Terminata la pausa agostana, che come ogni anno silenzia anche i problemi più importanti, si apre l’ennesimo autunno caldo (e forse decisivo) per la vertenza del siderurgico ex Ilva.

Nella mattinata di ieri infatti, in esecuzione del verbale di accordo del 26 luglio, l’azienda ha convocato le organizzazioni dei metalmeccanici per un incontro di monitoraggio sullo stesso e alla corretta applicazione della cassa: una sorta di riunione preparatoria per gli incontri con le RSU delle varie aree che si svolgeranno nei prossimi giorni. FIM-FIOM e UILM durante la riunione hanno chiesto informazioni all’azienda sulla ripartenza di AFO1, che la stessa ha confermato entro il mese di ottobre. Nello stesso mese è prevista anche la partenza dei percorsi formativi che coinvolgeranno i lavoratori sospesi a zero ore in cassa integrazione. I dettagli relativi alla programmazione e modalità di partecipazione ai corsi saranno forniti nei prossimi giorni. Alle organizzazioni sindacali è stato anche confermato che al personale collocato in cassa integrazione a zero ore nel mese di agosto verrà riconosciuto nel cedolino del 12 settembre 1 giorno di ferie come previsto al punto 14 dell’accordo sottoscritto. FIM-FIOM e UILM hanno inoltre ribadito, come previsto nel punto 11 dell’intesa, la reintroduzione delle normali turnazioni in osservanza della quota rimpiazzo.

Nel frattempo, in vista della scadenza del 20 settembre del bando del ministero delle Imprese e del Made in Italy per le manifestazioni d’interesse del compendio industriale ex Ilva oggi Acciaierie d’Italia, è già partito il toto nomi e il toto scommesse sui gruppi industriali e maggiormente interessati ai vari impianti del gruppo siderurgico italiano. Lotteria alla quale ci sottriamo volentieri, visto che difficilmente prima della seconda metà di novembre si capirà chi è interessato a cosa e in quali modalità. Al di là della mezza ammissione la scorsa settimana di Emma Marcegaglia, i nomi sul tavolo sono gli stessi da mesi (Metinvest e Stelco) con la new entry Jindal che persa la gara nel 2017 con ArcelorMittal e che da anni latita in quel di Piombino.

Sempre in questi giorni, ed anche nelle ultime ore, sono state diffuse una serie di numeri e cifre sull’ex Ilva da parte di varie testate giornalistiche di settore (Il Sole 24 Ore, MilanoFinanza), agenzie di stampa, nonché testate locali come il “Quotidiano di Taranto”. Ricavate dall’ultima relazione di 61 pagine dei commissari di Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria, Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli. Che è bene ribadire non contiene chissà quali segreti.

Stando alla relazione, il valore di cessione di pertinenza di Acciaierie – applicando quanto previsto dal contratto di affitto stipulato tra Acciaierie d’Italia e Ilva – sarebbe pari a 620 milioni di euro: 212 milioni di euro, pari al 20 per cento del valore di cessione del complesso aziendale e 407 milioni di euro, pari al 100 per cento del valore del magazzino di pertinenza di Acciaierie. Il valore di realizzo per Acciaierie, in seguito alla cessione, ammonterebbe a 1,124 miliardi di euro e 1,320 miliardi di euro, “rispettivamente nel caso di mancata realizzazione delle azioni risarcitorie e di incasso integrale” si precisa nella relazione. Al 29 febbraio 2024 i ricavi ed altri proventi di Acciaierie d’Italia ammontano a circa 370 milioni di euro nei primi due mesi del 2024 a fronte di costi operativi complessivi, ammortamenti e svalutazioni per circa 570 milioni di euro: “Il risultato operativo risulta quindi negativo per circa 200 milioni di euro, mostrando uno sbilanciamento in termini di gestione dell’operatività ed una apparente inefficienza in termini di costo di produzione”. Per quanto riguarda la posizione debitoria delle società, come ampiamente risaputo, Acciaierie d’Italia riporta al 29 febbraio 2024 passività correnti complessive per circa 3,5 miliardi di euro di cui circa 1,5 miliardi legate a debiti commerciali, oltre a circa 500 milioni di euro di passività non correnti. Il patrimonio netto risulta negativo per 40 milioni di euro. In particolare, i commissari hanno individuato “interventi di massima urgenza per circa 320 milioni di euro il cui avvio è previsto nell’immediato per garantire continuità operativa, sicurezza e adeguato presidio ambientale”.

Il Piano Industriale redatto dai commissari straordinari “si propone di aumentare il valore del complesso aziendale al momento della prevista cessione attraverso il ripristino dell’operatività aziendale nel breve e l’avvio di un percorso di rilancio che – si legge ancora – in una logica di radicale discontinuità rispetto alla precedente gestione, consenta al complesso aziendale di raggiungere i livelli di break-even nel breve periodo”. Tale percorso “dovrà essere portato a compimento dall’acquirente ma impone già oggi scelte la cui procrastinazione causerebbe una perdita di valore, deleteria tanto per i creditori quanto per l’acquirente stesso” osservano i commissari. Per raggiungere un risultato operativo positivo, si suggerisce nella relazione “un incremento dei volumi di produzione fino al break-even, pari a circa 6 milioni di tonnellate all’anno di crude steel”. Il Piano prevede anche la produzione di “4 milioni di tonnellate all’anno da forno elettrico a partire dal 2028”. Si confermano centrali anche la salvaguardia dei livelli occupazionali “perseguendo il ritorno in tempi accelerati ai massimi livelli di attività esprimibili dalla Società e ponendo le basi per una riduzione significativa a regime del ricorso ad ammortizzatori sociali rispetto alla situazione attuale” e la riduzione delle emissioni di CO2 dei processi produttivi “al fine di perseguire una sempre maggiore Sostenibilità, intesa sia in termini di impatto ambientale sia in termini di costi legati alle emissioni di CO2 e relative quote”. L’attuale quadro regolatorio prevede, ricordano ancora i commissari, una progressiva riduzione delle quote gratuite assegnate dal sistema ETS, con un dimezzamento atteso al 2030 e un azzeramento completo entro il 2035.

Gli investimenti previsti nell’arco del Piano Industriale sono pari a circa 1,8 miliardi di euro. Gli interventi necessari al ripristino della piena operatività degli impianti esistenti ammonterebbero a 900 milioni di euro, e “consentiranno di raggiungere a partire da fine 2025 una capacità produttiva annuale di crude steel di circa 6 milioni di tonnellate, allineata a quanto necessario a garantire il break-even della società” si osserva. L’investimento per l’introduzione di tecnologie produttive a minore impatto emissivo da avviare nel 2025 è stimato a 680 milioni di euro “per l’installazione di capacità produttiva da forno elettrico per circa 4 milioni di tonnellate di crude steel, ad integrazione e parziale sostituzione della produzione da altoforno”. Nel Piano Industriale si prevede un contributo positivo dalle posizioni patrimoniali antecedenti al 29 febbraio 2024, risultanti dall’incasso di crediti commerciali – tra cui crediti pregressi incassabili stimati in 44 milioni di euro nel 2024 e 51 milioni di euro nel 2025 – e dal pagamento di debiti pregressi al 29 febbraio 2024 per totale di 170 milioni di euro.

(leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *