Cinzella Festival ci ha messo cuore, impegno e pazienza per far “crollare” la Rotonda di Lungomare, nella prima edizione tarantina della sua storia, ma i buoni auspici e il sudore di tanti operatori non sono bastati a moltiplicare il pubblico dell’estate 2024. Dal 15 al 17 agosto Taranto ha ospitato tre serate dedicate agli amanti di Elettronica, Rock e Rap ma, nonostante il cartellone in cui figurava più di qualche nome importante, soltanto il primo evento è riuscito ad assumere il sapore del festival. Anche se potrebbe sembrare strano ad uno sguardo frugale, i concerti non sono “fatti” tanto da artisti e produttori, quanto dal pubblico stesso che attende i propri idoli sottopalco. Una delle voci più iconiche del Rock, Freddie Mercury, non sarebbe mai rimasta nella memoria collettiva se al suo “eeee-oooo” decine di migliaia di persone non avessero risposto in coro: quando quell’eco immaginifico manca, significa che qualcosa è andato storto. Il discorso cambia per gli artisti emergenti, spesso abituati ad esibirsi per un manipolo di persone pur di farsi dignitosamente conoscere, ma non è di certo il caso dell’appena trascorso Cinzella, in cui tutti gli ospiti appartenevano al panorama professionistico.
La magia del live è tutta in quel feeling che si crea fra l’artista e il pubblico pagante per qualche ora, a prescindere dal genere musicale. Non è la prima volta nell’estate 2024 che la Rotonda di Lungomare ospita più speranze che persone e, probabilmente, voler trovare un colpevole a tutto questo significherebbe altalenare fra gli estremi di costringersi allo specchio per qualche ora meditabonda o puntare il dito verso qualcun altro. Di certo, con l’attuale offerta di festival musicali presente in Puglia, ma anche in tutto il Sud Italia (tenendo presente che da Roma in su il “festival musicale” è un fenomeno assorbito già da decenni), un acquirente ci pensa bene a venire a Taranto per vedere il mitico “Mister X” di turno. La grossa deficienza del capoluogo ionico è quella di essere scollegato dal resto del Pianeta Terra e di non offrire granché neppure in merito ai collegamenti con il proprio hinterland. Se a questo si aggiunge un costo dei biglietti bello pesante anche a Taranto, l’impossibilità oggettiva di poter godere del mare cittadino il giorno seguente (poiché occupato da Marina Militare, industria pesante e varie attività ittiche) e il rischio di restare senza nulla da fare a parte il concerto del momento e una birretta, si spiega perché le cose stiano assumendo una tendenza formalmente negativa (anche se scriverlo su un giornale, nella realtà provinciale di Taranto, è considerato alla stregua del vilipendio alla bandiera). Il nodo turismo, insomma, è più annodato che mai su se stesso, ed è proprio su quel bacino d’utenza che dovrebbero poter puntare i festival musicali. Troppo difficile vendere biglietti di eventi culturali o d’intrattenimento ai residenti di una delle città più affamate d’Italia: per “fare i numeri” serve il forestiero.
15 agosto, l’onda dell’Elettronica è forte
Ad ogni modo, la sera del 15 agosto Trentemøller ha aperto in due lo sterno di tutti i presenti a botte di woofer, insieme a una band in formazione “testuggine”, che con suoni cupi e pieni ha dato un’importante lezione di musica agli scettici dell’Elettronica. Il muro del suono tirato su dal danese Anders, affaccendato fra sintetizzatore e sequencer, in stretto legame con chitarre, basso e batteria, ha attratto oltre un migliaio di fan sulla Rotonda, pescando qua e là nella sua discografia quasi ventennale. Vale la pena di riportare la scaletta completa dei brani suonati, anche se il live è stato addirittura superiore ai lavori in studio: “I Give My Tears”, “Behind My Eyes”, “Still on Fire”, “Dreamweavers”, “River In Me”, “Dead or Alive”, “Miss You”, “One Eye Open”, “No More Kissing in the Rain”, “Vamp”, “Moan”, “Cops on our Tail” (cover di The Raveonettes), “Take Me Into Your Skin”. Bis: “Gravity”, “Silver Surfer”, “Ghost Rider Go!!!”.
