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“Il volo dell’angelo”, un tuffo al cuore

La vita di Erasmo Iacovone è al centro di un libro. Il giornalista Giovanni Camarda, già responsabile dello sport del Nuovo Quotidiano di Puglia, ha ripercorso la storia dell’indimenticabile attaccante rossoblù, scomparso tragicamente in un incidente stradale il 6 febbraio 1978. Idolo della tifoseria tarantina, a Iacovone è stato intitolato lo stadio del rione Salinella, che a breve sarà oggetto di lavori di ristrutturazione in vista dei Giochi del Mediterraneo del 2026. “Il volo dell’angelo”, titolo del libro, racchiude il lato romantico del legame tra Iacovone e il Taranto, nato il 20 novembre 1977 quando realizzò un gol memorabile durante il derby col Bari. Quella rete ha segnato la sua storia con il Taranto, marchiandola per sempre.

Perché scrivere della storia e della vita di Iacovone?

«Ero curioso di conoscerlo come persona, dopo averlo conosciuto come calciatore. Considerato che a Taranto è il calciatore più amato, per quanto accaduto, pensavo che far conoscere aspetti della sua umanità e della sua vita privata fosse interessante per tutti coloro che ancora oggi continuano a nutrire grandissima stima, affetto e interesse per Erasmo. In qualche modo, pensavo fosse giusto restituirgli qualcosa di quello che purtroppo il destino gli ha tolto, perché Iacovone avrebbe sicuramente meritato altro dalla vita: questo non è accaduto, ritenevo giusto risarcirlo in qualche maniera di ciò che ha perso. In tanti hanno ripercorso la sua carriera calcistica, senza entrare negli aspetti della sua vita privata e dell’aspetto umano».

Che persona era Iacovone?

«Era un ragazzo molto serio, una persona per bene e garbata, anche abbastanza riservata. Poi si scopre, andando a scavare nella sua vita sin dalla sua infanzia, che possedeva dei valori importantissimi. La moglie ha scoperto soltanto dopo la sua morte che Erasmo era molto impegnato nel sociale e nell’aiutare il prossimo e le persone in difficoltà: questo è l’aspetto più significativo che emerge. Lo faceva senza cercare pubblicità, è imparagonabile a quanto accade oggi dove tutti sentono la necessità di mettere in piazza quanto fatto per ricavarne dei vantaggi. Lui era l’esatto opposto: era una persona umilissima e ho voluto sottolineare questi aspetti».

Come si è instaurato il legame con la città ionica?

«Un legame straordinario, nonostante lui avesse all’inizio delle perplessità perché non aveva mai militato nel sud Italia. Fu conquistato dalla bellezza di Taranto e dalle sue contraddizioni: la considerava una città bellissima, ma non valorizzata nella giusta maniera. Ci ritroviamo a vivere la storia di Taranto, anche se a cinquant’anni di distanza: una città con una ricchezza naturale e paesaggistica straordinaria, ma con problemi enormi. Già all’epoca si parlava di vertenza Taranto per i problemi legati alla grande industria, con le relative difficoltà per le aziende».

Quali aspetti della sua vita l’hanno colpita particolarmente?

«Ce ne sono tanti. Rivelo cose che nessuno ha mai saputo di lui, con aneddoti legati alla sua vita da bambino. Racconto anche un aneddoto: lui era sempre per strada a giocare a calcio, distruggeva paia di scarpe in continuazione. Faceva disperare, simpaticamente, i genitori perché dovevano sempre comprargli delle nuove calzature. Una volta, giocando per strada, finì in una buca per rincorrere il pallone: il padre gli fece fare delle scarpe indistruttibili, ma distrusse anche quelle. Aveva anche tante amicizie genuine, anche con compagni di squadra più giovani: al Carpi e al Mantova aiutava dei ragazzi più giovani che giocavano con lui. All’epoca non c’erano i contratti, lui in qualche maniera riusciva a coinvolgere i più grandi per mettere da parte dei soldi per darli a loro, che non erano tutelati. Era un personaggio straordinario dal punto di vista umano, oltre ad essere un grande calciatore».

Se fosse vivo cosa direbbe oggi della situazione del Taranto?

«Una persona che ha dato tanto alla squadra, vederla in queste condizioni…sarebbe penoso per lui. Quelli erano tempi eroici: era un altro mondo, c’erano altre persone rispetto alla pochezza di personaggi che purtroppo, da tanti anni, popolano il mondo del calcio tarantino. Gli ultimi avvenimenti lo dimostrano ampiamente. Nulla che mi sorprende, purtroppo: mi sorprende che ci siano ancora degli allocchi che danno credito a situazioni raffazzonate, costruite in modo approssimativo. Se tutto questo, poi, arriva ad avere visibilità anche a Palazzo di Città, ci fa pensare molto sul livello della classe dirigente di questa città, che non è all’altezza della situazione».

Non è più il calcio di una volta. Quali sono le differenze tra l’era Iacovone e quella nostrana?

«Sono tante, inizierei dai valori umani delle persone. All’epoca non erano tutti dei campioni nei comportamenti ma il livello medio delle persone, della preparazione, della competenza e dell’attaccamento alla maglia era assolutamente non paragonabile rispetto a quella attuale. Vi era gente con dignità e orgoglio, caratteristiche che sono scomparse del tutto: c’era un’identificazione totale tra società, squadra e città. Oggi tutto questo non è più presente, se si considera che si affacciano degli avventurieri nel mondo del calcio giunti non si sa da dove, senza alcun tipo di legame e conoscenza. Sono delle meteore che passano, la maggior parte delle volte senza lasciare traccia, e in alcuni casi facendo anche danni irreparabili, come stiamo vedendo in questi giorni a Taranto».

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