Si è concluso con un mancato accordo e un aggiornamento al prossimo 28 febbraio, l’incontro al Ministero del Lavoro per discutere della richiesta di proroga della cassa integrazione per i lavoratori dell’ex Ilva da parte di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. La proroga sarebbe per un anno e coinvolgerebbe 3.420 lavoratrici e lavoratori a rotazione.
Molto critici con il governo le organizzazioni sindacali, che lamentano di non essere state coinvolte nelle trattative di vendita del gruppo e che per questo sono tornate a chiedere anche oggi un immediato incontro a Palazzo Chigi, passaggio ineludibile prima di sedersi a discutere di altre tematiche riguardanti il siderurgico tarantino e gli asset industriali ad esso legati, come il piano di ripartenza e la proroga della cassa integrazione straordinaria che erano l’una legato all’altra.
“Come Fiom-Cgil riteniamo grave che non siamo stati ancora coinvolti nelle trattative per la vendita dell’ex Ilva; vendita che a questo punto mette in discussione il piano di ripartenza. Il Governo sta decidendo da solo senza coinvolgere le organizzazioni sindacali. La Fiom-Cgil ritiene questo un elemento dirimente anche rispetto alla discussione sulla cassa integrazione straordinaria. L’accordo sulla cassa integrazione straordinaria del 26 luglio scorso era vincolato al piano di ripartenza, che è in forte ritardo per i continui problemi di liquidità. Secondo l’accordo di luglio del 2024 doveva essere 1.620 il numero massimo di lavoratori in cassa integrazione e il terzo altoforno doveva essere in condizione di ripartire, mentre l’amministrazione straordinaria fa una richiesta di proroga della cassa integrazione per 3.240 lavoratori” ricorda Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil. “Anche sul fronte delle manutenzioni straordinarie e ordinarie non siamo in linea con il piano di ripartenza. Per discutere di ulteriore cassa integrazione occorre dare corso al piano di ripartenza e si deve svolgere l’incontro a Palazzo Chigi per fare chiarezza sul futuro di 10.200 lavoratori diretti, 1.600 lavoratori di Ilva in AS, e 5.000 lavoratori degli appalti. Per la Fiom-Cgil – conclude il coordinatore nazionale per la siderurgia – l’accordo di cassa integrazione di luglio scorso era funzionale al piano di ripartenza, perché garantisce la tenuta occupazionale, il rilancio della produzione di acciaio, la tutela ambientale e di salute e sicurezza per i lavoratori e i cittadini”.
“Per riaprire la trattativa sulla Cigs per l’ex Ilva e continuare a garantire sicurezza ai lavoratori e stabilità aziendale nel processo di transizione e fase di vendita, bisogna confermare quanto già realizzato nel precedente accordo e cioè: validità del settembre 2018; la salvaguardia dei lavoratori di Ilva in As; piena applicazione delle rotazioni riconfermando la quota di rimpiazzo nelle turnazioni contrattuali, evitando di norma la sospensione a zero ore, e un’integrazione salariale pari o superiore al 70%”. E’ quanto ha chiesto la Fim-Cisl al tavolo al ministero del Lavoro, come indicato dal segretario nazionale Valerio D’Alò. Inoltre, ha aggiunto D’Alò, bisogna garantire la formazione per i lavoratori e aggiornare i sindacati sui piani di ripartenza degli impianti. “C’è poi la necessità di rivedere e ridurre i numeri inseriti nella procedura pari a 3.420 di cui 2.955 solo a Taranto. Inoltre, la questione dello smart-working e del welfare, deve essere parte integrante di un eventuale accordo da realizzare”, ha continuato D’Alò, concludendo che “restiamo in attesa della convocazione del Governo in merito alla procedura di vendita e delle offerte vincolanti, di coloro che si apprestano ad acquisire gli asset del Gruppo. Non siamo affezionati ai nomi o alle nazionalità ma deve essere chiaro al Governo che nessun lavoratore deve essere lasciato indietro, compresi i lavoratori di Ilva in As dell’appalto e dell’indotto”, ribadendo la contrarietà del sindacato allo “spezzatino”.
“L’incontro di questa mattina al Ministero del Lavoro è stato complesso per la concomitanza della scadenza della CIGS e la vigenza del bando di gara per la cessione dell’ex Ilva. Durante la riunione, oltre a ribadire la necessità di avere quanto prima la convocazione a Palazzo Chigi per ricevere un aggiornamento sul bando di gara, abbiamo chiesto di creare i presupposti per provare a raggiungere un accordo per la proroga della Cigs. In primo luogo, una riduzione del numero massimo di lavoratori interessati, poi la conferma dell’integrazione al 70% della CIGS, il welfare aziendale, nessun lavoratore a zero ore, nessuna dichiarazione di esubero strutturale e la conferma dell’accordo del 6 settembre 2018 che resta la garanzia di tutta l’occupazione esistente in AdI, Ilva in As e dell’indotto. Se acquisiremo questi elementi potremo avviare la discussione e verificare se ci sono le condizioni per un possibile accordo”. Così al termine dell’incontro si sono invece espressi Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm, e Davide Sperti, segretario Uilm Taranto. “Per noi l’incontro per il tavolo presso la Presidenza del Consiglio è importantissimo per avere la garanzia sulle adeguate risorse date all’amministrazione straordinaria per continuare a gestire l’ex Ilva ma soprattutto per ottenere le garanzie occupazionali da parte del futuro proprietario, oltre che la previsione di strumenti straordinari di risarcimento nei confronti dei lavoratori impattati” sottolineano Gambardella e Sperti. “Auspichiamo che la dottoressa Maria Condemi, in rappresentanza del ministero del Lavoro, che riporterà alle istituzioni interessate l’esito dell’incontro , sortisca l’auspicata convocazione da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il tavolo al Ministero del Lavoro è stato aggiornato al 28 febbraio” hanno concluso.
“L’incontro svoltosi presso il Ministero del Lavoro, in merito alla richiesta di proroga della Cassa Integrazione per Acciaierie D’Italia si è concluso senza una firma. Totalmente assente infatti l’interlocuzione politica necessaria ad avere tutti gli affidamenti rispetto a quanto, in parallelo, sta avvenendo sul bando di gara e dove le indicazioni tendono ad essere contraddittorie anche rispetto il piano di ripartenza stesso, discusso fin qui con l’amministrazione straordinaria e che aveva lo scopo – e per noi lo ha ancora – di garantire il perimetro e tutti gli elementi di salvaguardia nei confronti del successivo passaggio di vendita affermano Francesco Rizzo e Sasha Colautti, componenti dell’esecutivo nazionale confederale di USB -. Il metodo quindi è sbagliato e la forma qui è anche sostanza. Rivendichiamo con forza la necessità di un confronto urgente ai massimi livelli, dove siano garantiti appieno tutti gli elementi su cui si è fondato il percorso che fin qui è stato condiviso con amministrazione straordinaria e istituzioni: garanzia dell’occupazione come prevista dall’accordo del 2018 compresi i lavoratori di Ilva in AS, decarbonizzazione in parallelo alla garanzia produttiva. Tutela dell’appalto. Pregiudiziali che qui ribadiamo”.
(leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)
