Sono già, a pochi giorni dal lancio nelle sale cinematografiche, circa trecentomila gli italiani che sono corsi a vedere l’ultimo film di Paolo Sorrentino, intitolato “Parthenope”. Come spesso accade per i film di questo maestro della contemporaneità, e più in generale per i grandi autori, non sono mancate le iperboli sia in senso positivo che in senso negativo (tra queste ultime le recensioni de “L’avvenire” e “GQ” sono state delle vere stroncature).
Il film, se dovessimo definirlo con un solo aggettivo, è in effetti potente nel senso che mette lo spettatore per oltre due ore dinanzi ad un ordine figurativo che il regista per sua stessa ammissione cerca- forse invano- di mettere al caos dei suoi pensieri e delle sue esperienze personali intorno ad una città contraddittoria e magmatica come Napoli. Parthenope è la sirena bellissima battuta da Orfeo nel canto, ma è anche, nella tradizione mitologica ripresa da Virgilio nelle “Georgiche”, la fanciulla morta durante il nubifragio cinque secoli prima di Cristo a Castel dell’ Ovo, dando di fatto i natali al primo nucleo abitativo su cui poi sarebbe stata fondata la città di Napoli: Sorrentino la trasforma in un’adolescente bellissima, anzi avvenente nel senso etimologico di questo termine perché, nata letteralmente nel mare, la ragazza sin da subito diventa un’inspiegabile calamita per chiunque le si avvicini, a cominciare dai membri stessi della sua agiata famiglia allargata.
Le due ore del film si possono sintetizzare in due momenti, cui corrispondono storicamente gli Anni Cinquanta (nascita e giovinezza della protagonista) e gli Anni Settanta, sino ai giorni nostri. Nella prima parte, come è stato osservato, è quasi troppo insistita la definizione di una bellezza fisica che pertiene a Parthenope intesa come figura umana e intesa anche come toponimo, a conferma che per buoni cinquanta minuti il film è volutamente una cartolina di Napoli definita attraverso continui campi larghi ove il mare, le scogliere, lo skyline della città sembrano alludere ad un patinato spot pubblicitario, così come pure l’attrice (una bravissima Celeste Dalla Porta) colta in pose da mannequin alla ricerca della frase ad effetto, in coerenza al fatto che il brand Saint Laurent è tra i produttori dell’opera.
Ozio, equilibrio, rimandi simbolici raffinati e musica extradiegetica sono gli ingredienti di una narrazione che sembra voler insistere sui prevedibili stilemi del cinema di Sorrentino, ove non manca la solita tavolata di commensali gaudenti, il ricorso a scene rallentate ed un uso continuo di luci e colori abbacinanti, tra le cose più ragguardevoli dell’intero film.
All’improvviso, appena accennato da qualche scena lievemente torbida, il film arriva al suo climax, un punto di rottura cui corrisponderà una discesa agli inferi: Parthenope è, infatti contesa da un ragazzo che frequenta la bellissima villa di famiglia e al contempo da suo fratello, enigmatico adolescente in precario equilibrio tra omosessualità e appetiti incestuosi.
Il suo suicidio, il suo “lasciarsi andare”- dotto rimando a un racconto di Marguerite Yourcenar del 1981- letteralmente sfracellandosi su una scogliera, genererà il lasciarsi andare non solo della famiglia- che ovviamente andrà in frantumi- ma soprattutto della protagonista, che da misteriosa ed impenitente si farà licenziosa al punto da tralasciare gli studi universitari in antropologia per tentare un’improbabile carriera cinematografica, densa di esperienze e di incontri memorabili quanto sordidi, tesi a raccontare simbolicamente le inquietudini e i botri opachi della stessa Napoli. Tra essi spiccano quello con una produttrice cinematografica incline all’amore saffico e traumatizzata da un intervento chirurgico che l’ha sfigurata (l’ottima Isabella Ferrari), quello con una irriconoscibile ed ingrata Sofia Loren (la sempre brava Luisa Ranieri) dispensatrice di insulti ai suoi conterranei e quello con il cardinal Tesorone, (Peppe Lanzetta nel ruolo della vita), del quale non anticipiamo i dettagli per non rovinare la sorpresa, scaturigine di feroci critiche circa l’uso cinematografico del miracolo di San Gennaro.
La carica simbolica della narrazione si fa, a questo punto del film, invero un po’ troppo pesante, quasi al punto da risultare indigesta: tali sono di primo acchito la scena di un coito forzatamente pubblico consumato (alla maniera delle tribù andine) in una sala biliardo a suggello di una pax mafiosa e la rivelazione della enormità dell’handicap del figlio segreto del prof. Marotta, mentore di Parthenope, interpretato magistralmente da Silvio Orlando. A lui è affidata forse la frase che funge da chiave interpretativa di questo film ambizioso, complesso e bellissimo: “l’antropologia è vedere, cioè vedere ciò che resta se togli l’amore, la giovinezza, le emozioni e tutto il resto” e, come ci insegnano i manuali di questa disciplina, essa altro non è che l’osservazione senza pre-giudizi dell’infausta esperienza umana al netto di ogni orpello.
Forse il regista, il quale ha insistentemente dichiarato in questi giorni che il suo è un film sul rimpianto delle vite non vissute, ha voluto raccontare la sua città attraverso il portato emotivo che in lui hanno generato le sue contraddizioni ataviche, o forse non c’è molto altro da chiedersi come fa la protagonista ormai divenuta anziana nella scena finale (ove giganteggia una misteriosa Stefania Sandrelli), che è non a caso un richiamo alla scena finale di un altro film potente, simbolico, intimo e circolare come il capolavoro di Sergio Leone intitolato “C’era una volta in America”.
In definitiva, per chi chiede alle arti un rimborso dalle fatiche e dalle frustrazioni quotidiane, come sosteneva già negli Anni Settanta il regista Pietro Germi, la fatica di Sorrentino risulterà un po’ troppo strutturata ed impegnativa, per chi si limiterà al solo plot il film potrà sembrare il racconto di una storia banale sospesa tra lo spot e il freudiano “perturbante”, mentre per chi ha amato “La grande bellezza” potrà sembrarne una ripetizione, stavolta ambientata nei luoghi nativi del regista.
Ci sembra, invece di poter dire in conclusione che questo film sia coerente con la frase con il quale comincia, presa da Celine, ossia “…la vita è enorme e ci si perde dappertutto”, ove si evoca il continuo sovrapporsi di sliding doors/possibili destini e pur tuttavia una sola è la strada che ciascuno di noi sceglie o è indotto a scegliere per ragioni imperscrutabili, o semplicemente perché esso è il suo cammino: resta al fondo di tutto il dubbio che niente di ciò a cui si è assistito sia realmente accaduto e cioè che Sorrentino abbia voluto semplicemente mettere in scena un sogno attraverso una serie di allegorie e di metafore direttamente calate nel suo e nel nostro inconscio.
“Parthenope”
Regia di Paolo Sorrentino
Con Gary Oldman, Stefania Sandrelli, Silvio Orlando, Isabella Ferrari, Luisa Ranieri, Peppe Lanzetta
The Apartment Fremantle, Saint Laurent Productions- 2024
Durata: 136 min- Cinema Savoia Taranto
Giudizio: 5 stelle su 5
*recensione a cura di Alessandro Epifani

