“I riti per me rappresentano una grande emozione sin da bambino. A 10 anni ho portato il simbolo delle Pesàre. Sono nato in una famiglia di confratelli. Nel tempo chiaramente è cresciuto anche il senso di appartenenza. Queste sono radici storiche della nostra città e c’è un’identità vera che in qualche modo ci polarizza intorno ai sacri riti”.

Antonello Papalia, 60 anni, confratello, figlio di un confratello (l’ex presidente di Confcommercio, della Camera di Commercio, di Unioncamere regionale e del Taranto calcio Emanuele Papalia) e fratello di un confratello, Fabio Remo, è il priore della confraternita del Carmine dal 2011. Vive con grande trasporto, intensità, gioia e senso di responsabilità i giorni della Settimana Santa, l’evento religioso e culturale tanto caro ai tarantini, che rappresenta anche uno straordinario attrattore turistico.

Una tradizione che si tramanda di generazione in generazione. “Mio nonno – racconta – era un confratello, a sua volta figlio di un confratello. La mia famiglia è presente nei riti della Settimana Santa dalla fine del 1800. Mio padre Emanuele non è stato assente ad alcuna delle processioni che ho svolto. È stato una presenza costante, come lo è stata tutta quella della mia famiglia”.

La processione dei Misteri quest’anno attraverserà la città vecchia in occasione del 350esimo anniversario di fondazione della confraternita del Carmine e in coincidenza con l’Anno Santo Particolare del Giubileo. Era accaduto l’ultima volta 10 anni fa, quando si celebravano i 250 dalla donazione delle statue del Cristo Morto e dell’Addolorata alla congrega da parte della famiglia Calò. Una decisione presa di comune accordo con l’arcivescovo Ciro Miniero e l’interlocuzione prima con l’amministrazione comunale e poi con la struttura commissariale.

Papalia spiega che in realtà “la processione è nata nella città vecchia dalla famiglia Calò che ha il suo palazzo nobiliare in via Duomo. Poi alla fine degli anni Sessanta la processione si spostò al Borgo”.

Come ci si sta preparando per gestire il flusso dei pellegrini? “In maniera abbastanza professionale. Si fanno – assicura Antonello Papalia – dei programmi, dei piani di sicurezza, con il supporto di tutte le istituzioni e delle forze pubbliche, della Questura, della Prefettura, della Polizia locale. Abbiamo avuto confronti che ci hanno permesso di evidenziare le criticità legate ai cantieri e alla scarsa illuminazione in alcuni punti che saranno interessati dal percorso. Sono stati tutti disponibili a trovare le soluzioni giuste per rendere la processione dei Misteri un momento di vera identità cittadina”.

Attualmente sono 2800 gli iscritti alla confraternita e 55 gli ultimi novizi. Nei giorni delle processioni sarà ormeggiata alla banchina del Castello Aragonese la nave scuola Vespucci, che ospiterà un sepolcro e sarà meta del pellegrinaggio dei perdoni. Come è nata questa idea? ”Il pellegrinaggio – precisa Papalia – arrivava al sepolcro allestito nella cappella di San Leonardo all’interno del Castello Aragonese. Quest’anno, vista la presenza del Vespucci, che è una nave giubilare, abbiamo pensato a un sepolcro a bordo dell’antico veliero e non nella cappella di San Leonardo. I confratelli andranno lì ad adorare il sepolcro”.

L’aggiudicazione dei simboli avviene nella tradizionale gara della Domenica delle Palme, che spesso è accompagnata dalle polemiche per le offerte dei confratelli che raggiungono anche cifre considerevoli. È un’antica diatriba, che fa parte essa stessa della tradizione. Come rispondete?

“La nostra – replica il priore – è un’assemblea privata i cui contenuti vengono in qualche modo resi pubblici. Le offerte che i confratelli fanno nel corso dell’assemblea straordinaria è il risultato dei sacrifici fatti per un anno intero. L’opinione pubblica si concentra sulle offerte più eclatanti, quelle più alte, che sono limitate a pochi simboli all’interno della processione dei Misteri. Una processione composta da 150 confratelli e il pellegrinaggio è composto da circa 200 confratelli. La media di spesa è di 800-900 euro, non di più”.

