Alla fine è accaduto quello che in molti pensavano non potesse mai accadere. E su cui in decine di articoli in questi anni avevamo messo in guardia, restando come sempre inascoltati e voci solitarie in questa società dove in tanti pensano di sapere tutto. Quest’oggi la Corte d’assise d’appello di Lecce – presieduta dal giudice Antonio Del Coco (con il giudice a latere Ugo Bassi e sei giudici popolari) – ha annullato la sentenza di primo grado del processo ‘Ambiente Svenduto’ a carico di 37 imputati e tre società per il presunto disastro ambientale provocato dall’Ilva di Taranto durante la gestione del gruppo Riva. Si dovrà dunque ripartire da zero davanti ai giudici della Procura di Potenza.
“Visti gli articoli 11-12-24 cdp, annulla la sentenza della Corte d’Assise di Taranto, la motivazione verrà depositata entro quindici giorni“. Questa la sentenza letta dal giudice Del Coco nel primo pomeriggio di oggi presso l’aula bunker della vecchia sede della Corte d’Appello, al quartiere Paolo VI, dopo aver disposto un rinvio durato oltre tre ore questa mattina. Per effetto di questa sentenza decadono le condanne emesse dalla Corte d’Assise nella sentenza di primo grado il 31 maggio 2021 per quasi 300 anni (le pene più pesanti furono comminate ai vertici della famiglia Riva, ai diversi dirigenti di allora del siderurgico, i così detti fiduciari e all’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, al responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, all’avvocato amministrativista Francesco Perli, quelle minori all’ex governatore Nichi Vendola, all’ex presidente della provincia Gianni Florido, all’ex direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, mentre l’ex sindacato di Taranto Ippazzio Stefàno fu assolto) per i reati di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione in atti giudiziari, omicidio colposo ed altre imputazioni, oltre alla confisca degli impianti dell’area a caldo che furono sottoposti a sequestro senza facoltà d’uso il 26 luglio 2012 e delle tre società Ilva spa, Riva fire e Riva Forni Elettrici. La confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire spa, oggi Partecipazioni industriali spa in liquidazione, e Riva forni elettrici per gli illeciti amministrativi fu pari ad una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro in solido tra loro. Altre sanzioni pecuniarie pari a 4,6 milioni ad Ilva spa, 1,2 milioni a Riva Fire e Riva Forni elettrici. Furono disposti anche cinquemila euro di risarcimento danni a testa per le oltre 900 parti civili, la cui esecuzione la Corte d’Appello aveva già sospeso lo scorso 17 maggio (perché ritenne che la sentenza di primo grado emessa dalla Corte d’Assise contenesse sul punto numerose criticità).
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/09/09/ambiente-svenduto-atteso-il-verdetto/)
Non solo. Perché per effetto immediato di questa sentenza, decade anche il sequestro degli impianti dell’area a caldo del siderurgico e con esso la confisca susseguente. Il tutto ad appena sette giorni dalla scadenza del bando per la presentazione delle manifestazioni d’interesse da parte dei gruppi industriali che volessero acquisire il compendio industriale dell’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia. Un aspetto tutt’altro che secondario (al quale dedicheremo una riflessione a parte nei prossimi giorni), visto che un conto è partecipare ad un bando sapendo di andare ad acquistare degli impianti sui cui pende un sequestro ed una futura confisca, tutt’altro è invece avere adesso la certezza giuridica di poterne acquistare la proprietà senza più alcuna ingerenza da parte della magistratura.
