Il giorno dopo le elezioni ci sono i vincitori e ci sono i vinti: in mezzo tante sfumature di verità, tutte false e mai pusillanimi come oggi, a causa dell’astensionismo record preconizzato dalla disaffezione alla politica e all’Europa maturata in questi anni dai popoli, che percepiscono Bruxelles sempre più come una plutocrazia: sic!. Politiche di coesione, moneta comune, libertà di circolazione e di soggiorno, mercato unico, politica agricola comune: tutto molto bello ma, evidentemente, non “funziona” tanto da convincere gli elettori italiani ad andare al voto. Il lemma “è l’Europa che ce lo chiede” (fra imposte, burocrazia, greenwashing e “Sogni di Rock’n’Roll”) scatena – com’è facile intuire – una risposta altrettanto semplice nell’uomo comune, che non si riporta in calce per esigenze di eleganza narrativa.

Brevi cenni sulla questione nazionale

Ad ogni modo, in linea puramente teorica, le Europee dovrebbero vincerle i parlamentari eletti, ma come si è visto in tutti i Paesi dell’Unione, la linea teorica è una fesseria. La figura dell’Europarlamentare continua a restare avvolta da un velo di mistero e sciagura, nonché da un punto di domanda grosso quanto l’emiciclo che lo ospita. In Italia la campagna elettorale, più che in tante altre occasioni, è stata giocata dai soli leader politici e da qualche coprotagonista d’eccezione come Antonio Decaro, Roberto Vannacci e Ilaria Salis. Invero, i capi politici si sono limitati a ripetere sino allo sfinimento i temi identitari dei partiti che rappresentano, senza arrovellarsi poi così tanto. A questo giro l’area conservatrice ha stravinto ovunque, anche nel Belpaese, in un turno elettorale che – con ogni suo colore – ha presentato pochissimi candidati “carismatici” al punto da poter conferire ribaltoni in merito ai risultati. Tutto si è giocato, per l’appunto, sul concetto di identità; come se i simboli dei partiti fossero icone religiose in cui credere o meno. Il senso di appartenenza a “qualcosa”, altrimenti chiamato “voto di opinione”, dice molto dello stato di salute della Repubblica Italiana che, dopo l’8 e il 9 giugno 2024, si appresta ad aprire ufficialmente la sua Terza fase costituzionale, dando per scontato che autonomia differenziata e presidenzialismo sono a un passo da Giorgia. In questo anno e mezzo di governo, la destra ha dimostrato di saper mantenere il suo elettorato ben saldo in termini percentuali, sfruttando la persistente e clamorosa assenza di una comune linea economico-politica di stampo social-liberale dall’altro lato.

I dati precisi sono noti a tutti sul portale Eligendo, ma ad una prima e rapida lettura non si apprezza quanto i voti siano calati in termini di valore assoluto. Tutti, persino Fratelli d’Italia, hanno preso centinaia di migliaia di voti. La classifica è da Festivalbar; quando il tormentone vincente si riconosceva sin dalla prima puntata e la serata finale era una pura conferma della canzone più ascoltata in radio, atta ad incastonare un’estate indimenticabile per accogliere le brune foglie d’autunno. Che la destra avrebbe stravinto, si sapeva sin dall’inizio: il carroccio resiste, ce la fa. Gli italiani sono di destra, lo sono sempre stati e sempre lo saranno. Non sono un popolo ancora pronto ad affrancarsi dallo Zar di turno; la democrazia per loro ha molto meno di un secolo. Lo hanno dimostrato tanti anni fa quando sono andati in massa a votare il Partito Democratico guidato da Renzi, facendolo schizzare oltre il 40% dei consensi, perché “il nuovo che avanza” sapeva fare tutto lui. L’italiano è pigro, mediamente molto ignorante, e non può pensare anche alla politica. L’italiano vuole l’uomo forte che veda e provveda. L’italiano vota Salvini quando vomita contro i migranti, salvo abbandonarlo quando si ammansisce alle percentuali meloniane, premiando – al contempo – il coniglio uscito dal cilindro della Lega che risponde al nome di Roberto Vannacci con oltre mezzo milione di preferenze; spedendo a Bruxelles un uomo che ha dimostrato a più riprese di saper esprimere esclusivamente concetti estremamente poco elaborati, peraltro con un linguaggio leggermente più forbito di quello utilizzato dai gorilla in Africa Centrale. L’italiano vota il Grillo del “vaffa” e il Conte dello Stato chimerico in cui non esistono povertà e disoccupazione, ma guarda altrove quando deve rimboccarsi le maniche per mantenere i diritti acquisiti dopo due esecutivi. L’italiano si è seccato del Pd ma è anche un grande abitudinario; ama divano e pantofole, e nonostante l’impopolarità cronica di Elly Schlein sceglie la “tranquillità” della solita zuppa retorica e scaldata, invero sospinta dall’effetto Antonio Decaro: uno dei pochi politici veramente amati dalla sua gente, che si è imposto con la stessa cifra di Vannacci, ma accumulandola nella sola Circoscrizione Sud.

