Il Primitivo, eccellenza italiana dal sapore pugliese. Un vino ricavato da un’uva pregiata, dai grappoli scuri e particolarmente dolci, che nel Tarantino vanta una storia addirittura millenaria: si ritiene, infatti, che questo vitigno sia stato importato dagli Illiri in Puglia, diffondendosi poi in altre regioni meridionali.
Eppure, la produzione nostrana di quest’uva così richiesta e caratteristica della nostra terra, è stata notevolmente intaccata dalla terribile siccità che ha contraddistinto l’estate appena trascorsa, già classificata come una delle più calde di sempre.
Ad essere particolarmente penalizzati dai cambiamenti climatici sono soprattutto i viticoltori, costretti a fare i conti con costi di gestione sempre più alti, produzioni in deciso calo e un mercato sostanzialmente fermo.
A spiegarci nel dettaglio la situazione complessa del Tarantino è Michele Schifone, enologo, imprenditore agricolo e proprietario delle Cantine Cicella di Torricella.
Quali sono i primi dati che emergono dalla vendemmia 2024?
“Possiamo già dire che la produzione dell’uva da Primitivo è calata del 50% rispetto ad una vendemmia normale, con una resa da uva in vino che scende di un ulteriore 10%. Se la qualità resta fuori discussione, è la quantità ad essere notevolmente penalizzata, anche per quanto riguarda le altre varietà di uva, per le quali si registra una flessione superiore al 30%”.
Come mai il Primitivo è stato così penalizzato dalla siccità estiva?
“Normalmente, nelle nostre zone (Manduria, Sava, Torricella) i vitigni non sono irrigati né irrigabili per la vicinanza al mare; inoltre, proprio per la conformazione fisica della varietà, il caldo eccessivo della scorsa estate ha letteralmente inaridito i grappoli”.
Quali zone sono state toccate dal calo produttivo?
“Sicuramente tutta la zona del Tarantino”.
Da più parti si invocano misure precise a sostegno del settore agricolo all’interno della prossima Manovra finanziaria.
“La verità è che siamo notevolmente sfiduciati. Basti pensare che solo ora stanno arrivando i fondi per i danni da peronospora dello scorso anno, per chi ha avuto la fortuna di potervi accedere”. C’è un ritardo pauroso negli interventi, mentre i viticoltori hanno bisogno di una risposta immediata: non possiamo attendere anni, anche perché i costi di gestione aziendale sono raddoppiati negli ultimi anni, anche per una questione di natura prettamente burocratica. Mediamente oggi un ettaro di vigneto ha un costo di gestione dai 5 ai 6 mila euro, con una resa produttiva, quest’anno, che va dai 30 ai 50 quintali per ettaro. Il costo dell’uva da Primitivo, invece, non ha superato i 50 euro al quintale: quindi possiamo stimare una perdita secca da 3 a 4 mila euro ad ettaro per i viticoltori.
In definitiva, al momento chi ci rimette sono solo i produttori, che stanno guadagnando molto meno rispetto alla cifra necessaria per i costi di gestione. Le cooperative e i privati, invece, non credo che avranno grosse difficoltà: il prezzo delle uve acquistate resta in linea con il mercato, che è già molto basso e non registra molto movimento. L’aspetto peggiore, a mio avviso, è che di quello che sta accadendo se ne parla poco e, conseguentemente, non si cercano modalità concrete e immediate di intervento”.
E le associazioni di categoria?
“Nei prossimi giorni sarà ufficializzata un’associazione di soli viticoltori, per portare avanti le esigenze specifiche del settore, che rischiano di smarrirsi all’interno di altre associazioni più vaste. Ogni settore deve portare avanti le proprie tesi e individuare le soluzioni adatte, spesso non solo dal punto di vista economico ma anche organizzativo”.
Sulle attuali, sconfortanti condizioni del settore agricolo tarantino è intervenuto anche Pietro De Padova, presidente provinciale di Cia Due Mari, che abbiamo raggiunto telefonicamente.
Il settore della viticoltura è davvero in pericolo?
“Non solo la viticoltura, ma tutto il settore agricolo sta arretrando. Ogni anno ce n’è una: ora il Covid, poi la Xylella, infine la siccità. Gli agricoltori sono allo stremo, perché la crisi inevitabilmente si ripercuote sulla materia prima e su chi produce. Solo un pazzo, al giorno d’oggi, investirebbe nel settore: tra costi di gestione elevati, rese sempre più basse a causa delle varie problematiche e sostegni che procedono secondo tempi biblici, la situazione è insostenibile. Aggiungiamoci anche un sistema bancario irrigidito e pressante ed il quadro è completo: le aziende sono al collasso economico. In più, soffriamo la concorrenza di colossi internazionali come Brasile, Cina, Argentina, che esportano ormai anche i vini.
Ora, poi, si sta chiedendo alla Regione nuovamente di estirpare i vini rossi per riequilibrare l’offerta con la domanda: è necessario ridurre il vino? Allora bisognerebbe puntare sulla frutta a guscio, che ormai è solo d’importazione californiana: eppure, un tempo, eravamo leader mondiali nella produzione di mandorle”.
La speranza sono le nuove generazioni?
“I ragazzi stanno andando via, ricambio generazionale in questo settore (a parte qualche eccezione) non c’è. Inoltre, stiamo assistendo ad un graduale allontanamento del marketing del vino dal mondo dei giovani, che spesso si sentono distanti da un settore visto come appannaggio di una nicchia di intenditori, con età differenti”.
Soluzioni?
“È necessario tornare a parlare di chi produce l’uva e non solo delle cantine. Gli agricoltori hanno bisogno di accordi pluriennali e il sistema deve assolutamente cambiare. Non è pensabile che, faccio un esempio, per reimpiantare gli ulivi danneggiati dalla Xylella siano necessari 5 o 7 anni, un’azienda non può restare ferma per un decennio: siamo all’assurdo. Se i fondi (penso ad esempio al PNRR) sono stati stanziati, non possono giungere col contagocce, in un arco di tempo che include anni e anni: il sistema deve essere rivisto e semplificato ma, soprattutto, velocizzato. E bisogna far presto, lo ripetiamo da troppo tempo: ormai, l’economia agricola del nostro territorio è prossima all’azzeramento totale.