Dunque, un processo durato cinque anni (che era già dovuto ripartire dall’udienza preliminare una prima volta per errori burocratici per la mancata consegne di alcune notifiche, un mero errore materiale nel verbale dell’udienza preliminare del 23 agosto 2015) dal 2016 al 2021, con quasi 300 udienze, centinaia di teste e migliaia di documenti prodotti è come se non si fosse mai tenuto. Ma cosa è di fatto accaduto? In attesa delle motivazioni delle sentenza odierna, è chiaro che la Corte d’Appello ha accolto la richiesta di annullamento della sentenza di primo grado per incompetenza della Corte di Lecce -Taranto ex art. 11 (Codice di Procedura Penale) in favore della corte di Potenza per legittima suspicione a causa del coinvolgimento di almeno tre magistrati del Tribunale di Taranto e di altri magistrati danneggiati dal presunto reato in quanto residenti o proprietari di immobili interessati dalle emissioni di Ilva, avanzata dai legali di molti imputati (in particolar modo dagli avvocati (Giandomenico Caiazza, Pasquale Annichiarico e Luca Perrone). Come è noto, l’art. 11 cpp dispone che i procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di persona offesa o danneggiata dal reato che secondo le norme ordinarie sarebbero di competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d’Appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni o le esercitava al momento del fatto, sono trasferiti davanti allo stesso giudice dove ha sede il capoluogo del distretto della Corte d’appello più vicina. Nella fattispecie Potenza.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/04/19/riecco-ambiente-svenduto-cosa-accadra/)
Inoltre, secondo la tesi difensiva, tale fattispecie sussisteva per i magistrati onorari di Taranto dr. Nicola Russo, dr. Martino Giacovelli e dr. Alberto Cassetta della sezione specializzata agraria di Taranto, che si sono costituiti parte civile nel processo Ilva. Sussisterebbe anche per quei magistrati di Taranto che non si sono costituiti in giudizio come partecipato al giudizio parte civile, ma che sono stati ugualmente danneggiati perché residenti o proprietari di immobili in prossimità di Ilva. E’ questo proprio il caso del giudice Genoviva, al tempo Presidente della terza sezione del Tribunale di Taranto, che infatti evocò il proprio obbligo di astensione ex art. 51 cpc dal partecipare al processo in quanto incompatibile perché comproprietario di un immobile nel quartiere Borgo interessato dalle emissioni Ilva. Non altrettanto hanno fatto i tre giudici di pace Russo, Giacovelli e Cassetta che si sono costituiti parte civile integrando la legittima suspicione di cui all’art. 11. Il dottor Russo, inoltre, aveva anche assistito come avvocato avanti al TAR di Lecce il Comitato Taranto Futura in diversi ricorsi (r. g. 913/10, 914/10, 937/10, 956/10 e 1224/10) tutti contro l’ex Ilva. Unitamente alla mancata astensione della giudice a latere Misserini, il cui fratello avvocato ha difeso il comune di Statte nella causa della discarica Mater Gratiae dell’ex Ilva al Consiglio di Stato (nel giudizio r.g. n. 3702/2014 – sentenza del 2 settembre 2019) dalla quale uscì sconfitto: secondo la ricostruzione dei legali della difesa, l’avvocato Giuseppe Misserini di Taranto patrocinatore del Comune di Statte contro l’ex Ilva riguardante un capo di imputazione presente nel processo Ambiente Svenduto celebrato dalla sorella. Anche nel giudizio di primo grado il Comune di Statte, assistito dall’avv. Relleva, aveva perso il giudizio ed il legale aveva sconsigliato il Comune a proporre appello. L’appello, con procedimento cautelare, era stato proposto nel 2014 dal fratello della giudice Misserini che non ha reso pubblico l’impedimento ed ha ritenuto di non astenersi nonostante giudicasse l’ex Ilva e la materia fosse oggetto di cognizione del procedimento penale. Per i legali degli imputati questi sono indicatori plurimi e convergenti che il processo sul presunto disastro ambientale dell’ex Ilva non poteva essere celebrato a Taranto ma doveva essere trasferito a Potenza (come sostenuto negli anni da diversi penalisti italiani).