L’Emiciclo del Parlamento Europeo a Strasburgo

Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria: a Sud è anarchia

Ricapitolando, è andata così: a livello nazionale l’affluenza è stata del 49,69%; nella Circoscrizione Sud del 43,69%; in Puglia del 43,61%, in Provincia di Taranto del 38,29% e nel Comune di Taranto del 35,19%, posizionandosi fra i punti estremanti di Faggiano all’81,22% e Avetrana al 30,29%. Se, a livello nazionale, i dati delle Europee confermano grossomodo la composizione di Camera e Senato (FdI al 28,81%) con una flessione della Lega al 9% e una risalita di FI al 9,61%, non è così nel Comune di Taranto, dove appena due anni fa venne eletto con oltre il 60% di preferenze al primo turno un Sindaco espressione dell’area progressista e del centrosinistra. Nella Città dei Due Mari FdI opera un inaspettato salto in lungo raggiungendo il 25,07%, poco dopo il Pd al 27,3%, con il M5S che quasi doppia il risultato nazionale (9,99%), piazzandosi terzo con un dignitoso 19,96%. Avs al 6,21% (poco meno che in Italia dove si è arrestato al 6,73%), Lega al 6,12% e Sue che supera un’idea di sbarramento con il 5,78%, probabilmente anche grazie alle 1.888 preferenze consegnate all’onnipresente Massimiliano Stellato (consigliere comunale e regionale), disegnano una classifica più o meno omogenea con il dato provinciale, con la sola differenza sostanziale del gradino più alto del podio: Fratelli d’Italia ha conquistato l’hinterland tarantino con il 28,83% dei consensi. Per quanto riguarda le preferenze della IV Circoscrizione Sud, le percentuali dei partiti che hanno superato la soglia di sbarramento del 4% sono così ripartite: Pd (24,32%); FdI (23,58%); M5S (16,84%); FI (10,76%); L (6,85%); Avs (5,66%).

I nomi ufficiosi dei 18 Europarlamentari eletti nella Circoscrizione Sud sono:

In verità, alcuni dei nomi riportati potrebbero mutare in caso di correttivi, conteggi ulteriori e, soprattutto, per scorrimento (di certo Giorgia Meloni non lascerebbe la carica di Presidente del Consiglio per fare l’Europarlamentare). Nei prossimi giorni le stelle dell’UE saranno ufficialmente sul petto di coloro che sono stati scelti dal popolo italiano.

