Sarà difficile abituarsi all’assenza di una persona come Massimo Battista. Almeno per tutti coloro i quali lo hanno incrociato sulla loro strada, per chi con lui si è scontrato o ha percorso un tratto di strada insieme. E quindi per tutti coloro i quali, oggi sempre meno, provano a modo loro e nelle forme più diverse ad impegnarsi socialmente e politicamente sul territorio.

E’ indubbio che Massimo Battista sia stato uno dei principali attori protagonisti degli ultimi 12 anni della storia politica di Taranto. E non perché fosse un eroe, un rivoluzionario o un martire, come tanti in queste settimane stanno cercando di dipingerlo: sono certo che poco avrebbe gradito tutto questo caos di parole attorno a lui e su di lui. Perché Massimo era un figlio vero di questa città: aveva Taranto nelle vene, con tutta la sua bellezza e le sue contraddizioni che ben si amalgamavano in un carattere burbero, a volte scontroso e focoso, in una personalità importante e ingombrante che molto poco spazio lasciava alla superficialità del perdersi in mille proclami e annunci di ogni tipo, su presunte e imminenti rivoluzioni pronte ad incendiare Taranto e il suo circondario che da queste parti ancora stiamo aspettando di vedere.

Questo Massimo lo aveva capito molto bene da tempo. Anche per questo, credo, si fidava di pochissime persone; anche per questo, credo, aveva deciso di intraprendere un percorso politico del tutto personale e solitario, dopo la delusione patita per avere creduto (ingenuamente e in buona fede, un errore che compiono tutti quelli che si avvicinano per la prima volta alla politica ufficiale) in un progetto politico effimero che ancora oggi mostra tutte le sue criticità. Ben sapendo che in questo modo tutto sarebbe stato maledettamente più difficile, al limite dell’impossibile. Perché nessuno ha mai cambiato il mondo da solo. Ma lo ha fatto con la ferma convinzione che avrebbe comunque potuto dare fastidio inserendosi negli ingranaggi della macchina amministrativa, facendo le pulci a quella classe politica che troppo spesso, nell’amministrare la cosa pubblica, eccede in egoismi e personalismi che mandano in soffitta il bene più prezioso che i cittadini consegnano nelle loro mani, quello comune. Io penso che in questo Massimo abbia davvero lasciato il segno, ricoprendo negli anni il ruolo di consigliere comunale al meglio delle sue possibilità e capacità, come ogni esponente politico che si rispetti dovrebbe fare. E si badi bene: l’ha fatto con i pochi strumenti in suo possesso, contando soltanto sulle sue sole forze. Senza essere spalleggiato e aiutato da un partito e senza avere esperienza alcuna del funzionamento della burocrazia di questo Stato. Avendo però dalla sua una pazienza e una forza di volontà come pochi altri nel leggersi e studiarsi per giorni, settimane, mesi interi migliaia di carte, articoli di leggi, delibere di giunta, bilanci comunali e delle società partecipate, bozze di progetti e tanto altro ancora. Lo ha fatto da solo, nella consapevolezza che solo così avrebbe potuto fornire un aiuto concreto alla sua città e che solo così avrebbe potuto dare un senso al ruolo al quale era stato chiamato dai suoi elettori. E lo ha fatto al meglio, visto il riconoscimento bipartisan ottenuto dalla politica tutta e dalla grande folla di cittadini e cittadine presenti al suo funerale.

Scrivo tutto questo perché l’ho potuto osservare ed apprezzare di persona, con i miei occhi tra quei banchi dai quali Massimo è intervenuto decine di volte. E seppur i suoi toni e i suoi modi avranno spesso travalicato i decibel tollerati e consentiti in un’aula consiliare (mai dimenticherò i suoi sorrisi, le sue smorfie, i suoi sguardi con cui ci parlavamo a distanza con gli occhi), i suoi interventi erano di certo tra i più pertinenti e precisi: di gran lunga i migliori che si potessero ascoltare nel luogo in cui, su questo eravamo stati sempre d’accordo, oggi si riunisce quello che di gran lunga può essere considerato il peggior consiglio comunale almeno degli ultimi 20 anni della storia politica cittadina. Mentre Massimo, oltre ad essere stato un tifoso del Taranto era soprattutto un tifoso di Taranto, del suo presente e del suo futuro. Lo era a suo modo, com’è giusto che sia, al di là della condivisione o meno della sua visione presente e futura della città, al centro di tante nostre chiacchierate e confronti, sulla quale io stesso non ero in totale accordo con lui.

