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Forse fra le cose più rassicuranti e avvolgenti del grande schermo ci sono le tavolate di Ozpetek: quella convivialità leggera, ma al contempo vera e schietta, che profuma di spezie e sugo e sentimenti.

Se poi è una tavolata di (quasi) sole donne, allora diviene un gran ballo della vita, al quale Ferzan ci invita tutti, ma ad una sola condizione: spegnere per 135 minuti il rumoroso motore della routine quotidiana, e lasciarsi sussurrare un meraviglioso racconto fatto di stoffe e diamanti.

Perché su questa pellicola ha desiderato imprimerci il suo innamoramento per il femminino, per quell’essenza vitale sempre perfetta nelle sue non numerabili sfaccettature.

E allora eccole lì, tutte insieme, le facce tutte perfette di questo diamante filmico che il regista turco/italiano sembra aver tirato fuori dalle viscere delle proprie memorie emotive: un cast molto grande, ma soprattutto un grande cast, che riunisce alcune fra le più talentuose attrici (e non) della nostra attualità, da Luisa Ranieri e Jasmine Trinca a Kasia Smutniak e Milena Vukotic, da Paola Minaccioni e Carla Signoris a Vanessa Scalera e Lunetta Savino, sino a delle inedite Geppi Cucciari e Mara Venier. E già, persino la zia Mara d’Italia riesce ad incastrarsi alla perfezione in questo puzzle multicolore che lo spettatore non si stanca di osservare.

I pochi uomini si aggirano nella storia a mo’ di contorno, a volte con note dolci e positive (vedi i ruoli di Luca Barbarossa e Carmine Recano), a volte facendosi espressione di quella falsa forza al maschile che assai poco onore consegna al genere di riferimento (vedi Vinicio Marchioni, insulso marito violento).

A dirla tutta, quasi a voler regalare una sorta di contrappasso al genere maschile, in questo elegante atelier di una Italia anni ’70, condotto dalle due sorelle Alberta e Gabriella (Ranieri/Trinca), passano figurine di uomini oggetto dall’impalpabile spessore, assai meno rilevanti dei merletti e tessuti che abitano quel luogo.

Un luogo fatto essenzialmente di lavoro e sogni, di segreti e lacrime, di complicità e risate, di empatia e solidarietà, di sacrifici e coraggio, di delicatezza e forza, di concretezza e cibo e amore… e Vita.

Questa nuova tavolata di Ozpetek è dunque un sentitissimo omaggio alla Donna, in una narrazione che a tratti diviene temporalmente bidimensionale: tutto il cast banchetta di fatto nell’oggi, insieme al regista, apprendendo il copione di quello ieri del quale saranno sfaccettate protagoniste.

Si ride e si piange, in questa storia: si va dal memorabile “vaginodromo” con cui Geppi definisce quel consesso al femminile… al toccare con mano, a più riprese, i drammi più intimi dai quali quelle splendide creature trovano la forza di riemergere. INSIEME.

Bellissime le ambientazioni. Meravigliosi i costumi: sembra quasi di poterle sfiorare, quelle fruscianti morbide stoffe. Commovente la dedica del regista in chiusura: a Mariangela Melato, Virna Lisi, Monica Vitti.

Una bella storia. Una storia ben raccontata. Una storia che merita… 135 minuti di spegnimento del motore.

*recensione a cura di Girolamo Piepoli

 

 

 

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