È stato definito l’accordo con Hiab Italia per fronteggiare la chiusura del sito di Statte, dopo che il 28 febbraio è stato l’ultimo giorno di produzione nello stabilimento tarantino. È quanto si è convenuto nel corso dell’incontro tenutosi nel pomeriggio di mercoledì 5 marzo e che ha visto la partecipazione, in modalità telematica, dei funzionari del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, del ministero delle Imprese e del Made in Italy e di tutte le parti interessate. L’incontro si è reso necessario al fine di valutare alcune richieste sindacali avanzate nella precedente riunione del 3 marzo e mirate alla modifica di altrettanti punti costituenti il piano.

I contenuti principali dell’accordo, fanno sapere dalla Fiom Cgil di Taranto attraverso il segretario provinciale Patrizio Di Pietro, riguardano il conferimento alla società Vertus dell’incarico di ricerca di possibili soggetti interessati a rilevare il ramo di azienda. “A tal proposito – fa presente il segretario provinciale Fiom – la stessa, per il tramite di una sua rappresentante, ha informato le parti della presenza sinora di due manifestazioni di interesse” sulle quali però al momento vige il riserbo più assoluto.

Sul versante dell’avvio della cassa integrazione, questa avrà la durata di 12 mesi a partire da martedì 11 marzo, data in cui si terrà il relativo esame congiunto nella sede della Regione Puglia, “con integrazione – specifica Di Pietro – del trattamento attraverso il pagamento dei ratei (tredicesima, ferie e permessi ) e di una ulteriore cifra in modo tale da garantire ai lavoratori un importo pari alla retribuzione fissa netta che avrebbero percepito in caso di svolgimento dell’attività lavorativa”. L’azienda aveva da tempo preso l’impegno di integrare economicamente la cassa integrazione, in modo che il personale per un anno possa prendere quanto avrebbe percepito con lo stipendio al lavoro.

Altro punto dell’accordo confermato riguarda la possibilità di trasferimento di 25 unità, su base volontaria, nel sito di Minerbio, in provincia di Bologna, “con la corresponsione di un incentivo pari a 10mila euro ed il pagamento di un alloggio per un periodo massimo di 90 giorni”, che però nessun lavoratore ha sino ad ora voluto prendere in considerazione stando alle notizie che giungono dal sito.

Infine, l’accordo prevede anche l’esodo volontario incentivato: questo avverrà, conferma Patrizio Di Pietro, “attraverso il pagamento di una somma lorda pari all’equivalente di 10 mensilità e di ulteriori 800 euro a fronte della dovuta transazione sul rapporto di lavoro, con la integrazione della Cigs prevista per il personale non rientrante tra i pensionandi” (non dovrebbero essere più di 5-6 unità coloro che hanno maturato i requisiti anagrafici).

I lavoratori della HIAB di Statte

“Come Fiom, al netto delle misure condivise per fronteggiare le ricadute sociali ed economiche e delle verifiche che periodicamente saranno messe in campo per esaminare lo stato di attuazione del piano – conclude Patrizio Di Pietro, segretario provinciale Fiom -, resta di prioritaria importanza la necessità della ricerca di nuovi soggetti interessati a dare un seguito all’attività produttiva del sito affinché non si disperda l’eccellenza altamente professionalizzata rappresentata dai lavoratori nel loro insieme”.

Resta appunto sullo sfondo la decisione irrevocabile e unilaterale dell’azienda di voler dismettere l’attività del sito di Statte, per trasferire il tutto in Emilia Romagna prima (anche se sono sorti anche lì dei problemi), e poi probabilmente per delocalizzare il tutto negli impianti esteri, tra cui quello di Saragozza in Spagna. La scelta dell’azienda, come abbiamo riportato più volte, è legata ancora una volta a logiche e scelte di mercato tese alla massimizzazione del profitto attraverso la riduzione dei costi, visto che per anni quello di Statte è stato uno stabilimento d’eccellenza, con decine di operai specializzati impegnati nella produzione di gru di piccola e media portata ad alto livello, diventando così il cuore del processo produttivo della società.

Che in questi mesi ha provato a giustificare la chiusura alla crisi di mercato ed al calo degli ordinativi. Tesi però rispedita al mittente dai sindacati che hanno evidenziato come il rapporto intermedio del 2024 dica esattamente il contrario, ovvero che gli ordini per HIAB sono in aumento (come avvenuto anche per tutto il 2022, con un fisiologico calo nel 2023). Anche per questo i lavoratori hanno provato ad opporsi in tutti i modi possibili, arrivando anche ad occupare per diverse settimane lo stabilimento. Senza dimenticare i lavoratori delle tante aziende che ruotano intorno all’indotto della HIAB: la ditta delle pulizie, le aziende di trasporto, i fornitori di minuteria, le manutenzioni elettriche e di macchine speciali, la ditta addetta al taglio e quella addetta a trattamenti e verniciature speciali delle lamiere. Parliamo di un numero che oscilla tra i 50 e i 100 lavoratori che rischiano di avere anch’essi ripercussioni a seguito della chiusura del sito di Statte. 

Una strategia imprenditoriale, quella intrapresa dalla HIAB e da tante altre aziende prima di lei, con la quale da anni si stanno smantellando processi produttivi di interi comparti, cancellando storie industriali decennali e desertificando l’economia del nostro territorio. Oltre a distruggere l’esistenza di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. Con la politica locale e nazionale che da tanti anni ha smesso di avere un’idea di sviluppo industriale degna di questo nome. E così mentre da queste parti si continua a favoleggiare di decarbonizzazione, di economica green, di transizione giusta, di centinaia di milioni di euro da investire in progetti di dubbia utilità per rioccupare le migliaia di lavoratori che saranno espulsi dai processi produttivi della grande industria, le aziende del territorio tarantino continuano a chiudere una dopo l’altra, abortendo sul nascere qualsiasi speranza per un presente (non per un futuro) migliore. Con la cassa integrazione che è diventata una dimensione esistenziale alienante per migliaia di lavoratori della nostra provincia, senza che all’orizzonte s’intraveda una nuova alba.

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