Dopo gli inevitabili bagordi natalizi, per chi non volesse regalare la solita calza ricolma di dolciumi (irrinunciabile per i più piccoli), ecco tre suggerimenti librari per iniziare questo 2025 muniti di alcuni strumenti utili per interpretare l’attuale contesto storico.
Anzitutto, visto che si discute di egemonia culturale conservatrice, segnaliamo un testo che ha patito un’incredibile censura negli anni Novanta. Michael Palumbo, noto giornalista francese, dopo aver raccolto una mole sterminata di documenti storici confluiti in un documentario per la BBC, propose all’editore Rizzoli un libro dal titolo “L’olocausto mancato”. Era il 1992 e il libro fu stampato in 8.000 copie, le quali inspiegabilmente non videro mai gli scaffali perché furono tutte destinate senza indugio al macero. Del fatto si occupò il settimanale Panorama con un articolo del 12 aprile di quell’anno, ripreso poi da La Repubblica cinque giorni dopo. Addirittura i diritti del documentario che aveva generato il libro furono in quegli stessi giorni acquistati da Rai1 per…non trasmetterlo e così impedirne la diffusione (un po’ come accaduto più di recente con il film intitolato “Loro” dedicato a Berlusconi da Sorrentino).
Ora finalmente quel libro vede la luce con il titolo originario, già emendato a suo tempo dalla Rizzoli, e cioè “Le atrocità di Mussolini”, ripubblicato a cura di Alegre.
Come scrive Eric Gobetti nella lunga e dettagliata prefazione al testo, esso serve per “guardare in faccia al nostro passato più oscuro” e cioè metter da parte l’idea dell’italiano medio perbene e onesto, per una più veritiera immagine dei nostri progenitori. Palumbo, infatti racconta con dovizia di particolari che durante il regime fascista i soldati italiani cagionarono la morte di 250.000 jugoslavi, almeno 100.000 greci e un numero imprecisato (forse più di 75.000) libici: in particolare in Libia quella che il regime aveva propagandato come una “passeggiata militare” si dimostrò dal 1911 e sino al 1931 una guerra di deportazioni e atrocità, fatta da italiani spesso impreparati spinti a una guerra contro “gli arabi” che aveva addirittura entusiasmato figure illuminate come la Serao, Pascoli e D’Annunzio.
Molti ricorderanno, a tal proposito, che nel 2007 il nostro governo firmò un accordo di risarcimento con il leader libico Gheddafi per 250 milioni di euro annui per un ventennio, a parziale ristoro della distruzione che la nostra politica espansionista aveva provocato in un paese- la Libia- che grazie alle sue risorse petrolifere aveva poi saputo addirittura ribaltare la situazione, arrivando ad acquisire quote azionarie non trascurabili dei nostri colossi Eni, Finmeccanica, Unicredit, oltre alla nota cointeressenza di Gheddafi nella galassia Fiat-Juventus.
Altrettanto attuale, per orientarsi nella recente proposta di legge mirante all’autonomia differenziata tra le regioni italiane, è la riedizione de “La rivoluzione meridionale” di Guido Dorso. Avvocato nativo di Avellino e collaboratore di Mussolini al giornale Popolo d’Italia (per soli otto articoli), Dorso fu in realtà uno dei padri dell’antifascismo e soprattutto un fine storico, capace di intuizioni ancora oggi valide.
Nel testo, edito già nel 2018 nella collana “Gobettiana” di Edizioni di Storia e Lettereatura, l’autore fa risalire la crisi economica del Mezzogiorno all’età pre-risorgimentale: egli, infatti distingue la guerra regia (quella dei sovrani) dalla guerra del popolo, la quale partendo dal basso può, a suo avviso, sovvertire la cosiddetta conquista regia, ossia l’accordo che prima Cavour e poi Giolitti e infine Mussolini avevano tacitamente stretto con i notabili e gli aristocratici italiani, soprattutto delle regioni settentrionali, in danno dei ceti meno abbienti.
Con lo stesso spirito che nel 1860 aveva animato i Mille di Garibaldi dalla Liguria alla Sicilia e- anzi- traendo spunto dalle esemplari iniziative popolari culminate nelle Dieci giornate di Brescia e nelle Cinque giornate di Milano del 1848, secondo Dorso i residenti del sud avrebbero dovuto (dovrebbero?) ribellarsi al governo centrale, mirando ad un autogoverno e non più alla “attesa provvidenzialistica della carità venuta dal nord”.
Nelle pagine di Dorso si legge, infine il progetto profetico da lui elaborato esattamente un secolo fa, ossia trasformare le regioni del Mezzogiorno in uno hub strategico capace di stringere alleanze commerciali con le migliori economie del Mediterraneo, nonché spingersi ad alleanze strategiche di tipo cooperativistico con le potenze economiche europee, puntando sull’incommensurabile patrimonio culturale e di risorse naturali che gli è proprio.
Alla neoestetica del frammento, della iperrealtà modificata dai device tecnologici e, in definitiva a quel fenomeno sociale definito neobarocco dal sociologo Omar Calabrese già negli anni Novanta, è dedicato il volume intitolato “Visus” edito da Einaudi in questi giorni. L’autore è Riccardo Falcinelli, designer per libri per Carocci, Einaudi e Laterza e già autore del fortunato volume datato 2017 dedicato ai colori intitolato “Cromorama”.
Per visus si intende l’acutezza visiva, ossia la sollecitazione effettuata su ogni recettore retinico da ogni singolo fotone o particella luminosa. Ma visus, spiega Falcinelli è anche il viso, ben distinto nel parlare quotidiano dalla faccia e ancor di più dal muso, appannaggio dei soli animali.
Nel libro scopriamo non solo alcune simpatiche curiosità come ad esempio che dei cinquanta muscoli facciali ne usiamo 12 quando ridiamo, una ventina quando piangiamo e oltre 40 quando ci arrabbiamo, ma anche che il viso ha rappresentato uno strumento di pubblicità assai importante nei secoli. Se pensiamo a un tempo senza televisione e tantomeno web e social network, l’idea per esempio che un cittadino poteva farsi di un potente era assai vaga e lontana: Roosvelt era conosciuto dal popolo americano per la sua voce (i celebri “discorsi dal caminetto”), per non parlare di re, imperatori e aristocratici che nei secoli precedenti ben incarnavano il concetto di “arcana imperii”, ossia misteri del governo.
Invero, fu Augusto a inventarsi il viso come strumento di potere e di presenza perché impose che sulle monete e su tutte le statue a lui dedicate egli non solo dovesse avere sempre la stessa espressione, ma soprattutto dovesse essere identificabile per la capigliatura (un ciuffo a coda di rondine, più un ciuffo a tenaglia), anticipando una cura per l’estetica del potere che aveva già abbozzato Alessandro Magno con l’uso della monetazione e si sarebbe ampliato durante il Medioevo e soprattutto durante la Rinascenza, caratterizzate da un’abbondante produzione di ritrattistica commissionata ai migliori artisti del proprio tempo.
Oggi viviamo, ci ricorda Falcinelli, in un regime scopico cioè dominato dal senso della vista, tanto che è stato dimostrato che i film dello scorso secolo erano fatti di primi piani per il 40% delle inquadrature, mentre le serie tv o streaming degli ultimi anni presentano primi piani in oltre i 7/10 delle inquadrature, a sottolineare l’importanza di carpire lo stato d’animo del parlante prima ancora che si esprima.
*A cura di Alessandro Epifani


