| --° Taranto

Quando comprendiamo che “terrone” lo si sta utilizzando come dichiarazione d’amore, diventa facilmente deducibile che si ha tra le mani il libro del poliedrico Alessandro Brunello. Con il suo “Cambio vita, vado al Sud” racconta come si possa diventare terroni e vivere felici.

Rispecchiava in toto, Alessandro, il prototipo del milanese che non si ferma mai e va a cento all’ora. La sua quotidianità era fatta di startup, multinazionali e intelligenza artificiale fin quando non ha deciso, insieme alla sua famiglia, di trasferirsi in Puglia, a Taranto. Potremmo definirla un’emigrazione controcorrente ma il suo punto di vista sulle priorità della vita lo è in maniera ancora più icastica. È così che durante la presentazione del suo libro presso il Castello Episcopio di Grottaglie, ha seraficamente sostenuto che il lavoro non nobilita l’uomo. Ritiene che sia più interessante l’articolo 3 della Costituzione Italiana rispetto al primo perché la Repubblica si prospetta di rimuovere tutti gli ostacoli che ci sono tra l’individuo e la realizzazione della sua piena personalità. Tornando al lavoro, ha dichiarato che in assoluto non ha senso scambiare il proprio tempo per il lavoro. Crede che tante persone abbiano cominciato ad essere consapevoli che quello che compriamo lo facciamo con il tempo che abbiamo impiegato per avere quei soldi e che quel tempo è l’unica cosa che non possono più comprare.

Brunello scrive che c’è molto di ingiusto nel sud e lo fa, per esempio, in riferimento al teatro romano di Taranto ricoperto da un parcheggio asfaltato. Allo stesso tempo però dice che al sud il benessere è quasi una scienza e come tale può essere appresa, studiata e condivisa. Gli abbiamo chiesto perché lo scrive quando, secondo dati Istat, rispetto al 7,6% al Nord e al 6,4% al Centro, al Sud sono 10,7% le famiglie che si trovano in povertà assoluta.

“Sono convinto che se la civiltà umana basa tutto quello che è giusto, o sbagliato cioè cerca di creare delle scale di valore basate sul concetto economico di denaro, di guadagno, non si potrà fare un upgrade che probabilmente è anche foriero di abbondanza un po’ per tutti. Il fatto che territori come quelli del Sud, in passato, siano stati penalizzati è, secondo me, una scelta e una narrazione sbagliata sul Sud e che questo libro, nel mio piccolo, vuole invece confutare. Questa narrazione si può cambiare molto facilmente semplicemente aprendo gli occhi e accorgendosi della bellezza e dell’importanza della grandezza di quello che abbiamo anziché della pochezza di quello che non abbiamo e bramiamo come se fosse più importante di quello che abbiamo. Tutto quello che entra dentro un foglio Excel, che finisce dentro dati Istat, è in ogni caso un numero quindi non sono storie personali. Ritengo che se vogliamo entrare nel merito macroeconomico del dato che mi hai dato, gli ammortizzatori sociali che ci sono nel Sud, fanno sì che se andiamo a vedere poi cosa vuol dire essere estremamente poveri al Sud Italia, o esserlo nel Wyoming o in Lombardia? Non lo so chi mangia meglio tra questi”.

Quando hai capito che affermarsi e disporre di denaro non sono inequivocabilmente l’unica via possibile per essere felici?

“Una cosa che ho sempre augurato a tutti è quella di realizzare velocemente il proprio obiettivo numerico, lavorativo e professionale per capire che non era lì dentro quello che stai cercando. Forse tutti lo sappiamo già, tante cose ci fanno male, ma. continuiamo a farle perché lo fanno tutti. Invece bisogna cercare di andare nelle vie dove non vanno tutti perché se certe strade non le frequentiamo, alla lunga spariscono dalla mappa e non ci potremo più andare il giorno che ci servisse andarci”.

In “Cambio vita, vado al Sud”, in riferimento ai tuoi amici terroni, affermi che purtroppo per loro sono diventati più settentrionali dei milanesi perché capita che quando non hai nel tuo DNA qualcosa che desideri, sei disposto a impegnarti al massimo per conformarti ai modelli che lo identificano. È successa la stessa cosa a te ma in chiave opposta parlando di meridionalità?

