Sottopagati, spesso precari e sempre più frequentemente vittime di aggressioni verbali e fisiche da parte di alunni o dei loro genitori: è il profilo dei docenti italiani, il cui stipendio, nonostante il carovita imperante, è ancora annoverato tra i più bassi d’Europa. Eppure, nell’immaginario collettivo, il mito del posto statale stenta a morire e, ancora oggi, tanti professionisti scambiano il mondo della scuola per un ufficio di collocamento, tentando un inserimento che spesso li porta ad ingrossare le fila dei cosiddetti precari.

Sì, perché per tantissimi docenti italiani (secondo i sindacati si parla di 250 mila unità) la stabilità lavorativa resta un miraggio, nonostante gli studi universitari, gli anni trascorsi ad insegnare e le tante certificazioni (a pagamento) conseguite. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, si è affrettato a ridimensionare la cifra dei docenti a tempo determinato durante un recente Question Time al Senato: “Le supplenze sono pari a 165.000 unità, – ha dichiarato – che scenderanno a 155.000 entro dicembre grazie alle assunzioni derivanti dai concorsi PNRR“.

A prescindere dai numeri esatti, tuttavia, il problema esiste: il Governo ne ha coscienza e sarebbe al lavoro per risolverlo, al punto da renderlo uno degli obiettivi principali della propria Agenda. La vita del docente precario scorre, sostanzialmente, attorno all’attribuzione di punteggi, come in un quiz televisivo: il fine? Scalare le famigerate graduatorie e rientrare nei posti previsti, pena dover ricominciare tutto dal punto di partenza.

E intanto? Instabilità economica, demotivazione, frustrazione, rabbia: c’è chi ha pianto salutando i suoi studenti, con la certezza di non rivederli più, chi si è trasferito dall’altra parte dell’Italia per ottenere più punti con le supplenze, chi ha sborsato migliaia di euro in certificazioni e chi, con rassegnazione, ha gettato la spugna.

Ma quali sono le cause di questa situazione caotica e paradossale? Ne abbiamo parlato con Alessandro Zizzo, docente tarantino precario che, insieme ad altri colleghi con i quali condivide questa situazione di incertezza lavorativa, ha indirizzato alle testate locali una lunga lettera, all’interno della quale sviscera le problematiche vissute sulla propria pelle.

Partiamo da alcuni titoli apparsi all’inizio di quest’anno scolastico su quasi tutti i quotidiani nazionali: da un lato si legge “Docenti precari, in migliaia rischiano di non lavorare”, dall’altro “Mancano i docenti, tante le cattedre scoperte”. Due notizie apparentemente contraddittorie che, in realtà, sono frutto dello stesso sistema.

Esattamente. I docenti ci sono, il problema è assumerli. A volte capita che una stessa cattedra sia occupata, nell’arco dello stesso anno scolastico, da tre o addirittura quattro insegnanti, con buona pace della continuità didattica, della quale al Ministero non importa proprio nulla. Sapesse quanti messaggi riceviamo dai nostri alunni, che ogni anno sono costretti a fare i conti con un nuovo docente, con un metodo di insegnamento differente. Parliamo tanto di disagio giovanile, dell’importanza di garantire stabilità ai ragazzi, ma è tutta teoria: la realtà è ben diversa, purtroppo. Il sistema è completamente sbagliato e alimenta un vero e proprio business incentrato sulle certificazioni a pagamento, che siamo costretti a conseguire per aumentare il punteggio. Ma le pare che un insegnante con 15 anni di esperienza alle spalle, studi e concorsi superati, debba sborsare 1.500 euro all’anno presso qualche università privata?”.

Come “nasce” un docente precario?

“Dalla necessità dello Stato di coprire le cattedre, da Nord a Sud: i docenti vengono prima reclutati, poi costretti dal sistema a conseguire certificazioni a pagamento per aumentare il proprio punteggio in graduatoria; infine, arriva il concorso. Tuttavia, dopo questo lungo e travagliato iter, nemmeno il superamento del concorso garantisce l’assunzione definitiva: è necessario, infatti, rientrare nei (pochi) posti messi a disposizione. Le dico solo che, al termine dell’ultimo concorso, molti docenti che avevano ottenuto un punteggio altissimo sono stati superati dai riservisti, tra cui coloro che hanno fatto il Servizio Civile Universale, anche se costoro avevano ottenuto punteggi inferiori o hanno alle spalle meno anni di insegnamento. È una situazione sconcertante, che logora dentro e spinge tanti a cambiare mestiere.

Questo Governo, poi, ha deciso di accettare con riserva anche le abilitazioni all’estero, scavalcando ulteriormente tanti docenti con maggior esperienza. Ad ogni domanda per le Graduatorie Provinciali per le Supplenze, poi, siamo costretti a ricaricare sul sito tutti i nostri titoli, invece di aggiornare semplicemente il profilo personale. Col risultato che, chi compie per distrazione o stanchezza un minimo errore, rischia di essere depennato dalla graduatoria: insomma, si parla tanto di scuola digitale e poi si lavora con sistemi volutamente arretrati. Un problema tipico di una Repubblica fondata sulla burocrazia come è l’Italia”.

Il ministro Valditara ha recentemente dichiarato che il Governo è al lavoro per risolvere il problema dei docenti precari. Sarebbe necessaria, a suo parere, una rivoluzione del sistema che permette l’immissione in ruolo?

“Assolutamente sì. Innanzitutto è necessario introdurre le graduatorie a scorrimento per gli ultimi concorsi: chi li ha superati deve diventare docente di ruolo. Non è giusto che questi docenti debbano affrontare un’ennesima prova. Per i prossimi anni, invece, si potrebbe pensare ad un concorso da fare preventivamente o ad un tirocinio di due anni, dopo i quali far scattare l’assunzione a tempo indeterminato. In un Paese normale, infatti, dopo un paio d’anni di servizio, si diventa di ruolo: qui questo non avviene. E si assiste al paradosso per cui l’idoneità di un docente necessita ancora di “verifiche” dopo vent’anni di insegnamento”.

Nella lettera parlavate del silenzio del Provveditorato di Taranto nei vostri confronti.

“È una caratteristica che riguarda tutti i Provveditorati d’Italia: sono guidati dal Ministero, sappiamo che non è colpa loro, ma anche rispondere ad una telefonata o ad un’email, nella situazione assurda in cui ci troviamo, può fare la differenza. Sa qual è il vero problema? Il mestiere del docente, negli ultimi anni, ha perso di valore.Siamo maltrattati da alunni, genitori, a volte dai dirigenti scolastici o dal Provveditore agli Studi. Abbiamo stipendi bassi, paghiamo tante tasse, non abbiamo certezza sul nostro futuro. Tutto quello che pretendiamo, invece, è un minimo di rispetto per una professione che, nella società odierna, può e deve rivestire ancora un ruolo di grande importanza”.

 

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