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/05/31/ambiente-svenduto-ecco-le-condanne3/)
Qui però ci tocca fare più di una precisazione, che lascia molto pensare anche e soprattutto in virtù dell’odierna sentenza. Perché per ben quattro volte il collegio difensivo aveva provato a spostare il processo da Taranto senza però mai riuscirvi. Il primo tentativo risale al giugno 2014, prima ancora dell’udienza preliminare dinanzi al giudice Vilma Gilli al quale seguì un ricorso in Cassazione: furono entrambi respinti. Poi altri due tentativi furono effettuati nel luglio e nell’agosto del 2017: ma in entrambi i casi prima il presidente del tribunale Franco Lucafò e poi i giudici della Corte d’Appello di Taranto rigettarono le istanze di ricusazione giudicandole inammissibili. Negli ultimi mesi da più parti (specie in ambienti vicini agli studi legali che difendono i vari imputati) era però emersa con forza la possibilità che il processo potesse realmente essere spostato a Potenza, così come poi alla fine è avvenuto. Nonostante nelle udienze che si sono svolte negli scorsi mesi, la Procura Generale rappresentata in aula dal Sostituto Procuratore Generale il dott. Mario Antonio Barruffa, affiancato da uno dei pm dell’accusa ovvero la dott.ssa Giovanna Cannarile (adesso in servizio a Lecce), di cui fanno parte anche i pm Raffaele Graziano, Remo Epifani e Mariano Buccoliero, avesse chiesto alla Corte di rigettare tutte le questioni procedurali e le eccezioni di nullità sollevate dal collegio difensivo nelle precedenti udienze, difendendo con forza e convinzione la sentenza del maggio 2021 con la quale i giudici della Corte d’Assise di Taranto condannarono in primo grado gli imputati ad oltre 200 anni di carcere. Stessa linea che è stata seguita anche dai legali delle parti civili. Certo è che se fosse stata accolta la prima istanza dei legali della difesa nel 2014, il processo sarebbe potuto ripartire in quel di Potenza nel giro di sei mesi, mentre di fatto oggi si può affermare che sono stati persi ben dieci anni.
Dovrà dunque ripartire da zero un processo che, come abbiamo scritto tantissime volte in questi anni nei quali abbiamo a lungo seguito il dibattimento, tanti erano i nodi da sciogliere, tanti i casi poco chiari, diversi gli errori e antitetiche le interpretazioni dei dati ambientali e sanitari nonché i procedimenti scientifici seguiti per ottenere poi un responso in tal senso. Tutto questo adesso spetterà alla Procura di Potenza. Al momento non é chiaro se la Procura della Repubblica di Taranto possa impugnare in Corte di Cassazione la decisione del collegio dell’appello. Tuttavia ciò potrà avvenire soltanto tra due settimane, una volta che la Corte d’Assise d’Appello avrà depositato le motivazioni della sentenza odierna. Se il ricorso dovesse essere avanzato e poi accolto dalla Suprema Corte, spiegano alcune fonti legali, non ci sarebbe l’annullamento ma un eventuale rinvio ad un’altra sezione della stessa Corte d’Assise d’Appello che potrebbe essere Lecce. Quel che è certo, anche se lo era già prima di questa sentenza, è che per diversi reati si raggiungerà la prescrizione: sicuramente quelli contro la pubblica amministrazione, così come molto probabilmente per la concussione e l’omicidio colposo. Ma, lo ripetiamo, i termini per la prescrizione in questo caso, a detta di moltissimi legali protagonisti del processo erano stati già raggiunti.
