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C’era una volta la verità

In un articolo del 2005 il Guardian titolava che “La verità è il primo risultato su Google”. È innegabile che negli ultimi anni l’approccio ai contenuti non solo della realtà virtuale abbia subito una pericolosa curvatura verso la semplificazione, determinando da un lato una tendenza all’autoreferenzialità (i risultati sono coerenti con le ricerche pregresse) e dall’altro alla radicalizzazione, ovvero all’assenza di dubbi circa le proprie convinzioni. Spesso si dice non a torto che il nostro tempo è il tempo della superficialità, fatto ancor più evidente nell’uso di verbi- nel parlato e nello scritto- sempre e comunque al presente, e cioè ormai meno orientati alla possibilità attraverso l’uso del condizionale o all’ipotesi mediante l’uso del congiuntivo. Sociologi e pedagogisti concordano nel sottolineare la fine di quella che già negli Anni Ottanta Neil Postman aveva definito “intelligenza tipografica” nel suo famoso saggio contro l’inebetimento da overdose televisiva intitolato “Divertirsi da morire”.

Alla verità e a quella che è stata definita ultimamente post truth, Alfredo Gatto ha dedicato un denso libretto pubblicato a fine 2024 per i tipi di Ombre Corte, intitolato “C’era una volta la verità”. L’autore, docente a Milano e studioso di Cartesio, già nelle prime pagine espone il suo pensiero scrivendo: “…anziché demolire l’assolutezza del vero, il post modernismo ha creato uno spazio potenzialmente vergine, cioè un vuoto ideale che ha finito per essere occupato dalla ragione del più forte…”. In effetti già nei talk show televisivi e nelle banali conversazioni tra amici emerge in tutta la sua gravità il fatto che la nostra generazione, e ancor più quella dei nostri figli, sembra irrimediabilmente avvelenata da un relativismo, ossia da un’assenza di riferimenti saldi, che finisce con il lasciare spazio a chi urla di più, a chi è più presente nei media, addirittura a chi è più virale, senza che (come accade per le fake news) ci si domandi se esistano alternative o perlomeno incongruenze nelle asserzioni che vengono propalate come fossero dogmi intoccabili.

Citando Quine, insigne logico inglese, Gatto nel libro rammenta che già sul finire dello scorso secolo questo problema aveva indotto non pochi intellettuali a proporre una sorta di “carità gnoseologica”: esercizio difficilissimo ma fondamentale consistente nel sospendere il giudizio sulle “verità” altrui, accettandole come valide al pari delle proprie allo scopo di aprirsi al sempre arricchente confronto dialettico, quando esso è sincero e completo. Invero, nel testo l’autore ricorda anche che questa tesi era presente già in Gadamer, autore che si era soffermato in più occasioni sulla necessità di un ritorno ad una comunicazione autenticamente democratica, ovvero caratterizzata da chiarezza, completezza ed ascolto, tutte caratteristiche oggi a dir poco carenti nel dibattito politico e non solo, del nostro Paese e in generale del nostro tempo.

Se la post modernità aveva messo in congedo Dio, gli ideali e le ideologie, l’uomo senza punti saldi rischia di diventare ignorante e tracotante e- basti pensare ai deliri nel web e nei social media- a prevalere è sempre la tesi più propagandata, senza alcun rispetto per il concetto di verificazione.

La colpa di tutto ciò è anche del fruitore: già Eco- ci rammenta Gatto- aveva messo in evidenza il fatto che Google possa essere paragonato al personaggio di un racconto di Borges intitolato “El memorioso”, capace di ricordare tutto e al tempo stesso di non capire niente. L’uomo contemporaneo, privo di una bussola, vaga così nel mare magnum dell’infosfera sempre stimolato nella sua parte arcaica e infantile e sempre meno capace di discernere il vero dal verosimile, perché non sono tanto le notizie false a preoccupare gli studiosi, quanto le sempre più frequenti omissioni, costruite ad arte per manipolare le masse.

Nel suo lungo excursus sul concetto di verità nei secoli, da Socrate al Novecento, il libro di Gatto indugia sul concetto di arcana imperii di cui parlava Machiavelli ne “Il principe” (cap. XXVI e XXXVII) quando cioè, rielaborando un concetto antico che fu poi riproposto anche da Kant nel “Saggio per una pace perpetua”, lo scrittore fiorentino difendeva i decisori politici ai quali per il bene comune è consentito di mentire o addirittura di essere violenti, agendo “col cuore di un serpente ma l’animo di una colomba”: come giudicare, del resto, una delle più iconiche bufale della storia contemporanea? Nel 2013 Colin Powell mostrò al mondo in conferenza stampa una provetta contenente borotalco asserendo che essa conteneva la pericolosa antracite e che questa, essendo nelle mani del dittatore iracheno Saddam Hussein, autorizzava le forze NATO a determinarsi per un massiccio bombardamento.

Il problema è che la credulità popolare anziché scemare è aumentata, come già aveva notato Orson Welles nel 1938, quando alla CBS leggendo un racconto di fantascienza scatenò il panico nelle strade parlando di un’invasione di extraterrestri alla quale in molti credettero.

Com’è possibile, dunque credere alle tante bugie dei politici che quotidianamente trattano la massa al pari di un cumulo di sudditi o di incapaci? Come frenare la slavina di recensioni che determinano il successo o l’insuccesso di un qualsiasi bene o negozio affidandosi a quell’acceleratore fiduciario che è il consenso generale?

Con apprezzabile chiarezza, il libro di Gatto mette in guardia da un’ eccessiva passività nei confronti dei mezzi di comunicazione, rammentando che già durante il governo di Bush alla Casa Bianca era emerso, durante una conferenza stampa, che i vertici USA, considerandosi il centro dell’impero, si ritenevano autorizzati a creare ad arte le notizie lasciando ai canali di informazione sia classici che digitali il solo compito di diffonderle capillarmente: si concretizzava così il cosiddetto “Washington consensus” (evoluzione dell’ottocentesca Dottrina Monroe) che la recente elezione di Trump sembrerebbe aver reso una questione di stretta attualità.

“C’era una volta la verità. Da Socrate a Judith Butler”

di Alfredo Gatto

Ombre Corte Editore- 2024

pp.166- Euro 15,00

*Recensione a cura di Alessandro Epifani

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