È previsto nelle prossime ore l’incontro tra il Coordinamento cittadino per difesa degli asili nido pubblici e la Commissaria prefettizia, Giuliana Perrotta. Sul tavolo, ancora una volta, la necessità di tutelare la gestione pubblica delle strutture dedicate alla fascia 0-3 anni.

“Abbiamo intenzione di portare all’attenzione della commissaria alcune proposte per rendere il servizio economicamente sostenibile – ha dichiarato l’ex consigliere comunale del PD, Luca Contrario – I tempi sono ristretti, urge mettere subito in sicurezza la gestione delle 9 strutture presenti e delle 2 di prossima consegna”.

Nell’ottica di un’ottimizzazione dei tempi sarebbe, quindi, auspicabile che la decisione venga assunta prima delle prossime amministrative: lasciare la risoluzione della questione in eredità al prossimo sindaco, infatti, comporterebbe un rischio maggiore di non riuscire a reperire in tempo le risorse necessarie.

D’altro canto la Perrotta aveva dichiarato recentemente che l’eventuale esternalizzazione del servizio non avrebbe influito sulla qualità dello stesso. Un punto, questo, sul quale il Coordinamento esprime le sue decise riserve.

“Non abbiamo pregiudiziali ideologiche verso l’esternalizzazione dei nidi comunali – ha commentato Linda Boccuzzi, membro del direttivo del Gruppo nazionale Nidi e Infanzia – Ma riteniamo che la gestione pubblica, per il fatto stesso di essere estranea a logiche di mercato, dia maggiori garanzie di qualità del servizio che viene offerto alle bambine, ai bambini e alle loro famiglie.”

A tal proposito appare utile restituire un quadro della situazione attuale, sia a livello nazionale che regionale: “L’esternalizzazione dei nidi è andata crescendo nell’ultimo decennio su tutto il territorio nazionale – spiega la Boccuzzi – Per inciso, purtroppo, la Puglia, secondo i dati forniti dall’ISTAT (Indagine sui nidi e i servizi integrativi per la prima infanzia, novembre 2024) è al secondo posto (preceduta soltanto dalla Calabria) fra le regioni italiane in quanto a prevalenza del terzo settore nella gestione dei servizi di cui parliamo”.

“A giudicare dal fatto che – prosegue – (fonte la stessa indagine dell’ISTAT già citata), la Puglia è anche fra le regioni italiane con la più bassa dotazione di servizi educativi 0-3 (seguita soltanto da Campania, Calabria e Sicilia) potremmo ipotizzare che la netta prevalenza del privato sia uno dei fattori che, direttamente o indirettamente, fanno da deterrente ad una maggiore espansione dei nidi pubblici nel territorio”.

Lo stesso rapporto dell’ISTAT, ci fornisce però altri elementi, per riflettere sul fenomeno: la gestione diretta dei servizi per l’infanzia ha mediamente costi più alti per le amministrazioni comunali (in media 9.643 euro all’anno per bambina/o che ne fruisce).

Nei servizi a titolarità pubblica che vengono affidati in gestione la spesa dei comuni si riduce mediamente a 5.385 euro annui. Nel caso, poi, dei nidi privati convenzionati la spesa scende addirittura a 3.831 euro.

“Questi dati – conclude la Boccuzzi – “evidenziano una possibile criticità” (si legge nel rapporto) che riguarda gli importi stabiliti nelle gare d’appalto, a volte non congruenti fra le unità impegnate e le retribuzioni previste nei contratti. Ciò dovrebbe rendere più consapevoli delle criticità che possono presentare, di conseguenza, i servizi dati in gestione”.

E se provassimo a stilare un elenco di motivazioni per le quali la gestione pubblica di un asilo nido sia da ritenersi preferibile a quella privata?

“Innanzitutto – replica la Boccuzzi  – i nidi comunali hanno un loro regolamento di gestione che tutti possono conoscere e che è garanzia dei diritti delle bambine e dei bambini che li frequentano, e delle professioniste dell’educazione impegnate.

Il personale viene assunto tramite selezioni concorsuali, ed accresce le sue competenze e la sua professionalità lavorando nella collegialità, e nella condivisione con le famiglie. Una parte dell’orario di servizio è riservato a questo tipo di attività, fuori dal rapporto diretto con le bambine e i bambini.

A ciascuna educatrice è affidato un piccolo gruppo di bambine e bambini (con un rapporto medio di 1/6), tale da consentire la creazione di una relazione significativa con ciascuna/o di loro, e di disegnare un percorso educativo, le cui linee sono flessibili, tracciato sulla base dei bisogni di crescita (emotiva, cognitiva, relazionale, espressiva) che le bambine e i bambini esprimono.

Le famiglie contribuiscono alla realizzazione della progettualità educativa. La loro collaborazione attiva, richiesta durante gli ambientamenti graduali, ma anche nella quotidianità, e in occasione di iniziative specificamente dedicate (laboratori, colloqui di sezione, incontri con esperti, feste e gite), rafforza e diversifica le occasioni di comunicazione e confronto fra le educatrici e le famiglie, ed è occasione di conoscenza fra le diverse famiglie.

La loro partecipazione all’organizzazione del servizio, negli organismi di gestione istituzionalmente previsti contribuisce, inoltre, a diffondere nel territorio una cultura dell’infanzia che, in questo periodo storico, più che mai sembra venir meno o assumere connotati che tradiscono l’essenza vera dell’infanzia.

Per finire, una presenza di servizi comunali 0-3 nel territorio a gestione diretta (che aspetta comunque di essere incrementata), come nel caso della città di Taranto, è da preservare, perché può offrire le basi per la creazione del sistema integrato 0-6 di cui al d. lgs. 65, diritto universale delle bambine e dei bambini alle pari opportunità di crescita ed educazione contro la povertà educativa e il rischio di esclusione, per una società con meno disuguaglianze sociali e più inclusiva”.

Saranno queste, insomma, le argomentazioni con cui il Coordinamento proverà a difendere la scelta effettuata durante il Consiglio monotematico dello scorso 4 febbraio, insieme alle proposte concrete di finanziamento volte a rendere “la coperta meno corta”.

 

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