Il dj francese Vitalic si è poi appropriato del palco offrendo un set esplosivo e meravigliosamente estivo, confermando una platea attenta, partecipativa, felice di godersi una serata spensierata con il sound tipico dei club d’Oltralpe. L’Elettronica, ad oggi, riesce ad “unire” più di qualsiasi altro genere, piaccia o non piaccia agli amanti del Rock o agli adepti di altre subculture. Se, come si diceva, il live lo fa il pubblico, la prima sera del Cinzella 2024 è andata benissimo nonostante la distanza dal sold out. Anche nel resto della Puglia le iniziative attorno all’Elettronica riescono a raccogliere tantissime persone (nell’ordine di migliaia e migliaia), ma il rilancio culturale di un territorio non può passare esclusivamente dai concerti: a Taranto servono sforzi politici immensi che, ad oggi, non si sono palesati.
16 agosto, il Rock è uno zombie
L’indomani, 16 agosto, i Wolfmother hanno picchiato duro sui loro tre strumenti che valevano per un migliaio circa. Lo Stoner Rock del trio australiano ha dimostrato di non voler infiocchettare nulla neppure per un istante con grande coerenza musicale, portando in scena tanti dei brani come “Woman” che hanno scassato parecchie mandibole attraverso la radio, ma sovviene il dubbio che ascoltare Rock da qui all’eternità significhi doversi sorbire cover dei grandi del passato ad ogni giro: la tendenza è estesa a macchia d’olio e al pubblico “piaciucchia”. Ma è troppo facile prendere applausi su “Rock and Roll” dei Led-Zeppelin e “Whole Lotta Rosie” degli AC/DC; cosa di cui è parso infischiarsene anche colui che ha rappresentato il main event di Cinzella 2024 e che si è esibito subito dopo.
Si tratta di Gene Simmons, storico bassista e fondatore degli americanissimi Kiss. Definire il suo un concerto “penoso” è una gentile iperbole, mitigata dal suono eccezionale e puramente Rock prodotto dal vivo insieme ai compagni d’avventura Brent Woods e Jason Walker alle chitarre e Brian Tichy alla batteria; tutti musicisti al top. La buona musica non basta a se stessa, specie quando un performer di settantaquattro anni decide di trascorrere la serata sul palco balbettando idiozie e luoghi comuni senza capo né coda. “Rita Pavone”, “Maccheroni”, “Spaghetti”: questi i contenuti letteralmente portati da Gene Simmons sul palco della venue tarantina una decina di volte. Per fortuna non deve essergli arrivata voce che gli italiani suonano tutti il mandolino ma, togliendo Rita Pavone, che non ha fatto nulla di male per finire su due fra le labbra più famose dell’industria musicale (Gene ha riferito di essere un suo grande ammiratore, mah), con maccheroni e spaghetti ci facesse una frittata e se la desse trecento volte in testa. La già modesta platea della seconda sera non ha riso mai a queste battute infelici che, ormai, non sono neppure più offensive e razziste nei confronti degli italiani, ma risultano comunque di una tristezza allucinante. Grazie al cielo i Kiss hanno deciso di smettere di andare in giro a suonare: il God of Thunder è diventato il God of Pastasciutta di cui nessuno sentiva il bisogno.
Sarebbe bello poter elencare una serie di luoghi comuni su Israele a Simmons, visto che ne è cittadino, e conoscere la sua reazione, per esempio, sulla questione del genocidio palestinese: chissà se gli fa ridere la storia dei bambini morti sotto le bombe. A noi non fa ridere quella degli emigranti meridionali che portavano un po’ di pasta a New York per non morire di fame e di solitudine, mentre cercavano una nuova chance lontano da casa. Meno male che c’era qualcuno della vecchia guardia a pogare sottopalco mentre parte della folla ripiegava verso l’uscita, visibilmente seccata dall’avanspettacolo della Rotonda, altrimenti la serata non sarebbe passata mai, in un live composto da poco più di dieci canzoni pescate qua e là dalle hit dei Kiss (“I Love It Loud”, “Shout It Out Loud”, “Calling Dr. Love”, ecc.), con una mala gestio dei tempi morti mai vista prima. E in questa setlist anche due omaggi ai compianti amici: “Ace of Spades” per Lemmy Kilminster dei Motörhead e “House of Pain” per Eddie van Halen dei Van Halen, di cui Simmons fu primo produttore e talent scout.
