Ciò che ha fatto più rumore è stato il silenzio assordante di tutti coloro i quali soltanto pochi giorni fa, si stracciavano le vesti gridando allo scandalo. All’ennesima ingiustizia calata dall’alto sulla testa dei tarantini. Alla vergogna di una decisione presa per tutelare ancora una volta gli interessi del ‘potere’. Le solite reazioni di chi, da tantissimi anni ormai, non è più in grado di discernere con raziocinio e lucidità e soprattutto con imparzialità, ciò che è vero da ciò che è falso. E quello che fa ancora più specie è che in questo lungo elenco figurano ogni giorno di più politici, sindacalisti, mass media locali e nazionali, società civile, intellettuali, artisti, e chi più ne ha più ne metta. Tutti pronti ogni giorno a salire sul carro della polemica di turno, tutti pronti ad ergersi a paladini di non si capisce ancora bene cosa, quando poi all’atto pratico hanno fatto più danni (alcuni dei quali purtroppo irreparabili) che il resto, tutte le volte che hanno provato a dare concretezza alle loro infinite parole al vento quotidiane, urlate spesso soltanto nel mondo virtuale dei social dove tutto è concesso a chiunque.
E così, rese note le motivazioni della sentenza (perché quella del 13 settembre scorso è stata una sentenza, non un’ordinanza come in tanti hanno erroneamente sostenuto) con la quale la Corte d’Assise d’Appello di Taranto, presieduta dal giudice Antonio Del Coco (con il giudice a latere Ugo Bassi e sei giudici popolari) ha annullato la sentenza di primo grado del processo ‘Ambiente Svenduto’ a carico di 37 imputati e tre società per il presunto disastro ambientale provocato dall’Ilva di Taranto durante la gestione del gruppo Riva, nessuno di tutti coloro i quali si erano permessi il lusso di commentare quel provvedimento, ha fatto sentire la sua voce. E questo perché, molto semplicemente, nelle motivazioni della Corte (un documento di quasi 300 pagine che alleghiamo in fondo all’articolo per una fruizione libera e democratica a favore del lettore) viene chiarito il punto centrale di questa vicenda giudiziaria, che spiegammo già nel dettaglio negli scorsi mesi, restando come al solito inascoltati e ignorati dalle nostre anime belle (per chi vuole rileggersi la ricostruzione degli eventi troverà il link del nostro ultimo articolo in questa pagina). Una sentenza che molti avvocati penalisti tra i più prestigiosi in Italia hanno già giudicato ineccepibile.
Ovvero l’incompetenza della Corte di Lecce – Taranto (art. 11 Codice di Procedura Penale) in favore della corte di Potenza per legittima suspicione a causa del coinvolgimento di almeno tre magistrati onorari del Tribunale di Taranto, coinvolti nel processo come parti civili (tesi sostenuta sin da subito e per anni da quasi tutti i legali della difesa). E non come si sono prodigati a diffondere in tutto il globo giornalisti e opinionisti di ogni tipo, per il fatto che i giudici di Taranto erano da ritenersi anch’essi parte lesa vivendo nello stesso luogo in cui si è concretizzato il presunto disastro ambientale (tesi anch’essa sostenuta da alcuni legali degli imputati). Lo abbiamo scritto tante volte che in Appello questo scoglio difficilmente sarebbe stato superato. E lo mette per iscritto nero su bianco molto chiaramente nella sentenza dello scorso 13 settembre la stessa Corte d’Assise dell’Appello. Inoltre, sempre a scanso di equivoci e di interpretazioni errate, viene evidenziato come la sentenza dello scorso 13 settembre sia irrevocabile da parte della Corte d’Assise dell’Appello. Così come, è bene ribadirlo ancora una volta, diversi reati erano già andati in prescrizione prima di questa ennesima storica sentenza. Così come difficilmente la Procura di Potenza solleverà il conflitto negativo di competenza, sostenendo che competente è la Procura di Taranto, contrariamente a quanto statuito dalla Corte d’Assise dell’Appello, anche perché la sentenza si è allineata alla giurisprudenza degli ultimi cinquant’anni della Cassazione (l’unica che interverrebbe per sanare un eventuale conflitto di competenze) in materia di applicazione dell’art. 11 del Codice di Procedura Penale.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/09/13/salta-ambiente-svenduto-tutto-da-rifare-1/)
Perché la Corte d’Assise di primo grado, e con essa la Procura Generale, abbia voluto lo stesso procedere in tutti questi anni sapendo il rischio enorme che si stesse correndo, forse non lo sapremo mai. Del resto, per ben quattro volte il collegio difensivo aveva provato a spostare il processo da Taranto senza però mai riuscirvi. Il primo tentativo risale al giugno 2014, prima ancora dell’udienza preliminare dinanzi al giudice Vilma Gilli al quale seguì un ricorso in Cassazione (anche se nella motivazioni della sentenza si chiarisce anche come quel giudizio si riferisse soltanto ad un aspetto di questa vicenda): furono entrambi respinti. Poi altri due tentativi furono effettuati nel luglio e nell’agosto del 2017: ma in entrambi i casi prima il presidente del tribunale Franco Lucafò e poi i giudici della Corte d’Appello di Taranto rigettarono le istanze di ricusazione giudicandole inammissibili. Ma perché dei giudici onorari si sono costituiti parti civili pur sapendo che questo prima o poi avrebbe comportato un corto circuito incendiario? Perché gli avvocati che li hanno assistiti non hanno fermato questa iniziativa quando era ancora possibile farlo? Com’è possibile che nella nazione culla dell diritto ci possano essere interpretazioni della legge così opposte? Sono queste le domande che la politica dovrebbe porsi e porre, invece di sbraitare ogni giorno sguaiatamente su questioni di cui nulla conosce. Sono queste le domande a cui la magistratura dovrebbe rispondere invece di arroccarsi continuamente in difesa delle proprie posizioni, invece di sentirsi delegittimata e minacciata ogni qual volta qualcuno provi ad intervenire nei meccanismi di un sistema giudiziario che ha ancora molte falle e troppi difetti. Sono queste le domande a cui una società civile impegnata e consapevole per migliorare la società in cui opera dovrebbe pretendere risposte, invece di recitare il ruolo di rivoluzionaria che non le appartiene (e mai le apparterrà) per evidenti limiti strutturali interni. Sono queste le domande che un giornalismo libero e indipendente dovrebbe porsi e porre, invece di continuare ad essere da anni lo zerbino del potere politico ed economico e di inseguire gli umori e gli istinti di milioni di cittadini che continuano ad essere poco e male informati.
