| --° Taranto

“Tutto è pronto, Vautrot fischia l’inizio. Lampeggiano i flash sulle tribune per immortalare questo momento. È la Semifinale del Campionato del Mondo, gara ad eliminazione diretta tra le nazionali di Italia e Argentina”.
Napoli, Stadio “San Paolo”, tre luglio millenovecentonovanta, lacrime su tela. Titolo: “L’Ultima Notte Magica”.

Il museo nel quale esporre il “capolavoro incompiuto” del maestro, sceglietelo voi. A voi la decisione, tanto al MANN di Napoli, piuttosto che adagiata su una teca senz’anima del Museo Nacional de Bellas Artes de La Recoleta, a Buenos Aires, il risultato, purtroppo non cambierebbe. File immense in devota adorazione.
Maradona in finale e noi a Bari a leccarci le ferite, Bruno. Sipario.

Si è spenta la voce dei sogni. Quella capace di raccontare il calcio, talvolta senza parlare di calcio. Uno di famiglia, uno zio colto che aspetti al mercoledì sera, un conoscitore di calcio fine, con il quale inconsapevolmente (almeno da parte sua) abbiamo smezzato sigarette, condiviso cene, bianchi friulani, carte e serate sui balconi affollati ad inseguire chimere, rimaste nella migliore delle ipotesi splendidi ed inarrivabili cavalli bianchi, oppure trasformatesi meschinamente in mostri dai quali ancora oggi proviamo a fuggire.

La manopola del tubo catodico è stata girata per l’ultima volta, silenziando, anzi cristallizzando nell’etere e nei ricordi la narrazione di un calcio in grado essere forse per la prima volta, non solo palla a spicchi, ma res publica, di toccare da vicino tutti, senza distinzione di sesso.
Se ne va “The Voice”, definizione probabilmente più adatta a lui che a Frank Sinatra. Se ne va un pezzo d’Italia, impossibile da normalizzare, indicizzando il suo volto alla categoria “Giornalisti del passato”.

Non c’è più il telecronista, quello con la tì maiuscola. Probabilmente il simbolo più iconico del pallone romanzato alla tv, prima che i social avvelenassero il pozzo. Ultimo uomo normale nell’aspetto ma non nella capacità dialettica, prima dell’avvento dei superprofessionisti, con e senza giacca. Che vadano pure a Berlino lui e Beppe, Bruno.
Giù il volume, per sempre. Non ci saranno altre notti magiche, emotivamente non lo sono state nemmeno quello di Euro 2020, nonostante tutto. Pizzul è la colonna sonora del Mondiale italiano; lui certamente più della Nannini e di Bennato. Addio al megafono estivo dell’Italia sognante, libera, spensierata. Addio a chi nonostante la classe sopraffina non ha avuto il culo per poter raccontare la storia da vincitori, sbattendo prima su Caniggia (“Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare” – dopo il rigore sbagliato da Serena durante Italia-Argentina a Italia ’90, ndr), poi su Roberto (“Il Brasile è campione del mondo. Purtroppo, ancora una volta ai rigori, la Nazionale italiana esce sconfitta”), sulla traversa di Di Biagio in Francia ed in ultimo sul signor Byron Aldemar Moreno Ruales da Quito (“Francamente, non mi pare ci sia stato un arbitraggio all’altezza della situazione” fu il pacato giudizio al termine del furto targato Fifa perpetratoci in Corea, ndr). Si vabbè Bruno, ma alla fine stica….
Muore l’autore, forse meglio dire “l’artista”, la mente capace di ricamare sogni senza urlare (“Calcio preciso, palleggiato, su ritmi da partita di dama”. Cit), alla quale tutti, giornalisti o semplici commentatori da Play Station, ci siamo ispirati, dal quale avremmo egoisticamente voluto rubare tempi e modi di modulare novanta e più minuti, trasformandoli in raffigurazioni più similari a “Le Argonautiche” di Apollonio Rodio, che ad una stupida partita di calcio.

Si spegne oggi una parte della mia personale giovinezza. Bruno Pizzul è la fune strettissima che lega il mio primo Mondiale, mio padre, Roberto Baggio, la Nigeria, le mattonelle gialle della cucina di mia nonna, il Tv Grundig, i rigori di Pasadena ed il sogno dei bambini del 1994 di fare il calciatore, con il mio, che una volta compresi gli scarsi mezzi tecnici, un Mondiale ho sognato di commentarlo, come Bruno. E magari di vincerlo.
Scherzo Bruno, non prendertela.
È stato davvero “Tutto molto bello”. Grazie del Sogno. Grazie di tutto.

*di Dario Gallitelli, già collaboratore del corriereditaranto.it, ora collega di Studio100 TV

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