Nella già scarna scaletta, Simmons ha ben pensato di far salire bambini e giovani sul palco per “aiutarlo” a cantare su ben tre brani spalmati nello show, fra cui il finale “Rock and Roll All Nite”: uno spettacolo turpe; un fine pena mai; un freak show di bassissimo livello dovuto a una voce che non c’è più. Il grande plauso della serata va agli eroici ultimi due ragazzini al microfono, che gli hanno fregato la birra sotto al naso sbafandone un paio di sorsi davanti a tutti, ma Gene non si è perso d’animo e, vestendo i panni del buon paterfamilias americano, ha strappato loro il bicchiere lanciandolo via, per poi additarli e rimproverarli in pubblica piazza: “com’è umano lei”. Certo, tutto una mezz’ora dopo aver pronunciato la battutina “ci vediamo dopo” ad alcune ragazzine visibilmente più che minorenni che avevano appena condiviso con lui il proscenio: ma a qualcuno fa davvero ridere questa roba? Cosa c’è di Rock in un nonnetto “ragno” che fa battute di cacca? Come per Joe Biden, anche per Gene Simmons sembra esser giunta l’ora della pensione.
17 agosto, fra il dire e il fare c’è di mezzo il Rap
Il palco del 17 agosto è stato fra il noumeno e il fantascientifico. È brutto dirlo perché non fa mai piacere rilevarlo, ma sulla Rotonda non c’era quasi nessuno (e si è scorto un solo strumento musicale per l’intera serata). Il duo britannico Big Special ha portato in scena il suo primo disco, cantando su basi registrate e con una batteria acustica: un Rap Rock tutto sommato gradevole, che ha trovato riscontro positivo nei presenti che assistevano al loro primo live italiano in assoluto. Erano molto attesi o, almeno, avrebbero dovuto essere molto attesi gli Sleaford Mods, anch’essi britannici e super incazzatissimi con il sistema di cui fanno parte. L’approccio vocale di Jason Williamson fortemente orientato al Punk ha funzionato molto sui testi iracondi scritti per dare una voce alla working class nei nuovi anni Venti, ma il ruolo del musicista (o almeno così si dice) Andrew Fearnc, che per tutta l’esibizione si è limitato a far partire le basi dal PC e a ballare vestendo i panni del performer, conduce a un paio di doverose riflessioni. C’è da dire, come premessa, che l’attitudine agli Sleaford Mods non manca affatto: non è da tutti trascorrere un intero concerto con una bottiglietta d’acqua in testa senza motivo e schierarsi apertamente contro la guerra e a sostegno della ong War Child: ci vuole fegato, oggi.
Innanzitutto, gruppi come questi due sono da club più che da immensa piazza all’aperto: è difficile incazzarsi bene guardando il mare di Taranto, e poi con tutte le giovani band (anche Rap) che suonano dal vivo strumenti musicali veri, non si comprende perché ci si debba arrendere a due “concerti” di basi. Dopodiché, chi canta per la working class e decide di far parte di una certa subcultura non può rivolgersi a un target di pubblico che è in grado di spendere quasi quaranta euro di biglietto per una singola serata. Nulla contro il festival che ha tutto il diritto di puntare all’incasso (e, prima ancora, di rientrare nelle spese), ma forse agli Sleaford Mods andrebbe offerto un ripasso veloce di lotta operaia fatta col proprio didietro e non con quello altrui: alla working class si può chiedere, al massimo, un contributo libero, altrimenti ti chiami “estabilishment” e finisci per cantare contro te stesso. Aveva ragione Franco Battiato in “Up Patriots to Arms”: “Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso”.
*Si ringrazia Franzi Baroni per tutte le fotografie presenti nell’articolo






Bella iniziativa sicuramente ma dobbiamo dire però tutto.
In primis la pubblicità parlava di ingresso libero e solo leggendo attentamente il biglietto per le tre serate aveva un costo di 90,00 euro.
Un prezzo opinabile per quanto offerto e forse per le tasche di molti Tarantini.
Forse l’amministrazione comunale assente a qualsiasi patrocinio, a qualsiasi organizzazione per attirare gente del luogo e non, è la vera motivazione del fallimento.
Attenzione il fallimento non è dell’ organizzatore ma di Taranto.
Una città “persa” ormai da tempo.
Il preoccupante è che i Tarantini pensano solo al proprio orticello una volta verde e sempre più secco senza rendersene conto.