“Il futuro dell’ex Ilva non è uno spot”

Ieri mattina a Palazzo Carpegna in audizione presso la 9° Commissione (Industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione agroalimentare) del Senato in relazione alle sezioni del DL Agricoltura riguardanti il siderurgico ex Ilva di Taranto, sono stati auditi anche i sindacati metalmeccanici che hanno palesato ancora una volta tutte le loro preoccupazioni sul presente e il futuro della grande fabbrica.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/05/28/per-lex-ilva-deadline-al-2030/)

“Bene questi ulteriori 150 milioni stanziati dal Governo ma non è con gli spot che garantiamo la ripartenza degli impianti. Servono risorse maggiori e immediate per agire sugli impianti e per mettere in sicurezza i lavoratori e l’ambiente e serve far ripartire la discussione su piano industriale e decarbonizzazione”. Così Loris Scarpa, coordinatore nazionale Siderurgia per la Fiom-Cgil in audizione davanti alla IX Commissione Industria del Senato. “Non siamo d’accordo che in caso si manifesti un affittuario che voglia comprare, possano venir meno, in caso di urgenza della vendita, i principi previsti per le amministrazioni straordinarie riguardanti l’integrità dei complessi aziendali né tantomeno le garanzie sui livelli occupazionali, garanzie che possono essere mantenute se c’è capitale pubblico nelle aziende di interesse strategico”, aggiunge Scarpa. “Come Fiom riteniamo inutile se non pericoloso l’articolo 15, comma 2 del Disegno di legge sulle aziende di interesse strategico e riteniamo che in questa fase mini i rapporti sindacali e industriali che si stanno ricostruendo dopo la disastrosa gestione precedente. Comunque, l’accordo del 2018 che legava la crescita degli occupati a quella dei volumi per noi rimane un cardine e non si mette in discussione”, aggiunge Scarpa, sottolineando infine che “sull’ex Ilva, visti gli errori del passato, non si può avere fretta di vendere, non basta scaricare l’azienda a qualcuno, i lavoratori meritano la loro dignità”.

“La liquidità è necessaria a rimettere in piedi un gigante che ora è fermo e renderlo vendibile agli occhi delle holding interessate. Piano di riconversione, nuovi cicli produttivi, se l’opera dei commissari sarà efficace, saranno le sfide future che ci vedranno coinvolti e saranno affrontate con chi erediterà gli stabilimenti alla fine di questa lunga e intricatissima vertenza che dura oramai da più di quattordici anni”, ha invece affermato il segretario generale aggiunto della Fim Cisl Taranto-Brindisi, Biagio Prisciano, anch’egli oggi in audizione davanti alla IX Commissione Industria del Senato. “Il piano di ripartenza e di manutenzioni – ha aggiunto il sindacalista – illustrato recentemente nell’incontro del 7 di maggio presso Confindustria Roma dalla gestione commissariale ci ha dato la possibilità di avere un primo approccio più pragmatico rispetto ad una gestione attuale della fabbrica, condizionata dal basso tonnellaggio di produzione, dalla necessità di approvvigionamenti, dalla ricambistica e da un programma dedito di manutenzioni di natura ordinaria e straordinaria”. “Abbiamo appreso – ha osservato Prisciano – che nel decreto n. 63/2024 è stato fatto confluire un finanziamento da 150 milioni di euro che servirà a garantire la continuità operativa della fabbrica; inoltre, viene affermata la possibilità di prorogare il termine ultimo di durata del programma delle amministrazioni straordinarie”. Il sindacalista ha ricordato che “prima della somma contenuta nel dl Agricoltura, il governo aveva già trasferito altri 150 milioni ad Acciaierie d’Italia in As, in attesa inoltre di ricevere un prestito-ponte da 320 milioni una volta ottenuta l’autorizzazione della Commissione europea. L’invito ad invertire la rotta per il bene del Paese – ha concluso – è d’obbligo. Bisogna garantire l’accompagnamento volto alla transizione industriale, ambientale, economica e sociale affinché nessuno dei lavoratori e cittadini possa rimanere indietro”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/03/26/ex-ilva-la-strada-e-tutta-in-salita/)

“Tra i contenuti del decreto, ritengo positivo l’allineamento gestionale e temporale tra le due amministrazioni straordinarie, tra le società proprietarie degli impianti ex Ilva e l’affittuario. È un po’ un unicum nei procedimenti giudiziari italiani. Tra l’altro, ciò che lega le due società è un contratto di fitto su cui si è fatto leva affinché Acciaierie d’Italia andasse in amministrazione straordinaria, un contratto di fitto che abbiamo appreso essere stato prorogato ieri, in vista dell’imminente scadenza per il prossimo 31 maggio. Nel frattempo, è positiva anche la questione legata all’ulteriore stanziamento di 150 milioni di euro in aggiunta alle fonti di finanziamento precedenti; ma è sempre una goccia nell’oceano, purtroppo, rispetto alla necessità di dare una prospettiva a tutti gli impianti, che vuol dire dare una prospettiva a un futuro a migliaia di persone impattate”. E’ il monito lanciato dal segretario Uilm Taranto Davide Sperti, alla commissione industria del Senato. “Il problema dell’ex Ilva per noi della Uilm Taranto è proprio questo: al di là della fotografia attuale, non si fa mai una discussione d’assieme, non si fa mai una discussione di prospettiva perché non esiste un piano industriale. Se non c’è un nuovo piano industriale, per noi vale ancora quello presentato nel 2018. È stato condiviso con noi un racconto a Palazzo Chigi a fine aprile, con delle linee guida che servono per avere l’ok da Bruxelles per il prestito ponte da 320 milioni, ma anche quel racconto noi l’abbiamo rispedito al mittente: se è confermata quella traccia, per quanto ci riguarda, rischiamo di arrivare al 2030 senza impianti. In base all’attuale quadro normativo europeo, il 2030 è l’anno in cui finisce la gratuità di quote di emissione di anidride carbonica. C’è stato detto a Palazzo Chigi della volontà d’intervenire parzialmente sull’altoforno 1 e 2, distrutti negli anni passati, molto usurati: sono a fine vita e non arriverebbero al 2030. Lo stesso Afo4 che è in marcia arriverebbe a fine ciclo utile al 2030: quindi ci troveremo da un lato senza altoforni alimentati a carbone, dall’altro non avremo nessuna certezza sulla realizzazione e l’avvio dei forni elettrici” denuncia Sperti. “Al di là dei racconti, non abbiamo univocità di norme a livello europeo, poiché noi dobbiamo discutere con l’antitrust. Germania e Francia hanno investito miliardi di euro nella decarbonizzazione dei processi siderurgici. Nel frattempo, sappiamo anche che l’Europa, per contribuire alla realizzazione di questi impianti, vorrebbe da noi dal 2027 un potere calorifico per alimentare questi impianti al 40% fornito da idrogeno e il resto da gas. Noi non abbiamo né gas e né tantomeno idrogeno verde al momento. Sappiamo inoltre che c’è stato l’alt del Tar di Lecce anche a Dri d’Italia per il bando di gara pubblico per la realizzazione dell’impianto di preridotto, che è tutto da rifare perché Danieli ha vinto il ricorso. Nel frattempo, passa il tempo e noi rischiamo di arrivare a quel termine semplicemente senza impianti, replicando esperienze nefaste sul territorio nazionale, per esempio, come Piombino. Il piano di ripartenza che c’è stato rappresentato nella sede di Confindustria, che mira solo al 2024 al raddoppio della produzione, è un piano che rischia di contrapporre lavoratori e territori, perché data la penuria di risorse, inevitabilmente ci sono impianti neanche contemplati nella ripartenza” prosegue il sindacalista della Uilm. “Per esempio, a Taranto ci sono gli impianti di laminazione a caldo ma soprattutto gli impianti di laminazione a freddo (quindi treno nastri, treno lamiere, impianti di finitura e i tubifici), che insieme raggruppano più di 1800 lavoratori tra operai e impiegati; per loro, adesso, l’unica certezza è un utilizzo massiccio di cassa integrazione sine die. Non abbiamo nessuna risposta, inoltre, per i lavoratori rimasti in carico all’amministrazione straordinaria, cioè i lavoratori Ilva in a. s., circa 1500 persone. Per questo motivo, per noi resta valido l’accordo del 6 settembre 2018, che è l’unico accordo sindacale da noi siglato, che ha garantito comunque un indirizzo ambientale, produttivo, occupazionale e quindi risposte a tutti i lavoratori, compresi i lavoratori del sistema degli appalti: un sistema totalmente ridotto sul lastrico dati i problemi che lamentano le imprese legate ai crediti ante amministrazione straordinaria e i problemi di liquidità (ogni scadenza paga continua ad essere un terno a lotto per i lavoratori)” ricorda l’esponente della Uilm. “Abbiamo inoltre perso contezza sulle dieci settimane di cassa in deroga prevista dalla legge 28 del 15 marzo scorso; in assenza di questi strumenti, le aziende che hanno esaurito già strumenti ordinari apriranno procedure di licenziamento, a meno che non facciano parte dei comuni dell’area di crisi complessa. Le microimprese con meno di 15 dipendenti, infine, non hanno neanche la possibilità della cassa straordinaria e siamo nelle medesime condizioni. Tutto questo non lo possiamo permettere. Dopo 12 anni di vergogna nazionale, manca solo arrivare a questo ennesimo bluff sulla pelle dei lavoratori. Quindi credo che sia dovere di tutti intervenire tempestivamente” conclude il segretario della Uilm Taranto Davide Sperti.

