliberato di non partecipare alla prevista audizione informale in seno alla 9ª Commissione del Senato su ddl 1138 (d-l 63/2024 – Agricoltura e imprese di interesse strategico) in quanto, dopo aver più volte incontrato i rappresentanti del Governo ed averli informati circa le problematiche irrisolte dell’indotto e nonostante tutti i tavoli ai quali AIGI ha presenziato supportando anche le scelte e condividendole, “ad oggi le aziende dell’indotto sono abbandonate e sono alle prese con un fallimento preannunciato” affermano dall’associazione. “Sotto gli occhi della seconda amministrazione straordinaria si sta manifestando l’inesorabile processo che provocherà la morte dell’indotto. Oggi, lentamente, le aziende di AIGI, saranno costrette a chiudere i battenti per almeno il 60% dei casi e a ridimensionarsi in maniera drastica per il rimanente 40% – denuncia AIGI -. AIGI ha supportato il Governo e le istituzioni e con forte senso di responsabilità ha ripreso le attività il 24 marzo scorso per il bene dello stabilimento, riprendendo le attività di manutenzione, forniture e trasporti. Nelle molteplici interlocuzioni avute con ogni istituzione coinvolta nella soluzione della crisi è sempre emerso che l’attenzione rivolta all’indotto avrebbe prodotto risoluzioni in tempi ragionevoli. È comunque opportuno ribadire che la lenta ripresa non potrà mai ristabilire la perdita di più di 150 milioni del 2015 e più di 120 milioni dell’anno 2023. Non c’è più tempo né forza economica per affrontare il futuro. Dunque, come ribadito in più occasioni, senza il recupero dei crediti pregressi, non esisterà futuro industriale per le aziende dell’indotto. Ciò che sta avvenendo oggi attraverso l’impegno dei commissari è importante ed indispensabile ma non ci può essere un futuro se non ci sarà il ristoro dei crediti dell’indotto”. “Abbiamo bisogno di dare risposte ai nostri dipendenti, collaboratori e fornitori. Non è consentito a noi per primi promettere né oggi e ne è possibile immaginare di dover attendere oltre. Siamo imprenditori, portatori di interessi in un territorio devastato a 360 gradi – concludono dall’associazione -. Continuiamo a riporre la più ampia fiducia nelle istituzioni. Pertanto, auspichiamo che il Governo saprà ritrovare il giusto impulso alla soluzione concreta e definitiva alle problematiche dell’indotto, per poter dare una ultima chance all’economia del nostro territorio, che rischia in questo momento, di non avere più futuro”.
Per il decreto in discussione, il 12 giugno alle 12 scade il termine per presentare emendamenti e ordini del giorno. Infine, in settimana si attende la predisposizione del calendario delle visite agli impianti AdI da parte degli investitori potenzialmente interessati (Metinvest, Arvedi, Steel Mont e Vulcan Green Stel) e l’invio da AdI ai sindacati della lettera sulla nuova procedura di cassa integrazione straordinaria, sulla cui base si aprirà poi la trattativa al ministero del Lavoro. Sulla cassa, AdI, nel piano di ripartenza 2024 (quello da 330 milioni, di cui 280 a Taranto), ha già detto che interverrà su un bacino più largo possibile di partecipanti. Prevedibilmente, quindi, i numeri saliranno rispetto ai 3mila cassintegrati attuali, dei quali 2.500 a Taranto.
(leggi il nostro articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/05/14/ex-ilva-si-ferma-anche-lultimo-altoforno/)


Il 2030 è ormai vicino di forni elettrici si parla poco come di preridotto , la città e allo stremo ma nessuno è in grado di presentare un piano B o meglio un piano di reindustrializzazione o riconversione tanto meno di infrastrutturazione per uno sviluppo economico basato sul terziario e sulla logistica interportuale : BAGNOLI BIS dai contorni molto più catastrofici sarà servito e questo il territorio che tanto ha dato al Paese non credo lo meriti.
Buongiorno
Dopo tante belle parole andiamo ai fatti ovvero a pagare i fornitori, l’ indotto e gli autotrasportatori.
Visto che di tutti questi soldi si è visto molto poco per non dire nulla.
E per il 2030 poi si vedrà come arrivarci anche perché nulla vieta ai nuovi eletti al parlamento europeo di prorogare o eliminare il termine fissato da pseudo ecologisti.
Anche perché non si potrà produrre in Europa solo acciaio da forni elettrici e molti paesi hanno ancora gli Altiforni per produrre acciaio primario
L’ inquinamento non è un problema di altoforno, ma un problema di manutenzione dei filtri già esistenti
Saluti
Vecchione Giulio