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Questo scorcio di nuovo millennio è stato definito “l’epoca delle passioni tristi”, come le aveva già definite nel Seicento Spinoza, ove cioè a dominare sono l’invidia, il cinismo e l’egocentrismo, amplificati in modo patologico dal fatto che il web prima e i social network poi hanno reso l’essere umano l’oggetto stesso della comunicazione ininterrotta e puerilizzata. Addirittura, già nel 2002 lo psichiatra Williams coniò la locuzione “dark triad”, ossia triade oscura, intendendo sintetizzare così i tre tratti personologici dell’uomo contemporaneo: narcisismo, machiavellismo manipolatorio e anaffettività/ritiro solitario di tipo psicotico.

La radice di questo disagio potrebbe essere definita con la parola nichilismo, concetto al quale è dedicato l’ultimo libro di Costantino Esposito, studioso di Kant e di Heidegger e docente di Storia della filosofia presso l’ateneo barese, il quale a questo tema aveva già dedicato un libro del 2021 intitolato “Nichilismo del nostro tempo” e che nelle scorse settimane ha ampliato la sua ricerca nell’utile volume edito da Studium intitolato “Il nichilismo contemporaneo: eredità, trasformazioni, problemi aperti”.

Il volume si  fa apprezzare per la varietà dei temi trattati e soprattutto per la loro attualità. Esso consta di una serie di agili articoli o saggi brevi riguardanti quelli che Esposito definisce “gli interrogativi che restano sul fondo”, ovvero le questioni ancora aperte sulla crisi di valori che caratterizza l’ultimo secolo e in particolare gli ultimi decenni, ove ha prevalso un modello di vita aderente ad un modello di produzione capitalistico e post ideologico, in sostanza orientato al benessere materiale e individuale derivante dalla cosiddetta “morte di Dio”: se Dio è morto, tutto è possibile, sentenzia il noto aforisma di Dostoevskij.

Esposito si interroga, cioè su cosa resta delle tradizioni, delle credenze, delle ideologie e in sostanza delle convinzioni che permeavano l’Europa post napoleonica e che furono messe in crisi (se non in congedo) già all’alba del Novecento, quando all’uomo venne inferta una nuova ferita: dal centro del mondo (homo copula mundi rinascimentale) l’uomo rotolava in periferia, prima scoprendosi cugino delle scimmie (Darwin) e poi addirittura “nemmeno padrone in casa propria”, come aveva intuito Freud a proposito del dominio dell’inconscio e dell’animalesco sull’apparente ordine mentale dei nostri comportamenti.

Tra i saggi più sapidi raccolti e commentati nel libro sono notevoli quelli di Cassarà, di Lobos, di Gorgone nella sezione “Nietzsche, Heidegger e oltre”, ove trovano spazio commenti circa le riflessioni preziose di Anders e Gadamer intorno alla società dei consumi; non meno apprezzabile è la sezione intitolata “Prospettive del pensiero francese”, nella quale altri valenti studiosi come Palladino, Palma e Valentini riflettono sull’attualità delle intuizioni esistenzialistiche di autori come Camus e Cioran, ma davvero ineludibile è l’ultima parte del volume di Esposito, quella in cui il logico Formica riflette sull’attualità di Godel e, soprattutto Lorenzini e Lombardi si soffermano sul mistero dell’intelligenza umana (non necessariamente vs quella delle macchine) e sullo spinoso quesito inerente al “perché dare vita ad un essere umano?”.

Una mole così variegata e vasta di plessi problematici potrebbe far pensare a uno zibaldone confuso e disorganico, ma in verità il merito maggiore dell’autore sta nel riuscito tentativo di individuare argomenti di particolare cogenza leggibili anche separati gli uni rispetto agli altri: se è vero che l’uomo contemporaneo vive in un delirio integrato (un’allucinazione collettiva che fa sembrare razionali tanti aspetti paradossali della quotidianità), questi saggi sono paragonabili a quelli che il compianto Bodei definiva “utili esercizi di perplessità” in un tempo- il nostro- dove troppo si urla una convinzione anche quando non la si è maturata e l’uomo contemporaneo sembra sempre più somigliare all’homo oeconomicus tutto teso al profitto personale, o all’homo ludens che giuoca in qualsiasi attività del proprio quotidiano, come già aveva intuito nel 1938 il sociologo Huizinga nell’omonimo libro.

Ma allora che cos’è il nichilismo? Esposito ci ricorda che già Sant’Agostino definì nichilisti semplicemente gli atei (“nihil” in latino significa “niente”), ma il termine ebbe rilevanza molti secoli dopo nella famosa lettera di Jacobi contro Fichte del 1799 (aspramente dileggiata da Hegel) e soprattutto nel 1869 a proposito di Leopardi, che fu definito- appunto- nichilista dal De Sanctis, in conseguenza del suo non credere in niente se non nella piccolezza della vita umana.

Oggi, tuttavia si potrebbe ipotizzare, intorno all’alone semantico di questo vocabolo invero un po’ abusato, una nuova chiave di lettura che nel libro viene appena abbozzata lasciando al lettore gli strumenti per una riflessione in autonomia: sarà forse che non sono crollati tutti i valori ma essi sono stati solo sostituiti? Sarà forse che al Dio della teologia si è sostituito il dio dell’economia? Sarà, in definitiva, che il motto latino “substine et abstine” (sopporta e astieniti da giudizi affrettati) è stato cancellato in nome del “carpe diem” (cogli l’attimo) oraziano?

 

“Il nichilismo contemporaneo: eredità, trasformazioni, problemi aperti”

di Costantino Esposito

Editore Studium- 2024

pagine 560- Euro 38,00

Giudizio: 5 stelle su 5

*Recensione a cura di Alessandro Epifani

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