Prima di salire sul palco dello Yachting Club per l’ultimo appuntamento del ventennale de “L’angolo della conversazione” e parlare del suo libro “La Condanna”, Walter Veltroni – già vicepresidente del Consiglio, ministro della Cultura, sindaco di Roma ma anche giornalista, scrittore, regista – ci ha rilasciato una breve intervista nella quale sono stati affrontanti temi di attualità – “di politica no, però, preferisco non parlarne” – con uno sguardo a quel passato che ritorna nel presente, descritto nel suo romanzo ambientato nella Roma liberata dal fascismo e dall’occupazione nazista (anno 1944).
Nei giorni scorsi, sulle colonne del ‘Corriere della Sera’, ha recensito un libro ‘La generazione ansiosa” che parla di come i social abbiano rovinato le nuove generazioni. I casi di cronaca di questi ultimi giorni devono indurre ad una profonda riflessione all’interno delle famiglie come spesso ripete il noto psichiatra Paolo Crepet. Qual è il suo pensiero?
“La sequenza ravvicinata di eventi che stiamo registrando – l’assassinio della povera Sharon a Terno d’Isola, il massacro di una intera famiglia a Paderno Dugnano e l’omicidio di un 16enne a Bologna dopo una lite nata proprio sui social – dovrebbe far scattare un campanello d’allarme non solo nelle famiglie e nella società tutta ma anche nella politica, ovvero in chi fa le ‘regole del gioco’. Ho recensito questo libro di uno studioso americano che si chiama Jonathan Hidt – Non dormono, non si concentrano, stanno poco in società: così lo smartphone ha reso depressi e ansiosi i nostri adolescenti- Corriere.it – e la cosa che più mi ha colpito sono le statistiche riportate: da quando sono arrivati gli smartphone e quindi i social, l’incremento del disagio, della depressione, dell’ansia, dell’autolesionismo e persino negli istinti suicidi, è cresciuto in modo esponenziale. La rete resta una grandissima opportunità ma occorre darsi delle regole. Il confine tra vero e falso è sempre labile. Il tempo della fine della verità reclama, secondo me, delle regole del gioco sui social e reclama il rilancio del giornalismo come garanzia democratica”.
La figura del giornalista all’interno della nostra società sta, però, perdendo autorevolezza. Come si può recuperarla?
“Purtroppo si paga l’idea, passata attraverso i social, che la competenza sia un difetto, che l’esperienza sia un torto, che tutti possiamo fare tutto. Io penso che questa ubriacatura finirà e sono convinto che la prima cosa della quale si scoprirà l’essenziale valore è proprio il giornalismo. Ci sarà bisogno di razionalità, altrimenti andremo a sbattere. La fine della politica, la fine del giornalismo, la fine della competenze, corrispondono alla fine della democrazia e la fine della democrazia significa guerra. Non dobbiamo arrivare a ciò”.
Nel suo ultimo libro, ‘La Condanna’, è protagonista un giovane giornalista, Giovanni, che ha coronato il sogno di lavorare nella redazione di un quotidiano. Gli viene affidata da un collega anziano il compito di scrivere un pezzo su Donato Carretta, direttore del carcere di Regina Coeli, linciato e massacrato in modo selvaggio dalla folla in una Roma che si sta liberando del fascismo. Si rivede in lui?
“No. Giovanni, siete voi, la vostra generazione, io vedo tantissimi ragazzi nei giornali, in tv, sui siti web che hanno quel fuoco che arde dentro chiunque creda in quello che fa. Appunto fare il giornalista è una vocazione;devi avere passione, curiosità, onestà correttezza”.
La gogna mediatica che ha vissuto nel suo romanzo Carretta, ha un parallelo con i nostri giorni?
“Assolutamente. Viviamo in un tempo in cui c’è questo tribunale permanentemente riunito che giudica tutto e tutti con una totale semplificazione, con una violenza di linguaggio, con una assenza di umanità che a me umanamente fa repulsione”.
Veltroni politico e giornalista, in che ambito si è sentito più a suo agio?
“In fondo è la stessa cosa, o meglio è la stessa cosa se la interpreti nel modo giusto, come una forma di impegno civile che puoi svolgere per un certo tempo della tua vita nel pieno delle responsabilità più elevate. Ma non è che quando finiscono le responsabilità si smette di far politica, continua una forma di impegno civile diversa, attraverso la letteratura, il cinema, il giornalismo. Per me sono politica e giornalismo le due passioni della mia vita, per un certo periodo ha prevalsa una e ora, non dico che prevale l’altra, ma mi viene più naturale raccontare”.
Un’ultima domanda su Taranto, la città che l’ha ospitata. Dall’esterno ha la percezione di un cambiamento in atto?
“Non amo avventurarmi in giudizi se non conosco a fondo la realtà. Le percezioni sono condizionate dal circo mediatico. Mi sembra una città che cerca una nuova identità e questo lo considero un fatto positivo. Ha vissuto una stagione nella quale è stata fortemente spremuta e adesso prova a fare qualcosa di diverso. La strada, però, non è in discesa. L’importante è che le energie civili, che sono alla ricerca di questa nuova identità, viaggino assieme, non si disperdano. Va bene puntare su cultura, innovazione e turismo ma prima occorre migliorare la qualità della vita delle persone”.



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