Tutto ciò detto, quello che ancora una volta sconcerta più di ogni altra cosa (ma nemmeno poi tanto alla fin fine), sono le reazioni del tutto scomposte giunte da ogni parte dopo il pronunciamento della sentenza. Si parla di ‘ingiustizia’, di ‘torto alla città’, di ‘vergogna’ e ‘amarezza’, si tirano in ballo le tante persone decedute negli anni, i danni ambientali e sanitari, l’inquinamento, un non meglio precisato complotto da parte di politica, magistratura e anonimi poteri forti. Ed il ‘bello’ è che la maggior parte di queste accuse arrivano proprio da coloro i quali per anni e anni non hanno fatto altro che parteggiare per l’azione della magistratura stessa, sostenendone ogni singolo passo. Hai voglia dunque a ricordare, inutilmente, che viviamo in uno stato di diritto dove contano le leggi e la loro applicazione, che dev’essere sempre del tutto imparziale. E’ scandaloso che ancora oggi nel 2024 si abbia un’idea di giustizia così arcaica, per la quale se i giudici emanano sentenze o atti giudiziari che confermano le mie idee sono i tutori della legge e della legalità nel nostro Stato, mentre se emettono sentenze o atti contrari alle nostre idee e posizioni allora sono contro la legge e la legalità e contro i cittadini e i loro diritti. Ed è ancora più scandaloso che certe prese di posizione vengano portate avanti da politici che si occupano della cosa pubblica ad ogni livello, soltanto per guadagnare sul momento qualche consenso in più tra i cittadini, la maggioranza dei quali molto poco mastica di queste materie così complesse. Tra l’altro, facciamo sommessamente notare, che la Corte d’Appello non si è affatto pronunciata contro la sentenza di primo grado della Corte d’Assise nei suoi contenuti. Né si è espressa contro i reati contestati agli imputati o contro l’inchiesta che portò al sequestro degli impianti dell’area a caldo del siderurgico, meno che mai il suo pronunciamento riguarda l’avvenuto o meno disastro ambientale nel territorio tarantino. La sentenza odierna stabilisce tutt’altro: ovvero che quel processo andava sì celebrato ma non a Taranto, per i motivi di cui sopra. E’ quindi una sentenza in punta di diritto, che nulla ha a che fare con gli elementi del processo in sé. Che non nega alcunché.
Certo, comprendiamo bene che la sentenza odierna è un avvenimento cruciale, finanche clamoroso in questa infinita vicenda nella quale e sulla quale in tanti, troppi, in tutti questi anni hanno sguazzato per loro tornaconti personali. Una storia che non è ancora giunta al capitolo finale. E che anzi dopo oggi, potrà regalare ancora diversi colpi di scena. E chissà, magari anche solo per una volta, riuscire a trovare quella soluzione ragionata e studiata che ancora oggi manca clamorosamente, che in tanti a parole hanno invocato e inseguito, ma che in pochissimi ad oggi hanno davvero a cuore.
(rileggi tutti gli articoli sul processo ‘Ambiente Svenduto’ https://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto&submit=Go)


Buonasera
“Chi di spada ferisce, di spada perisce”
Parafrasando oggi possiamo dire “Chi di giustizia ferisce, di giustizia perisce”.
Oggi si ritorna al punto di partenza.
Intanto sono passati dodici anni.
La sentenza odierna riguarda soltanto evidenti errori nella procedura penale, non
si esprime sull’inquinamento, sul disastro ambientale, sulle presunte morti dovute
alle emissioni della ex-ILVA, sulle responsabilità dell’azienda, dei Riva e dei politici
locali e nazionali.
Certo è che la difesa degli imputati in questi anni ha fatto presente più volte che il
processo doveva essere spostato da Taranto per legittima suspicione, ma le istanze
sono state sempre rigettate.
Se il processo fosse stato trasferito a Potenza nel 2014 o nel 2017, oggi forse avremmo
potuto mettere la parola fine.
Invece, come nel gioco dell’oca, si torna al VIA. Dopo dodici anni.
Oggi, grazie a questa sentenza, le aree della ex-ILVA di Taranto potranno essere vendute
senza “la spada di Damocle” del sequestro giudiziale e della confisca, che sono annullate
dalla sentenza odierna.
Infatti il complesso industriale ritorna ad essere appetibile per gli investitori, che potranno
programmare tutti i lavori necessari per far ripartire produzione ed investimenti.
Tutto ad un tratto la magistratura ha risolto un problema che i politici con decine di
decreti e norme ad hoc avevano solo ingarbugliato all’infinito.
Giustizia è fatta o forse Ingiustizia è fatta.
Perchè in un paese civile non è possibile far passare dodici anni per capire che il processo
Ambiente Svenduto doveva essere fatto in altra sede.
Ringrazio la Redazione e il Sig. Leone per aver esposto, in questi anni, con dovizia di dati e imparzialità
tutti i fatti inerenti la vicenda ILVA di Taranto.
Saluti
Vecchione Giulio