“La presenza di 150 mln nel decreto è un fatto positivo, se legati alla fase emergenziale all’interno della fabbrica, ma non si può sottacere che sono risorse sottratte alle bonifiche. Due anni fa ci opponemmo alla paventata ipotesi di destinare l’intera somma in capo a Ilva in As all’allora gestore ArcelorMittal, e riuscimmo così a sventare vero e proprio furto. Nel dialogo di allora con la politica, apprendemmo che tutte le risorse rimanenti all’interno dell’Amministrazione Straordinaria, tranne 180 mln, erano vincolate a progetti di bonifica. Immaginiamo a questo punto che qualcosa, in termini di operazioni mirate a bonificare il territorio, salti. Questo è un fatto certamente negativo soprattutto se si contestualizza, in quanto parliamo di un territorio che ha sofferto e soffre ancora oggi dei mali dovuti all’inquinamento. Inoltre, quelle somme sono legate all’AS di Ilva, in cui ci sono 1800 lavoratori. Sembra quasi che l’intenzione sia quella di troncare la vita lavorativa di molti di quei dipendenti che, in base all’accordo del 2018, dovevano rientrare in fabbrica tra il 2023 e il 2025 come anche i diretti, di fronte a questo quadro, hanno pochissime certezze”. Così nel suo intervento in audizione al Senato Franco Rizzo, coordinatore dell’Usb. “Alla luce di tutto ciò, va bene spostare i soldi per l’emergenza, ma quelle risorse vanno comunque garantire con riferimento agli obiettivi originari; si comprende la fase di emergenza, ma va ripristinato quanto deciso precedentemente. Per questo, nella nostra interlocuzione col Governo, quando stava decidendo di commissariare l’azienda, dicemmo chiaramente che la dotazione economica messa a disposizione, non poteva essere inferiore al miliardo di euro, perché i danni prodotti dalla società che ha gestito negli ultimi tre anni erano tali da richiedere cifre di questo tipo. Situazione questa costellata di mille criticità, come confermato anche dai commissari. Il Governo deve, a nostro avviso, rilanciare mettendo più soldi sul piatto” afferma il sindacalista dell’Unione sindacale di base. “Inoltre, chiediamo chiarezza: riprendendo il passaggio illustrato nell’ultima riunione relativo allo schema che prevede, a partire dal 2029, l’utilizzo di un altoforno più due forni elettrici che dovrebbero garantire una produzione di 4 mln di tonnellate, che fine fanno i 14.000 lavoratori, tra diretti e AS? Con questo schema necessariamente si andrebbe a creare una vera e propria bomba sociale – afferma ancora Rizzo -. Poi l’appalto, che continua a presentare una situazione assurda, perché ci sono aziende in attesa di pagamenti e dipendenti in attesa di stipendi arretrati, tra l’altro si tratta di una platea di lavoratori con la media dell’età più bassa. Gli Ilva in As intanto per noi sono da tenere dentro ogni tipo di ragionamento sullo stabilimento siderurgico – conclude -. Ci auguriamo che, dopo tanti decreti e tante risorse pubbliche spese, ce ne sia finalmente uno che miri a gestire la vertenza guardando all’interesse dei lavoratori, uniche vere vittime di tutta questa storia”.

(rileggi il nostro articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/04/05/lex-ilva-sulla-strada-della-dismissione/)

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