Massimo Battista durante un intervento in Consiglio comunale

Allo stesso tempo però, credo gli farei un torto se scrivessi e ricordassi solo dell’ultimo Massimo politico. Perché la verità è che lui è sempre stato tanto altro. E che la sua vera essenza fosse da tutt’altra parte. Massimo è stato prima di tutto un figlio, un fratello, un marito, un padre. Ruolo che anche in questo caso ha provato a fare al meglio delle sue possibilità, donando ai suoi cari un amore sconfinato e irriducibile. Per questo, credo vada portato un profondo e rispettoso silenzio per chi ha perso un figlio, un fratello, un compagno di vita, un padre: il dolore più intenso, irrimediabile, insuperabile è e sarà sempre il loro, rispetto al quale tutti dovrebbero fare un passo indietro e tenersi alla giusta distanza. Perché è giusto che il Massimo più intimo non venga toccato e intaccato da nessuno. Perché ricominciare a vivere o a sopravvivere, non è cosa affatto scontata in questi casi, quando l’amore più grande viene contaminato dal dolore più duro da sopportare.

Tornando al di fuori della sua sfera privata, Massimo è stato anche e soprattutto un lavoratore, un metalmeccanico della più grande acciaieria d’Europa, un sindacalista della Fiom, un uomo consapevole dell’importanza vitale del lavoro operaio in fabbrica prima e delle sue storture, dei suoi compromessi, delle sue sofferenze, delle sue umiliazioni, dei suoi danni all’ambiente e alla salute poi, quando anche gli studi scientifici hanno accertato quello che in pochi inizialmente credevano e sostenevano: che tanto si sarebbe potuto e dovuto gestire in tutt’altra maniera. Massimo ha vissuto da sindacalista il picco migliore della gestione Riva (inteso in termini di produzione e profitto, di gestione impiantistica e non solo dal punto di vista di relazioni sindacali) e da operaio in profondo contrasto con proprietà aziendale e sindacati il lungo ed inesorabile tracollo di quella fabbrica, senza rinnegare il suo passato ma sposando dall’estate del 2012 in poi (una stagione che ha segnato per sempre la storia di questa città e quella di migliaia di persone) una posizione del tutto opposta alla linea politica portata avanti dal sindacato, dalla politica locale, regionale e nazionale sul salvataggio di quella stessa fabbrica che lui non voleva più e che conosceva sin troppo bene. E che probabilmente ha contribuito non poco a strapparlo alla vita così presto.

Senza dimenticare che prima di avventurarsi nell’agone politico, Massimo è stato anche un’attivista, un cittadino impegnato sul territorio, che ha messo a disposizione il suo tempo, la sua vita, le sue energie e risorse, per provare a migliorare questa città. Che solo chi non ha studiato un minimo di Storia e non conosce come vanno le cose in gran parte del mondo, può continuare a definire dannata, maledetta, violentata o ‘terra di sacrificio’ come scrisse l’ONU in un rapporto del febbraio del 2022. Perché se Taranto, che si trova in Occidente, in Italia, con tutta la sua bellezza e i suoi innegabili problemi possiede davvero tutti questi aggettivi così negativi, ci si chiede allora quali si dovrebbero utilizzare per quei luoghi che da sempre lo sono o che lo sono diventati nel corso della Storia. Anche di questo Massimo era ampiamente consapevole. Ben sapeva che sin troppo spesso sono proprio i tarantini ad essere il peggior problema per Taranto, molto bravi quando si tratta di denigrare l’altro o di distruggere qualsivoglia iniziativa e bravissimi a scomparire quando si tratta di mettersi davvero in gioco. Nonostante ciò, non ha mai avuto alcuna intenzione di arrendersi, amando spesso ripetere una delle sue classiche frasi: “Questi sono i pupazzi e con questi dobbiamo fare il presepe”. Anche per questo, l’intuizione di realizzare il l’Uno Maggio Taranto e dar vita al comitato dei Cittadini Liberi e Pensanti può considerarsi uno dei suoi maggiori lasciti ad una città che può ancora contare su tanti piccoli Massimo silenziosi sparsi qua e là nell’associazionismo e nel volontariato.