2019 e 2024: due Europee a confronto

Gli italiani scelgono che l’Unione Europea non serve

In definitiva, chi ha vinto e chi ha perso le Europee 2024? Giorgia Meloni ne esce rinvigorita, con più boccoli biondi di prima e la poltrona di Palazzo Chigi saldamente inchiodata al pavimento. Il suo partito, all’interno del quale brucia ancora il tricolore di missina memoria, ha sbaragliato la concorrenza: Fratelli d’Italia, poropo poropo poropopopopopo. Ha vinto le elezioni anche l’Alleanza Verdi e Sinistra fra Fratoianni e Bonelli, che sembra piacere alle fasce più giovani della popolazione (molto giovani), raggiungendo un risultato nazionale probabilmente inatteso. Ha vinto Ilaria Salis, la liberta di Avs che, forte dell’immunità parlamentare, lascerà le sbarre ungheresi alle sue spalle. Ha vinto Silvio Berlusconi dall’Aldilà, con un partito che porta ancora il suo nome in copertina col benestare di Tajani. Ha vinto anche Vannacci, figura costruita a tavolino da qualche bontempone della Lega per spostare consensi e di cui non avremmo mai e poi mai sentito parlare, se la sinistra non avesse basato il suo palinsesto politico sull’allarme neofascismo (la peggior pubblicità è la migliore; specie in un Paese in cui il fascismo piaciucchia ancora). La vera highlander delle Europee 2024 è Elly Schlein; l’inarrestabile borghese di sinistra con consulente cromatico a seguito ed espressione perennemente screenshottata in un “F4 – basito” in stile Boris; perché cadere dalle nuvole è sempre meglio che sedersi su di esse. Invero, vince tutto il Pd, a partire da Antonio Decaro (forse vera guida ideologica e morale del partito) con un gioco corale che ha solleticato l’animo democristiano dell’italiano che ha bisogno di andare a dormire con la coscienza a posto. Il più grande sconfitto della tornata è Giuseppe Conte con tutto il M5S, che risulta arroccato su un perenne amarcord intransigente e voluttuoso, consapevole di aver fatto qualcosa di buono in passato e incapace di voler ammettere di aver perso la verginità: la vita che viene dopo l’adolescenza è davvero un casino. Oltre a Michele Santoro con Pace Terra Dignità che neppure si avvicina al 4%, gli altri tre bastonati della stagione sono, da un lato Carlo Calenda con Azione-Siamo Europei (gli italiani hanno capito che “sa tutto lui”, e proprio perché “sa tutto lui”, che lo sappia pure fra sé e sé); dall’altro lato la strana coppia Matteo Renzi-Emma Bonino con Stati Uniti d’Europa (ma uniti de che!?), il cui solo concepimento sarebbe dovuto restare al rango della boutade fra vecchi amici a cena, al terzo giro di amari. Menzione speciale merita il leader della Lega, Matteo Salvini, ormai disconosciuto persino dai suoi e dallo storico Bossi: da quando è al Governo perde 100 voti ogni 10 parole pronunciate.

Ma il più grande vincitore resta il popolo sovrano, che con il 50,31% dei suoi non-voti ha scelto di non scegliere come fece Mark Renton in Trainspotting: “Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete un maledetto televisore a schermo gigante; scegliete lavatrici, automobili, lettori CD e apriscatole elettrici; scegliete di sedervi su un divano a spappolarvi il cervello e ad annientarvi lo spirito davanti a un telequiz. E alla fine scegliete di marcire; di tirare le cuoia in un ospizio schifoso, appena un motivo d’imbarazzo per gli idioti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete il futuro. Scegliete la vita”. Scegliete l’Europa. Quando il numero degli elettori alle urne diventa così basso, non si può più parlare di un popolo irresponsabile, ma è doveroso discutere di un sistema politico miope ed ormai incapace di attrarre i consensi dei suoi sudditi. Qualcuno può vederci una mancanza di coscienza civica in contraddizione al dettato costituzionale; qualcun altro può vederci un chiaro segnale politico che fa venire in mente una sorta di Italexit de facto già permeata nei cuori italiani. Tutti ci vedono una frattura gravissima e, per certi versi, insanabile. E tutto sommato, del ruolo europeo nei negoziati di pace, chi se ne frega?

Un assaggio di Amministrative in Provincia di Taranto

Nella provincia tarantina, inoltre, andavano al voto quattro Comuni. A Carosino con il 72,87% di affluenza è stato eletto il Sindaco Onofrio Di Cillo, che ha raccolto il 64,42% di preferenze per la lista civica Carosino Adesso. A Faggiano, con l’affluenza del 78,03% è stato eletto Sindaco Antonio Cardea, con il 67,12% per la lista civica Democratici di Centro Sinistra. A Maruggio con un’affluenza del 69,5% l’ha spuntata il Sindaco Adolfo Alfredo Longo, mettendo insieme il 63,20% con la lista civica Per Maruggio. A Statte, Comune di recente al centro di una tempesta giudiziaria, l’affluenza si è fermate ad appena il 54,98%, consegnando la città al Sindaco Fabio Spada per la lista civica Insieme Cambiamo Statte al 43,86%.

*In evidenza: l’esterno del Parlamento Europeo a Bruxelles

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