“C’era un personaggio della comicità, alla fine degli anni ’80, che faceva il manager rampante che veniva dalla Calabria in un programma chiamato Drive In. In realtà noi abbiamo vissuto questo errore, come se le persone del Sud si sentissero complessate nei confronti di quelle del Nord per quanto riguarda l’innovazione, le cose trendy e per quanto riguarda il mondo del lavoro quindi dovessero loro acquisire quei modelli. In realtà è una cavolata, abbiamo modelli molto più proficui al Sud rispetto al Nord. Sono cresciuto in un quartiere dove erano rappresentate tutte le regioni Italiane del Sud, compresa la mia che è il Veneto che è una regione del Sud, quindi sono cresciuto in una serie di odori e cadenze che non mi rendono un settentrionale che arriva senza un corredo per leggere il meridione quindi nel mio piccolo so leggere tra le righe anche io. Tra l’altro mi godo lo status di animale esotico che arriva dal Nord in maniera che mi è concesso tutto e sono trasversale a tante cose quindi non anelo a diventare diverso da come sono e questa è la forza del Sud: chiunque tu sia, dopo cinque giorni sei a casa tua e sei diventato tarantino. A Milano ci puoi stare tutta una vita, puoi anche nascerci e non essere milanese quando muori”.

Fino a 46 anni ti sei sentito parte integrante e attiva di un sistema globale di valori che oggi vedi solo come un buffo incantesimo. A quale sistema di valori fai riferimento?

“Al sistema di valori dell’iperproduttività, dell’innovazione a tutti i costi e ad un sistema di valori che punta sulla velocità, sul crescere della produzione delle cose, sullo scalare e sull’ingrandire. Sistema questo che mi ha portato, perlomeno in Italia dato che quando ero in giro nel mondo era molto diverso, a relazionarmi con le persone sempre in funzione a cosa si potesse costruire e progettare insieme in termini lavorativi, professionali ecc. e credo di essermi perso tante cose ma sto recuperando alla grande”.

Durante la presentazione hai detto che non è importante il lavoro ma avere una fonte di reddito, non ti chiedo quale sia la tua ma cosa diresti ai giovani che non avendone una al Sud, emigrano?

“Sono sempre più convinto che sia una pessima idea scambiare il proprio tempo per denaro per cui è quasi meglio tenere duro, avere pazienza, non avere paura ed essere fiduciosi di cosa succederà domani. Quindi tenere duro e non andare a mettersi a fare una cosa che non ci piace, che non ci interessa e che reputiamo dannosa e lontana da noi stessi solo per soldi. Questo è tristissimo ma la maggior parte delle persone vive così tutta una vita e trova soltanto nel tempo libero o negli hobby il senso della bellezza di una vita”.

Quindi il discorso cambia se si emigra per passione?

“Secondo me i giovani dovrebbero partire, viaggiare e mangiare freddo 10 anni comunque, sia che nascano ad Amsterdam o Pulsano quindi è una regola vedere il mondo. L’andare, però, non deve essere relazionato a crearsi una posizione e ad avere una stabilità economica. Tante volte se uno ha una paura e continua a pensarla, alla fine la realizza. Un po’ mi dispiace ma io vedo che qualcuno, tra le persone più giovani che incontro qui, c’hanno sempre la paura che non potranno realizzarsi o non potranno fare le cose qui, allora realizzano quella paura andandosene. Viaggiare è importantissimo, pensa a Christopher Vogler e al Viaggio dell’Eroe, si conoscono altre persone e si ritorna però con l’elisir perché in qualche modo poi uno torna”.

È lodevole il tentativo di un settentrionale di porre lo sguardo sulle bellezze che un territorio dilaniato come quello di Taranto detiene per ambire ad un risorgimento culturale ma è anche vero che al Sud non si è distratti dalla pochezza di quello che non si ha perché a mancare, spesso, sono i servizi essenziali, le infrastrutture ecc.. È inoltre opinabile che non siano state fatte scelte penalizzanti per il Sud, partendo dall’Unità d’Italia sino al deturpare interi paesaggi del mezzogiorno per apportare le grandi industrie le quali hanno portato un benessere poco tangibile nel tempo.

 

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