Massimo è stato però anche molto sfortunato, questo non glielo possiamo e non ce lo dobbiamo negare. Sia chiaro: lo è stato come tanti, troppi da queste parti. Perché come anche lui amava sostenere, non ci sono cittadini di serie A e serie B così come non ci sono malati di serie A e serie B. Ma a 51 anni non si è pronti a morire e a soffrire così tanto e a lasciare a metà tutto quello che si è costruito e tutto quello che ancora si vuol costruire. Non lo si è a nessuna età, se proprio dobbiamo ammetterlo. Eppure lui ha provato sino alla fine a prendere a pugni quel dolore, quella sofferenza, quel male al quale non avrebbe mai ceduto se solo questa fosse stata una sua libera scelta. Non ha avuto paura di guardare in faccia la malattia, così come non ha avuto timore a mostrarla agli altri. Non si à mai negato o nascosto, anzi ha provato attraverso continui aggiornamenti sui social a mostrare a tutti cosa si prova e si vive quando la malattia ti colpisce a tradimento, quando ti porta nei luoghi dove la sofferenza e la morte le si tocca ogni giorno con mano. E tu non puoi far altro, se ne hai le forze, a lottare e sperare.

Un momento della storica manifestazione del 2 agosto 2012

Per tutto quello che ho scritto (e sicuramente per tante altre cose ancora che non ho menzionato perché c’è tanto di Massimo che non ho conosciuto) è giusto ricordare e ringraziare Massimo. Perché è stato un cittadino a tutto tondo, nel bene e nel male, ma soprattutto al di là del bene e del male. Non sta di certo a noi, né a chi scrive, esprimere un giudizio sul Massimo che è stato e che abbiamo conosciuto pubblicamente. Quello spetterà sempre e soltanto alla Storia. Così come credo non sia giusto accaparrarsi la memoria del Massimo politico o del Massimo attivista, solo per tornaconti personali di dubbia natura o per rinvigorire il proprio ego. Né ritengo gli si possa rendere omaggio e giustizia trasformandolo in quello che Massimo non è stato e non voleva essere. Credo invece che l’unica cosa che dovremmo e potremmo provare a fare, un pò tutti quanti nel nostro piccolo o grande che sia, sarebbe quella di portare un pò di Massimo in noi e in tutto ciò che facciamo. Soprattutto credo che in questo grande dolore e sgomento collettivo, potremmo ritrovare quella voglia di impegnarci per cambiare in meglio le cose, che in tanti hanno abbandonato troppo presto dalle nostre parti. E dovremmo farlo provando a fare tutti un passo verso gli altri, anche verso chi la pensa diversamente da noi. L’esempio lo abbiamo avuto proprio dalla vita pratica di Massimo: al di là delle sue idee e di chi quelle idee non condivideva, ha sempre cercato nel suo piccolo di fare il bene e del bene a Taranto. E la sua solitudine tra quei banchi dell’aula del Consiglio comunale è lì a dirci che soltanto uniti, consapevoli, onesti e sinceri potremo provare a cambiare in meglio questo territorio. Sono certo che Massimo questo vorrebbe perché questo ha sempre voluto.

A Massimo gli si è voluto un gran bene. E sempre gliene si vorrà. Mi sono permesso di scrivere queste righe per rendere omaggio (più che al nostro rapporto pluriennale che lascia il tempo che trova e che interessa ben poco a chi legge) alla sua persona, lontano da qualsivoglia polemica strumentale e ricostruzione demagogico populistica. L’ho fatto perché so che se avesse avuto la possibilità di leggere queste parole, mi avrebbe regalato uno dei suoi tanti sorrisi sornioni e amari allo stesso tempo, che tanto dicevano e trasmettevano. E forse mi avrebbe abbracciato o regalato una delle sue classiche pacche sulle spalle. Ed anche se tutto questo non potrà più accadere, non glielo potevo e dovevo negare. Perché così magari tra qualche anno, qualche bambino di Taranto (a cui tanto lui amava rivolgersi e per i quali portava avanti le sue tante piccole grandi battaglie) che si ritroverà a leggere queste righe, possa dalla sua vita trarre la forza e la voglia di portare avanti i propri sogni e ideali e, perché no, magari un giorno realizzarli per davvero.

Questa poesia l’ho scelta per te. Ciao Massimo, ovunque tu sia.

La città (Raccolte di poesie, 1910, di Konstantinos Kavafis)

Hai detto: “Per altre terre andrò, per altro mare.

Altra città, più amabile di questa, dove

ogni mio sforzo è votato al fallimento,

dove il mio cuore come un morto sta sepolto,

ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?

Dei lunghi anni, se mi guardo attorno,

della mia vita consumata qui, non vedo

che nere macerie e solitudine e rovina”.

Non troverai altro luogo non troverai altro mare.

La città ti verrà dietro. Andrai vagando

per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.

Imbiancherai in queste stesse case. Sempre

farai capo a questa città. Altrove, non sperare,

non c’è nave non c’è strada per te.

Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto

tu l’hai sciupata su tutta la terra.

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