Allo stesso tempo probabilmente non sapremo mai il perché la Corte d’Assise di primo grado abbia voluto condannare diversi imputati della pubblica amministrazione o avvocati che difendevano l’ex Ilva al tempo dei Riva, nonostante in aula fosse stato dimostrato più volte come le intercettazioni dalle quali erano emersi i presunti reati di cui erano accusai erano state o trascritte male, oppure erano state interpretate per seguire una determinata linea processuale. Così come forse non sapremo mai cosa abbia spinto la Corte e pm dell’accusa a sostenere determinate teorie su presunti complotti, pressioni o altro nonostante non vi fossero prove concrete e inoppugnabili a sostegno di tale tesi. Per non parlare poi dell’enorme numero di parti civli che sono state accettate dalla stessa Corte: quasi 1500, tra cui anche i giudici ordinari, scelta che ha di fatto sabotato dalle fondamenta l’intero processo. Chi ha seguito per anni la vicenda Ilva, prima e dopo il 2012, ha sempre saputo perfettamente che quel numero era altresì gonfiato da uno stuolo di avvocati e di studi legali che si erano gettati a pesce in quello che più volte è stato definito, giustamente, il processo ambientale più importante della storia italiana. Lasciando per un attimo perdere partiti, sindacati, associazioni ed enti istituzionali costituitisi in giudizio, l’assenza quasi totale della gran parte di quelle parti civili durante gli anni del processo erano il segnale inequivocabile della pantomima che era stata messa in piedi nei confronti di una storia invece terribilmente seria, vera e drammatica. E che la Corte d’Assise dell’Appello avesse intenzione di andare a fondo a tutte queste vicende, si era capito proprio quando lo scorso maggio sospese il pagamento delle provvisionali da parte degli imputati (gettati tutti nello stesso calderone pur avendo avuto ruoli e presunte responsabilità agli antipodi nella vicenda Ilva) a tutte le parti civili (tra le quali uno dei giudici onorari a cui era stata già in parte pagata una parte del risarcimento per il deprezzamento di un terreno adiacente il siderurgico).
Perché è accaduto tutto questo, difficilmente qualcuno lo spiegherà. Ma è chiaro che la strada perseguita dalla Corte d’Assise di primo grado insieme ai pm dell’accusa aveva come unica strategia quella di impedire ad ogni costo che il processo venisse trasferito altrove. Nelle udienze che si sono svolte negli scorsi mesi infatti, la Procura Generale rappresentata in aula dal Sostituto Procuratore Generale il dott. Mario Antonio Barruffa, affiancato da uno dei pm dell’accusa ovvero la dott.ssa Giovanna Cannarile (adesso in servizio a Lecce), di cui fanno parte anche i pm Raffaele Graziano, Remo Epifani e Mariano Buccoliero, aveva chiesto alla Corte di rigettare tutte le questioni procedurali e le eccezioni di nullità sollevate dal collegio difensivo nelle precedenti udienze, difendendo con forza e convinzione la sentenza del maggio 2021 con la quale i giudici della Corte d’Assise di Taranto condannarono in primo grado gli imputati ad oltre 200 anni di carcere. Stessa linea che è stata seguita anche dai legali delle parti civili. Certo è che se fosse stata accolta la prima istanza dei legali della difesa nel 2014, il processo sarebbe potuto ripartire in quel di Potenza nel giro di sei mesi, mentre di fatto oggi si può affermare che sono stati persi ben dieci anni. Un processo durato cinque anni dal 2016 al 2021 (che era già dovuto ripartire dall’udienza preliminare una prima volta per errori burocratici per la mancata consegne di alcune notifiche, un mero errore materiale nel verbale dell’udienza preliminare del 23 agosto 2015), con quasi 300 udienze, centinaia di teste e migliaia di documenti prodotti è come se non si fosse mai tenuto.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/04/19/riecco-ambiente-svenduto-cosa-accadra/)
Infine, alcune precisazioni che vogliamo ribadire con forza. La Corte d’Assise d’Appello non si è affatto pronunciata contro la sentenza di primo grado nei suoi contenuti. Né si è espressa contro i reati contestati agli imputati o contro l’inchiesta (e quindi i dettagli più importanti come le perizie chimiche ed epidemiologiche) che portò al sequestro degli impianti dell’area a caldo del siderurgico, meno che mai il suo pronunciamento riguarda l’avvenuto o meno disastro ambientale nel territorio tarantino. La sentenza stabilisce tutt’altro: ovvero che quel processo andava sì celebrato ma non a Taranto, per i motivi di cui sopra. E’ quindi una sentenza in punta di diritto, che nulla ha a che fare con gli elementi del processo in sé. Che non nega alcunché. Dunque, tanto per chiarirlo ancora una volta ai lettori, non è una posizione o una interpretazione di parte. Né è una sentenza che appoggia chissà quale teoria negazionista.
