“Se sei stanco di non essere mai visitato dal tuo medico di famiglia, possiamo farlo noi a pagamento”. Recita più o meno così il testo di un messaggio diffuso in questi giorni da più di qualche struttura sanitaria privata della nostra città.

È lo specchio di una sanità che vira sempre più sul privato: sono sempre più numerose le testimonianze di cittadini che ci scrivono di non riuscire a prenotare radiografie, TAC, ma anche esami meno complessi: “Per una visita a mia figlia dall’otorinolaringoiatra mi hanno dato come posti disponibili Bari, Lecce e Foggia”, ci confida una signora.

L’ASL di Taranto, sulla piattaforma (ma anche dal CUP) non risulta pervenuta. Oltre alla distanza, poi, c’è da aggiungere la tempistica, non sempre stringente: spesso per prenotare esami diagnostici occorre attendere mesi, con tutti i disagi che patologie meno gravi (ma non per questo trascurabili) possono portare.

Ed ecco, quindi, aprirsi la porta dorata della sanità privata: pacchetti in cui vengono offerti tutti gli esami necessari per un dato problema di salute insieme ad una consulenza specialistica, con la comodità di non doversi spostare in altri capoluoghi e, soprattutto, di poterli eseguire a stretto giro. Per chi può permetterselo, ovviamente.

Un giro d’affari non indifferente, che ora rischia di allargarsi anche alla tradizionale figura del medico di famiglia: ma quali sono le cause di questo lento e inesorabile processo?

“In Puglia oltre 700 medici di famiglia hanno i requisiti per andare in pensione – afferma Nicola Calabrese, Vicesegretario nazionale Fimmg (Federazione Italiana Medici di Famiglia). Se lo facessero, 1 milione di cittadini pugliesi resterebbero da un giorno all’altro senza medico di famiglia, perché al momento non abbiamo medici che possano sostituirli. Anche il personale di quei 700 medici si troverebbe da un giorno all’altro senza lavoro. I veri problemi della Sanità territoriale oggi sono questi, non il ruolo giuridico degli attuali o futuri medici”.

Basti pensare che, secondo l’ultimo censimento ufficiale di AGENAS, nel 2021 nella nostra regione c’erano 8 medici di medicina generale per 10,000 abitanti; e se il numero vi sembra troppo basso, pensate che la media italiana era di 6,8.

Un rapporto così ridotto spiega da un lato le proteste dei pazienti, che lamentano in molti casi le file interminabili negli studi o addirittura di non riuscire sempre ad interfacciarsi direttamente con il medico; dall’altro le rivendicazioni degli stessi camici bianchi, che sottolineano di eseguire visite a domicilio anche nei festivi e negli orari più assurdi, a volte anche per motivazioni poco stringenti. Insomma, il problema è a monte.

A complicare ulteriormente la situazione ci pensa la riforma proposta a fine gennaio da Forza Italia, che intende intervenire su un altro tasto dolente della sanità nostrana, gli accessi impropri al Pronto Soccorso che intasano inutilmente il sistema, costringendo i medici a un surplus di lavoro e i pazienti ad attese estenuanti, distorcendo la percezione del servizio offerto.

Nelle intenzioni della proposta “una migliore appropriatezza delle diagnosi, grazie alla collaborazione con gli specialisti, aiuterà a ridurre le liste d’attesa e attraverso la collaborazione dei medici di medicina generale con gli Ospedali di Comunità, sarà possibile una gestione più adeguata delle persone fragili, alleggerendo il carico su ospedali e famiglie”.

Di idee differenti la Fimmg Puglia: “Fatta apparire come la soluzione ai problemi dell’assistenza territoriale, se fosse portata a termine, rischierebbe di introdurre profondi cambiamenti che andrebbero a svantaggio di tutta la popolazione, e in particolare delle persone anziane e dei più fragili”, scrive in una lettera aperta indirizzata ai sindaci dei comuni pugliesi, manifestando “la forte preoccupazione dei medici di medicina generale rispetto all’ipotesi di riforma che prevede il passaggio dal rapporto convenzionato alla dipendenza e ad un’operatività limitata alle Case di Comunità, con conseguente chiusura degli studi”.

“I veri problemi della sanità italiana sono altri – hanno dichiarato i sindacati in occasione della riunione dei direttivi nazionali avvenuta a fine gennaio – Ad esempio il peso di una burocrazia che schiaccia il medico e ne impiega gran parte del tempo, allontanandolo dal paziente, oppure le retribuzioni inadeguate, che rendono la scelta di lavorare nella sanità pubblica sempre meno appetibile”. Per questo, a maggio, ci sarà una grande manifestazione organizzata dalle rappresentanze sindacali di medici ed infermieri, al suono dello slogan: “Investire sui medici per salvare il Servizio Sanitario Nazionale”. 

Intanto, però, i problemi restano e il rischio che anche questa figura possa presto essere sostituita (per chi se lo può permettere, ovviamente) dal privato diventa sempre più concreto.

“Sempre più cittadini sono costretti a pagare di tasca propria per accedere alle cure – ha confermato dichiarato Angelo Testa, Presidente SNAMI (Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani) – mentre il SSN è al limite: ma la sanità è un diritto, non dimentichiamocelo, e noi medici siamo pronti a difenderlo”.

 

 

 

 

 

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