Sono davvero poco numerosi gli artisti consegnati alla storia della cultura mondiale nonostante scarne siano le notizie intorno alla loro vita e di cui si conservino meno di una ventina di opere. Tra questi, certamente il caso più emblematico è quello di Piero della Francesca, pittore e matematico insigne di cui si conservano solo pochi capolavori artistici. A questo protagonista del nostro Rinascimento è dedicato il libro “Piero della Francesca. Indagine su un mito”, edito già nel 2006 da Silvana Editoriale e giunto in queste settimane ad un’ennesima ristampa. Il testo, ponderoso ed accompagnato da numerose illustrazioni, raccoglie diversi saggi di alcuni tra i più apprezzati critici d’arte specialisti del nostro Cinquecento, come Daniele Benati (“Nella luce di Piero”), Fernando Mazzocca (“La riscoperta e la consacrazione tra Ottocento e Novecento”) e soprattutto un articolato testo dedicato a “Piero nella cultura di massa: pubblicità, cinema, propaganda e fotogiornalismo” di Luciano Cheles, docente all’Università di Lione e studioso dell’iconografia dei partiti di destra.
Il monaco francescano Luca Pacioli, compaesano di Piero e passato alla storia come inventore della partita doppia, lo definì come il monarca della pittura, e in effetti già in vita egli fu tra i più apprezzati artisti del suo tempo. Invero, a causa di un incendio, sono andate perdute addirittura le carte che attesterebbero la data di nascita di Piero, del quale sappiamo che era figlio di un agiato commerciante e che ebbe studi alquanto irregolari, coniugati con una costante attività di autodidatta e di apprendista presso diverse botteghe d’arte anche fuori la natia Toscana. Nel testo trova spazio non solo il racconto dei dieci anni di intensi viaggi presso diverse Signorie e case nobiliari, ma soprattutto si indugia sulla singolare capacità dell’artista di coniugare i giovanili studi di matematica e geometria con il continuo confronto con artisti quali il Beato Angelico e Masaccio, culminati nelle sue opere più note realizzate tra il 1460 e il 1472 presso Federico da Montefeltro ad Urbino, ove lungamente l’artista soggiornò eternando il regnante in quel famoso ritratto reso immortale dal curioso particolare rappresentato dall’aver dipinto un solo profilo rielaborando il naso del committente, distrutto da uno scontro di guerra.
E’, tuttavia nella “Flagellazione” che si concreta la magnificenza del tratto di Piero: generazioni di studiosi si sono interrogati per decenni sulla effettiva identità dei tre personaggi ivi rappresentati e anche circa il significato simbolico dell’uovo, certamente inserito come emblema di eternità e perfezione. Straordinariamente attuale è, comunque l’atmosfera magica e sospesa del quadro, ancora attualissimo perché- come i critici Barenson e Longhi poi avrebbero sancito- ad essa si rifaranno, in maniera forse inconsapevole, artisti moderni come Chagall, Cezanne e i nostri De Chirico, Carrà e soprattutto Morandi. Piero della Francesca fu anche autore, ci ricordano nel libro, di un trattato sulla prospettiva (che teorizzò dopo Leonardo e meglio di Leon Battista Alberti) e di un trattato di argomento matematico: non sorprende, quindi il rigore geometrico, l’armonia e la simmetria che caratterizzano i suoi lavori, ove in ogni caso al freddo calcolo di volumi, proporzioni, luci ed ombre si somma l’elemento umano, capace di rivelare la dimensione emotiva dei personaggi raffigurati anche solo mediante la semplice posizione degli arti o la linea dello sguardo o, più spesso, l’insistenza sui dettagli della bocca.
“Piero della Francesca.Indagine su un mito”
A cura di Antonio Paolucci, Daniele Benati, Ulisse Tramonti
Silvana Editore; 2016/2024
pp.400(+ 180 illustrazioni)- Euro 34,00
Giudizio: 5 stelle su 5
*recensione a cura di Alessandro Epifani
