A distanza di un paio di mesi abbondanti, riaccendiamo i riflettori vertenza riguardante l’azienda Tessitura Albini di Mottola (che fu posta in liquidazione il 4 marzo 2021). Una delle tante crisi del lavoro che attanagliano la provincia di Taranto da diversi anni or sono.
Torniamo ad occuparcene innanzitutto perché dopo mesi di assoluto silenzio, tramite le organizzazioni sindacali Fillea Cgil e Uiltec Uil, abbiamo appreso che si è definitivamente conclusa l’acquisizione del sito industriale da parte del gruppo èKasa (operante nel settore legno produce e distribuisce infissi in legno e legno-alluminio De Carlo e serramenti). In realtà, la trattativa si sarebbe dovuta concludere entro il 29 dicembre scorso, ma una coltre di nebbia fittissima anestetizzò qualsiasi possibilità di acquisire informazioni ufficiali. Ma l’avvio dello sgombero dello stabilimento nei primi giorni di gennaio, eventualità che Femca Cisl, Uiltec Uil e Slai Cobas per il sindacato di classe avevano provato ad impedire mettendo in atto un presidio permanente dal mese di ottobre all’esterno del sito produttivo di Mottola, con l’intento di impedire lo svuotamento della struttura, era il chiaro segnale che le questioni burocratiche più importanti erano state appianate.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/07/29/tessitura-albini-la-vertenza-scomparsa/)
Il gruppo torinese ha versato nelle casse della società Albini 4 milioni di euro, dopo avere presentato un’offerta vincolante il 15 maggio 2023, ed aver sottoscritto il 19 luglio successivo il contratto preliminare di vendita del compendio immobiliare di Mottola (con il versamento di una caparra di 600mila euro e 3.400.000 euro a conclusione). Un acquisto senza vincoli di alcun tipo, in quanto il gruppo èKasa in tutti gli incontri tenuti con le organizzazioni sindacali all’interno del perimetro della task force regionale per l’occupazione, ha sempre dichiarato di non essere interessata al raggiungere e sottoscrivere alcun accordo vincolante con le organizzazioni sindacali. Tanto da depositare una dichiarazione scritta con la quale chiariva, tra le altre cose, di esercitare l’attività di produzione di serramenti ed infissi e di essere pertanto interessata alla mera acquisizione del compendio immobiliare, libero dai macchinari e da ogni altro vincolo riconducibile alla precedente proprietà.
Altra novità riguarda la ripartenza produttiva dello stabilimento, che dovrebbe avvenire a gennaio. Nel rispetto di quella tabella di marcia indicata più volte dall’azienda piemontese, secondo la quale dall’acquisizione dell’immobile sarebbero serviti non meno di 12 mesi per effettuare lavori presso lo stabilimento, che hanno riguardato in particolar modo l’installazione dei macchinari: terminati i quali sarebbe stato possibile avviare il primo impianto (altro non è mai stato specificato, come ad esempio quando sarebbe stato messo in funzione il secondo impianto, anche perché un vero piano industriale e occupazionale non è mai stato presentato) che dovrebbe occupare all’incirca tra i 15 e i 20 lavoratori.
Ed è qui che arrivano ancora una volta al vero nocciolo della questione: i lavoratori. Ben 91 quelli interessati dalla vertenza, collocati dallo scorso 23 dicembre in regime di NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego, l’attuale indennità mensile di disoccupazione per i prossimi due anni) a causa della scadenza della Cassa Integrazione Guadagnai Straordinaria, che a fronte del quadro normativo vigente non consentiva la proroga della stessa (concessa ai sensi dell’art.22-ter, D.Lgs 148/2015), né rendeva possibile il ricorso ad altri ammortizzatori sociali in deroga finalizzati ad assicurare ulteriore protezione del reddito e della contribuzione dei lavoratori, in costanza di rapporto di lavoro.
Anche perché al gruppo èKasa fu possibile imporre il vincolo della clausola sociale per la riassunzione obbligata dei lavoratori dell’ex Tessitura Albini. Questo perché all’atto della sottoscrizione dell’accordo quadro del 4 ottobre 2022 sottoscritto dal gruppo Albini e dalle organizzazioni sindacali, non vi erano investitori interessati all’acquisizione dell’azienda. Pertanto, al termine della cassa integrazione è scattata la risoluzione dei rapporti di lavoro solo ed esclusivamente attraverso il criterio della non opposizione, al cui riguardo l’azienda Tessitura di Mottola in liquidazione si era già resa da tempo disponibile ad offrire forme di incentivazione dell’esodo e/o interventi di integrazione al reddito dei lavoratori posti in NASpI.
Per molti di quei lavoratori la disoccupazione terminerà nel 2025. In pochi sono riusciti a ricollocarsi in aziende tessili limitrofe, in particolar modo nella provincia di Bari. Tutti gli altri sono ancora in attesa di uno spiraglio di luce, di un segnale che possa aprir loro nuovamente le porte del mondo del lavoro. Che per ognuno di loro, e per le loro famiglie, significa vivere dignitosamente, nel presente e nel futuro. In questo quadro drammatico, come abbiamo più volte denunciato, lascia sempre più sconcertati il silenzio della politica locale e regionale in primis. Quegli esponenti di partiti e movimenti ai noi tristemente noti che ogni giorno, da anni, trovano tempo ed energie per interessarsi di qualsiasi cosa, tranne che delle questioni più importanti e complesse. Che un giorno sì e l’altro pure a queste latitudini si strappano le vesti su ogni tipo di macro questione nazionale e internazionale, mentre all’atto pratico non sono in grado spesso e volentieri di riuscire a risolvere i problemi dei territori nei quali governano da anni. Esponenti di partiti che governano in Regione o hanno la maggioranza in Parlamento o l’hanno avuta sino all’altro giorno, che affermano di avere la soluzione in tasca per una macro vertenza come quella dell’ex Ilva, che blaterano di transizione economica ed ecologica, di economia circolare, di green deal europeo, di cambiamento climatici, di fondi di ogni tipo e di chissà cos’altro ancora, ma che in realtà di politica industriale e di politiche attive per il lavoro sanno poco e niente.
E mentre assistiamo a questo indegno spettacolo, il mondo del lavoro cambia ad un ritmo sempre più veloce, sempre più svincolato da regole e diritti conquistati in secoli di lotte, sempre più povero e precario, con centinaia e centinaia di lavoratori e lavoratrici a cui la politica, lo Stato dovrebbe dare risposte e soluzioni che sembrano soltanto un miraggio lontano.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/11/15/tessitura-mottola-il-lavoro-da-salvare/)
