Il compost per l’agricoltura prodotto da Aseco, azienda pubblica partecipata da Acquedotto Pugliese e Agenzia Territoriale della Regione Puglia per il Servizio di Gestione dei Rifiuti (Ager), specializzata nel trattamento della parte umida dei rifiuti, è di buona qualità e risponde ai requisiti tecnici previsti dalla legge. E’ quanto stabilito da una recente sentenza del Tribunale di Taranto, sollevando da ogni addebito e responsabilità manager e tecnici di Acquedotto Pugliese e di Aseco.
“Nel corso del giudizio, Aqp ha dimostrato la correttezza e la trasparenza delle proprie prassi aziendali, producendo un centinaio di analisi dei campioni, che hanno attestato la conformità sia dei fanghi che del compost agli standard qualitativi di legge – si legge in una nota dell’azienda -. Confutando, in tal modo, la tesi che potessero contenere sostanze nocive, come era stato sostenuto a seguito di un’erronea interpretazione della normativa di settore ma, soprattutto, senza aver effettuato alcun prelievo di campioni e analisi sugli stessi”. 
Aseco può quindi proseguire la propria attività nell’impianto di Ginosa, sottoposto negli ultimi tre anni a completo revamping, con un investimento pari a 15,5 mln di euro, “che ha consentito, tra l’altro, il trattamento delle emissioni odorigene senza disperderle nell’ambiente circostante – ricordano dall’azienda -. Aseco è la prima società pubblica ad occuparsi nel territorio pugliese della gestione dei rifiuti organici. Accanto all’impianto per la produzione di compost, in un’area di circa 3.500 mq, messa gratuitamente a disposizione della comunità di Ginosa, sorgerà in futuro un “eco parco”, il cui studio di fattibilità tecnico-economica è stato redatto dal Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell’Università di Bari”.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/06/26/riesame-aia-aseco-non-aumenti-conferimento-rifiuti/)
Quest’ultima sentenza fa il paio con l’ultima in ordine di tempo, emessa lo scorso luglio, con cui il tribunale di Taranto ha assolto “perchè il fatto non sussite” sei imputati tra ex amministratori e dirigenti di Acquedotto Pugliese e di società controllate, finiti a processo con l’accusa di aver smaltito illegalmente e rivenduto come compostaggio per l’agricoltura, rifiuti speciali destinati alla discarica. Un verdetto che arriva a distanza di 10 anni dai primi sequestri.
A giudizio erano finiti due ex amministratori dell’Acquedotto Pugliese, Ivo Monteforte (in carica fino al 2012 e difeso dall’avvocato Pasquale Annicchiarico) e Gioacchino Maselli (dal 2013 al 2014, assistito dai legali Alessandro Amato e Rosario Cristini) che con altri dirigenti di Aqp e di società facenti capo alla società (Pura Depurazione e Aseco) avevano, secondo la procura ionica, gestito illecitamente 28mila tonnellate tra il 2012 e il 2013, smaltendoli e trattandoli per convertirli in compost, da rivendere poi come fertilizzante in agricoltura e giardinaggio.
Sono stati assolti da ogni accusa anche l’ex direttore generale di Aqp, Massimiliano Bianco (assistito dall’avvocato Maria Gabriella Mastrolia), l’ex direttore industriale di Pura Depurazione (confluita poi in Aqp) Massimiliano Baldini e Mauro Spagnoletta legale rappresentate della società che faceva capo ad Acquedotto Pugliese (entrambi difesi dall’avvocato Massimo Leccese) e l’ex amministratore della Aseco, Vincenzo Romano (difeso dall’avvocato Giuseppe Modesti). A quest’ultimo la procura aveva contestato di aver regalato e venduto tra il 2012 e il 2013 a 52 aziende agricole, l’ammendante (Acm) prodotto da Aseco e di averne ricavato un profitto che andava oltre i 100mila euro.
L’inchiesta culminò nel 2014 con il sequestro dei fanghi trattati nell’impianto dell’Aseco: l’accusa mossa dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce, che aveva coordinato l’inchiesta dei carabinieri del Noe, era infatti che in quei materiali prodotti dalle acque reflue dei depuratori di diversi comuni pugliesi, confluissero anche scarichi industriali e artigianali – per stessa ammissione di Acquedotto Pugliese, in una lettera del 2014 indirizzata a tutte le procure pugliesi – con conseguente presenza di elevate concentrazioni di metalli e idrocarburi totali non conformi alla normativa e, dunque, non commercializzabili in agricoltura o giardinaggio.
Il collegio presieduto dal magistrato Elvia Di Roma ha, però, ritenuto validi gli elementi presentati dai difensori e assolto da tutte le accuse gli imputati.
L’ultimo sequestro in ordine di tempo è arrivato nell’arpile del 2019. ad opera dei Carabinieri Forestali. A conclusione di una lunga e complessa attività di indagine condotta dai militari di Laterza e di Marina di Ginosa, furono posti i sigilli all’impianto di compostaggio di Ginosa in quanto la piena attività dell’azienda avveniva con piazzali solo in parte impermeabilizzati, privi di adeguata rete di raccolta delle acque, ovvero completamente privi di tale rete, determinando lo sversamento di percolato verso i terreni agricoli confinanti, nonché il ristagno di liquami putrescenti e maleodoranti. Le fattispecie criminose citate, configurano i reati di gestione illecita di rifiuti, scarico illecito dei reflui industriali, danneggiamento dei terreni agricoli e getto pericoloso di cose, quest’ultimo relativo alle emissioni maleodoranti.
I lavori di adeguamento partiti dal 2021 hanno ottenuto il parere favorevole del pm Mariano Buccoliero e dopo gli approfondimenti tecnici affidati all’Arpa, il 29 novembre 2023 il giudice monocratico Antonio Giannico ha restituito all’Aqp lo stabilimento di compostaggio che tratta la frazione umida dei rifiuti urbani. L’Autorizzazione Integrata Ambientale del 2016, tuttora valida, autorizza il trattamento di 80mila tonnellate annue di rifiuti, circa un quarto del deficit di capacità registrato dal sistema pugliese.
Questione che continua però ad allarmare i cittadini del comune del versante occidentale della provincia ionica.
(leggi tutti gli articoli sull’impianto Aseco di Ginosa https://www.corriereditaranto.it/?s=aseco&submit=Go)
