Non sarebbe assurdo se fra i vicoli di Locorotondo stesse ancora risuonando qualche nota elettronica e corpulenta emersa nelle scorse sere dal Viva! Festival. Gli headliner del 2 e 3 agosto, rispettivamente Air e Underworld, hanno portato sul palcoscenico due esibizioni ineccepibili e sopra le umane aspettative di gran parte dei presenti, in un’atmosfera di festosa condivisione degna di rimanere incisa nell’estate pugliese 2024. Il videomapping sulla skyline della cittadina che domina la Valle d’Itria, i side event Extra Viva! e il concerto all’alba del 4 agosto di Giorgia Angiuli sul mare di Savelletri (Fasano), hanno raccolto migliaia e migliaia di persone in un’edizione resa indimenticabile da alcuni sensibili dettagli. Il corriereditaranto.it non poteva mancare al cospetto di due “eventi storici” come quelli riguardanti i summenzionati artisti che hanno illuminato l’agro circostante lasciando nei cuori dei fan una sensazione di piacere infinito.
Gli Air, la Luna, l’incanto
Una batteria al Viva! Festival scandisce il tempo irregolare de “La femme d’argent”. Nicolas Godin apparecchia il basso aspettando di arricchire il set con sintetizzatore e chitarra, mentre Jean-Benoît Dunckel è ben fissato al suo sintetizzatore alternato al pianoforte. Un parallelepipedo d’argento risplende di luce propria e fornisce una scenografia spaziale: “Moon Safari”, album miliare della musica Elettronica, sta per essere eseguito integralmente davanti a una folla composta da tantissimi giovani e una vecchia guardia che ben ricorda di aver sognato su quei pezzi pubblicati nell’ormai lontano 1998. “Raffinatezza” è l’unica parola che viene in mente osservando il live degli Air incastonati nella Valle d’Itria, quando gli ulivi piantano le radici sulla superficie lunare e tutto può diventare possibile dal momento che la celebre “Sexy Boy” fa muovere l’anca del parterre. È troppo facile disquisire di un progetto musicale che ha oltre 25 anni ed è sedimentato nei cuori di chi ha perorato il clubbing spensierato (seppur mai banale), in una fase di transizione musicale iniziata coi Kraftwerk e tutt’ora in corso ma, se le orecchie non mentono, non si deve temere di affermare che “Moon Safari” eseguito dal vivo è totalmente un’altra storia. Con tutto il rispetto per il disco impolverato, il duo French Touch si propone in forma smagliante, raccontando una verità che a molti artisti potrebbe ferire: la perfezione è migliorabile. La tassellatura di brani come “Remember” è la prova del nove di quanto appena affermato. Per l’intero concerto la dimensione intergalattica della scenografia dona un contributo essenziale affinché la musica paia provenire dappertutto, sovrastando la percezione sensoriale e dimostrando nei fatti come la teoria della relatività non sia un capriccio di qualche scienziato. Memorabili anche le esecuzioni all’infuori del viaggio lunare, come “Highschool Lover”, “Venus” e una indomabile “Don’t Be Light”. La prestazione degli Air risulta, quindi, non solo eccellente ma anche esplicativa di un percorso tecnico che li consacra come pionieri della musica oltre-Elettronica, in una progressione con aspirazioni marcatamente melodiche che pretende, giustamente, di essere ascritta alla musica colta. Nella medesima sera, a supporto degli headliner, bella prova per Dardust; poi un’instancabile Giulia Tess e, per finire, il grande stampo di The Blaze, fautori di un set parecchio Ambient con picchi di Elettronica aggiornata alle ritmiche Dance: divertentissimi e con un grande futuro davanti alla consolle.
Lo schizzo nelle vene degli Underworld
“Drive boy, dog boy, dirty, numb angel boy/In the doorway boy, she was a lipstick boy/She was a beautiful boy and tears boy/And all in your inner space boy/You had hand girls boy and steel boy/You had chemicals boy, I’ve grown so close to you, boy/And you just groan boy, she said: “Come over, come over”/She smiled at you, boy”. Si può cominciare una storia dalla fine e con un loop su tre note in delay? Sì, se questa storia parla degli Underworld. Il duo Techno e Trance spinge all’inverosimile nella seconda sera del Viva! Festival. La platea è un pullulare di belle anime intrepide, prese bene e con Mark Renton tatuato in fondo alla bocca dello stomaco. Inutile prendersi in giro: il gruppo britannico è noto perlopiù per aver contribuito all’ingresso nella leggenda del film Trainspotting (Danny Boyle, 1996) basato sul romanzo omonimo pubblicato da Irvine Welsh appena tre anni prima. Ma a volte basta davvero poco per aggiudicarsi la gloria eterna, e se quel poco è in grado di trasmettere così tanto a chi ascolta un “pezzaccio” come “Born Slippy .NUXX”, di cui si è riportata la prima strofa nell’incipit, l’artista può dire di aver davvero svolto il proprio ruolo al meglio delle sue aspirazioni. A dirla tutta il set proposto dagli Underworld, oltre a presentare un sistema di luci-allucinogene-allucinanti-allucinate, approccia al pubblico con una violenza di bassi e volumi sconsiderati sin dal primo pezzo, dopo una serata in cui l’unica DJ di supporto in grado di farsi rispettare è Logic1000. Karl Hyde e Rick Smith si appropriano del palcoscenico come se avessero vent’anni e fossero al loro primo live in un club di livello. La spensieratezza con cui Karl balla per tutto il tempo e con grande stile, incitando i presenti a saltare più di quanto non lo facciano già forsennatamente con picchi di follia su “Dark & Long”, e donando la voce ad un’esibizione che supera di gran lunga il semplice DJ set, è meravigliosamente anacronistica ed intrepidamente impressionante. Rick, dal canto suo, non la dà a bere e sale in cattedra per far vedere “come si fa” a star davvero dietro a una consolle, quando il flebile movimento millimetrico di un polpastrello può sovvertire il destino di un remix confezionato dal vivo. I due, sul palco, spaccano. Le orecchie saltano insieme alle ginocchia ed è tutto bellissimo. Dopo quasi un’ora e mezza di show (fortemente sconsigliato ai cardiopatici) eccola lì. Sta arrivando. È tutto pronto: Mark Renton apre gli occhi per primo in una squallida camera d’albergo; tutti dormono. Va in bagno a sciacquarsi la bocca; frega la borsa coi soldi a Begbie e in punta di piedi si dirige verso la porta. Solo Spud lo scopre, ma tiene l’acqua in bocca. Da oggi anche Mark si drogherà di vita e sarà uno di noi. Ha scelto il maxi-televisore, l’assicurazione, la vita; ha scelto la vita. “Drive boy, dog boy, dirty, numb angel boy”: ai piedi di Locorotondo c’è solo una distesa di smartphone e persone che saltano e hanno i brividi. Non finisce mai, è una sensazione inattesa, cammina in tutto il corpo; è nelle vene, non va più via.
*Tutte le foto di Simone Calienno



