Non ha bisogno di presentazioni Danilo Pagni. Vincitore di ben otto campionati e tre Coppe Italia di Serie C, oltre ad aver ottenuto tre salvezze miracolose (una con la Ternana in Serie B e due in terza serie), l’ex direttore sportivo di Nocerina e Taranto al Corriere di Taranto, ha detto la sua su diverse tematiche. In particolare, si è soffermato sulla situazione del Taranto di Giove e della spinosa questione Iacovone.
Pagni, cosa pensa della situazione stadio?
«Sicuramente sarebbe meglio giocare allo Iacovone. Qualora non dovesse essere così, bisognerà stringersi attorno al mister, alla società e alla squadra».
Un suo commento sul calendario del Taranto?
«Non ho mai dato importanza ai calendari, soprattutto nel girone d’andata. Ognuno è sempre artefice del proprio destino e un episodio può indirizzare una gara. A Gallipoli, ad esempio, ci capitarono Latina e Viterbese in trasferta tra seconda e terza giornata: facemmo sei punti e otto gol».
Quale crede possa essere il cammino degli ionici nel prossimo campionato di Serie C?
«Da ciò che leggo, hanno detto che bisogna migliorare la posizione dello scorso anno, quindi arrivare primi. Il lavoro che è stato fatto dal tecnico e dalla squadra è stato super eccellente. Sarebbe fantastico vedere un Taranto primo in classifica, ma senza lo Iacovone la vedo difficile. È vero anche che le squadre che hanno vinto il campionato, nei tre gironi, hanno fatto anche minutaggio. Nel calcio non c’è nulla di scontato».
Il Taranto è partito alla volta di Viggiano con una rosa risicata…
«Mi è capitato di fare una squadra last minute e di vincere: non lo vedo come un aspetto invalidante. Il mister ha le idee chiare e costruirà, ancora una volta, una rosa a sua immagine e somiglianza. Gli affari delle ultime settimane sono quasi sempre i migliori, nella prima sessione di mercato. Se poi si è anche bravi e lungimiranti nell’ingaggiare giovani forti, chapeau».
Un esilio forzato potrebbe obbligare la società ad orientarsi verso un progetto legato al minutaggio: qual è il suo pensiero, a tal proposito?
«Qualora la società dovesse decidere di ridimensionare il progetto in virtù del fatto che si giocherà fuori, ci può stare. Un ottimo management, che conosce a menadito i giovani direttamente e non indirettamente, può costruire una squadra forte impiegandoli. Alla base di tutto, il minutaggio a volte è una speculazione delle società per farsi i conti della massaia. Ma i numeri recentissimi dicono che, chi ha fatto minutaggio, ha vinto in tutti e tre i gironi. Occorre analizzare la sostenibilità di ciascuna società. È ovvio che sono avvantaggiate delle società, come il Cesena, che vantano una struttura giovanile interna, però Juve Stabia e Mantova sono riusciti ad imporsi scegliendo i migliori giovani sul mercato. A Taranto alla gente non interessa se fai minutaggio o meno: i tifosi vogliono divertirsi».
Quanto è importante per una società avere un serbatoio interno, come i settori giovanili?
«Non conosco Armenise di persona ma, all’inizio, siamo tutti bravi a fare i proclami sul settore giovanile: non deve essere valutato come un costo, ma come un investimento. Bisogna anche avere le strutture: il Cesena è all’apice di un ciclo, ha fatto due volte la Primavera 2 e ha avuto la costanza e la perseveranza di credere nei propri giovani, talvolta bocciati anche dai top club. Molti giovani dei bianconeri sono stati considerati di seconda fascia, ma sono stati considerati dalla società madre come un punto di riferimento».
Qual è attualmente il suo rapporto col presidente Giove?
«Il nostro è stato un rapporto di rispetto, non c’è frequentazione ma stima indiretta. Ritorno a Taranto? Al momento no, il Taranto ha un allenatore-manager come Capuano: gli ho sempre dato una mano e rispetto il lavoro degli altri. Ad oggi non ci sono avvisaglie. Sono già stato in riva allo Ionio con risultati eccellenti, che sono sotto gli occhi di tutti. Il legame resta a prescindere dai risultati. Ho vissuto momenti bellissimi. Sono stato forse l’unico, o uno dei pochi, a rinunciare ad un contratto e declinare un’offerta certa, a suo tempo».
Si riferisce a quanto accaduto tre anni fa?
«Sì, ma capitò anche con D’Addario. Dopo la salvezza diretta con Blasi, mi ritrovai davanti un altro copresidente. Costruii un transatlantico, poi smantellato: metà squadra vinse a Nocera, l’altra metà a Castellammare. Andai via e al mio posto fu nominato un preparatore atletico come responsabile dell’area tecnica. In quel momento, lui era visto come il salvatore della patria. Dopo Taranto-Rimini 1-0, gol di Correa, tutti lo acclamavano: io dissi che era l’inizio della fine, e così fu. Andai in panchina sapendo che il Taranto non era più mio e di Blasi. Ho visto gente piangere quando sono andato via da Taranto».
Cosa pensa del passo indietro di Galigani dal club tarantino?
«Capuano lo scorso anno mi disse che, senza di lui, il Taranto non avrebbe avuto ragione di esistere. So che ci sono stati tra di loro dei contrasti, ma se ha fatto questa scelta avrà capito che il progetto non sia più sostenibile, oppure lo sarebbe semplicemente attraverso difficili gestioni. È un dirigente dalle spalle larghe, un ottimo professionista: speriamo, per il bene dei rossoblù, che sia solo una turbolenza».