Sia ben chiaro, ancora una volta, che sulle colonne di questo giornale non si è mai voluto sostenere in tutti questi anni chissà quale tesi innocentista, anzi (non fosse altro perché chi scrive condusse una battaglia senza quartiere negli anni ante 2012 dalle colonne del quotidiano locale ‘TarantoOggi‘ nei confronti dell’inquinamento dell’ex Ilva al tempo dei Riva, e non solo nei confronti di quello del siderurgico). Ma si è sempre voluto evidenziare come il vizio di forma originario insieme ai tanti casi opachi a carico di alcuni imputati, abbiamo reso questo processo tutt’altro che concluso e cristallizzato come taluni hanno sempre creduto e come dimostra la sentenza della Corte d’Assise d’Appello. E’ stato un errore di portata storica ritenere che la magistratura avrebbe dovuto supplire alle mancanze della politica e della società civile (lavandosi così le mani dal ruolo di decisori e propulsori di un reale cambiamento migliorativo dell’esistente), usandola come una mannaia nei confronti di chi ancora oggi vuol provare ad intraprendere la strada del confronto e delle soluzioni ragionate e sensate. Esultando per ogni indagine, per ogni inchiesta, per ogni arresto, per ogni rinvio a giudizio, per ogni condanna: ma solo e soltanto se ciò riguardava il proprio ‘nemico’ e avallava il proprio teorema poggiato spesso su preconcetti e presunzioni nel possedere la verità assoluta. La speranza, che dovrebbe appartenere invece ad ogni singolo cittadino, è che ogni dubbio, ogni errore, venga fugato oppure riconosciuto nel nuovo processo. Perché soltanto così si potrà parlare di giustizia giusta, di stato di diritto rispettato, sia per le vittime che per i colpevoli su quali vige sempre la presunzione d’innocenza sino all’ultimo grado di giudizio. E questo può avvenire soltanto in un dibattimento che si svolga secondo criteri di indipendenza e terzietà. Non dimentichiamolo mai.
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grazie per l’attenta analisi.
sarebbe bello avere anche una sua inchiesta giornalistica sulle ipotetiche motivazioni dietro al
“Perché dei giudici onorari si siano costituiti parti civili pur sapendo che questo prima o poi avrebbe comportato un corto circuito incendiario? ”
“Perché gli avvocati che li hanno assistiti non hanno fermato quest’operazione?”
cordiali saluti
Buongiorno
Articolo ineccepibile.
Ringrazio la vs redazione e il sig Leone per tutti gli articoli pubblicati in questi anni
Oggi paghiamo tutti l’errore di non aver tutelato il diritto sacrosanto alla difesa degli imputati del processo Ambiente Svenduto.
Quando i giudici non sono terzi nel giudicare, ma si ergono a baluardo e diventano giustizialisti, escono queste frittate colossali.
Come avete ben spiegato, ma la maggior parte delle persone non ha capito, abbiamo perso 10 anni solo per capire che il processo andava fatto a Potenza e non a Taranto.
Ancora si dovrà discutere se e chi ha inquinato
Saluti
Vecchione Giulio
Risposta al Sig Francesco
1* I giudici onorari si sono costituiti per tutelare i propri interessi come cittadini perché ritenevano di aver subito dei danni
2* Gli avvocati dei giudici onorari hanno cercato di perorare le istanze dei propri assistiti.
3* Non si sarebbe potuto impedire ai giudici onorari di costituirsi nel processo come parte lesa.
4* Spettava ai giudici del 1″ grado accogliere i ricorsi per legittima suspicione nel 2014 o nel 2017 e chiedere il trasferimento del processo ad altro tribunale, che poteva anche non essere Potenza se ci fosse stato un giudice del Tribunale di Potenza tra le parti lese.
Spero di essere stato esaustivo.
Saluti
Vecchione Giulio