“La realtà è un punto di partenza, non una destinazione”. L’incipit del film informa subito lo spettatore circa i contenuti romanzati di questo spaccato della caccia trentennale al superboss di mafia Matteo Messina Denaro (incarnato dal poliedrico e sempre impeccabile Elio Germano, la cui presenza in un cast è da tempo sinonimo di biglietto ben pagato). D’altro canto, però, i riferimenti ai personaggi storici di questa lunga vicenda risultano abbastanza evidenti …
Basta il solo “Iddu” a far intendere ai diversi personaggi della narrazione di chi si stia parlando. Personaggi spesso tra il comico e il grottesco, come Giovannino e Stefania, rispettivamente fratello e sorella del boss, principali artefici e custodi del traffico di quei pizzini che rendono ancora “potente” il Matteo in perenne clausura domestica. Una clausura che rende palesemente triste quel boss tristo, tanto da fargli fortemente desiderare momenti di vita “normale”, tanto da fargli pronunciare un “lasciami andare” verso quel padre che è costantemente e prepotentemente nei suoi pensieri e sogni, e del quale era da sempre stato il naturale erede (a discapito della sorella Stefania, che a quella sorta di trono malvagio aveva dovuto con grande sofferenza rinunciare, pagando il dazio aprioristico di una famigghia patriarcale). Lui, U Pupu.
Le atmosfere del film sono diverse e repentinamente cangianti: si spazia dall’azione di un poliziesco a sprazzi di commedia alla Scarpetta: sì, perché l’altro protagonista della pellicola, Toni Servillo (da tempo indiscutibilmente uno dei volti più espressivi e talentuosi del nostro cinema), è un’autentica maschera commediante, talmente grottesca e potente da far quasi sentire l’odore delle tavole di un palcoscenico. Il personaggio si chiama Catello Palumbo, ex preside (tutti l’appellano “il Preside”), ex sindaco, ex tante altre cose. Appena finito di scontare 6 anni di carcere a Cuneo per le sue vicinanze alla famigghia, riporta in Sicilia il suo improbabile riporto con tanto di ricrescita, per sbattere contro una montagna di debiti e problemi, che lo spingeranno a collaborare con la “giustizia” sotto le fortissime pressioni (leggi minacce) dei servizi segreti. Il suo destino è segnato: diventare “il più infame degli infami”.
A più riprese, i dialoghi fra Catello e sua moglie Elvira (Betty Pedrazzi), pregni di linguaggio colto, ironie e metafore, rappresentano degli autentici gioielli teatrali, esilaranti al punto che vorresti immediatamente riascoltarli.
La benevola “carceriera” di Iddu è Lucia (Barbora Bobulova), un’amica vedova che gli ha messo a disposizione un vano della propria casa. La donna, silenziosa e riservata fino a risultare enigmatica, scrive e sigilla i pizzini sotto dettatura del boss. Lo osserverà anche mentre lui, giorno dopo giorno, tenterà di completare un grande puzzle della Sicilia…
Complessivamente non è tanto la trama sviluppata dai registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza a risultare degna di sottolineatura, quanto piuttosto il livello recitativo e interpretativo proposto da un ottimo cast, dal quale si ergono e fanno luce due innegabili fuoriclasse del cinema italiano contemporaneo: Toni Servillo, Elio Germano.
*recensione a cura di Girolamo Piepoli