Papalia ribadisce che “c’è un gruppo di ragazzi, spesso giovanissimi che acquisiscono anche la capacità del risparmio, la capacità della rinuncia a qualcosa per avere un risultato nella giornata della Domenica delle Palme, la capacità di concentrarsi su un obiettivo da raggiungere. Dal mio punto di vista è anche educativo. Io dai miei familiari, da mio padre, sono stato educato in questo modo”.

Inoltre, c’è da rimarcare “il fatto – chiarisce il priore – che le offerte dei confratelli contribuiscono alle opere di carità che facciamo e sono tantissime. Poi c’è l’indotto che si muove attorno ai riti della Settimana Santa in maniera diretta e indiretta. Abbiamo dei professionisti che lavorano per noi, dai grafici alle tipografie, a chi vende la cera, a chi fa i restauri delle statue, a chi vende le stoffe, a chi vende i fiori. L’introito di quella Domenica delle Palme ricade sul tessuto economico della città. Indiretta perchè attorno ai riti c’è oramai un fiorente e ricco meccanismo di merchandising e oggettistica e di lavoro per gli esercizi pubblici.

I simulacri sono soggetti periodicamente a restauro. Il 5 aprile sarà presentato il nuovo gonfalone, lo stendardo della processione. “È totalmente nuovo, ma – rivela Papalia – non perdiamo quello storico. Comunque conserviamo tutto, cerchiamo di migliorare i nostri tesori. Questo è un altro motivo di orgoglio per quanto mi riguarda, la tutela del patrimonio artistico che la Confraternita del Carmine custodisce, che è notevole. Naturalmente il nostro compito è quello di implementarlo nel tempo, così come stiamo facendo”.

Il pellegrinaggio dei perdoni (in tarantino “perdune”, in ricordo dei pellegrini che si recavano a Roma in cerca del perdono di Dio) ai sepolcri, o meglio agli altari della reposizione, apre i riti a partire dalle 15 del Giovedì Santo. Una folla si raduna su entrambi i lati della Chiesa del Carmine per l’uscita della prima posta di perdoni, da sempre un momento di grande suggestione. Perché?

L’uscita della prima posta – commenta il priore – segna l’inizio dei riti e il coinvolgimento della città è notevole. Mi sembra un momento in cui i cataldiani, termine in disuso ma che dovremmo recuperare, vivono con forte intensità. Dovremmo usare di più questi termini perché troppo spesso nel corso dell’anno scordiamo quel valore importante della nostra identità che invece riscopriamo fortemente nei giorni della Settimana Santa”.

Quest’anno sono 35 le coppie di confratelli che si recheranno in città vecchia, più quella del “serrachiese” (così chiamata perché è l’ultima a uscire dalla Chiesa del Carmine con il compito di “serrare” le chiese, cioè di chiuderle per la notte che si avvicina). Il numero di quelle di “campagna”, come un tempo era definita la città nuova, sarà definito durante l’assemblea per l’assegnazione dei simboli.

Alle 17 del Venerdì Santo si spalancherà il portone della Chiesa del Carmine per l’uscita della processione, che solitamente si snoda per le vie del borgo e quest’anno, come detto, attraverserà la città vecchia. Prima la troccola, poi il Gonfalone, la Croce dei Misteri, le statue di Cristo all’Orto, Gesù alla Colonna, Ecce Homo, La Cascata, il Crocifisso, la Sacra Sindone, Gesù Morto e l’Addolorata. È la raffigurazione della via Crucis. Tra un simulacro e l’altro, le «poste».

I Riti della Settimana Santa rappresentano un elemento identitario della città. E fanno ritrovare a Taranto quel senso di appartenenza che quasi mai c’è nelle altre occasioni. Migliaia di persone si riversano per le vie del borgo e della città vecchia per vedere il ritorno dei perdoni, ammirare i simulacri, indugiare sul lento incedere dei penitenti al suono struggente delle marce funebri. Il triduo pasquale si chiude la mattina del Sabato Santo con il rientro della processione dei Misteri in un’atmosfera di profonda commozione. Il troccolante bussa tre volte con la punta del suo bastone, detto “bordone”, su una delle ante chiuse. Il portone si schiude, la folla applaude. “Tutto è compiuto”, scriveva Nicola Caputo in uno dei suoi libri sulle nostre tradizioni.

Le lacrime rigano il volto dei confratelli. Quel momento che significato ha? “Il rientro del troccolante – puntualizza Papalia – è una tradizione che si è creata e che attira tantissimo. Credo che ci sia in quel momento un raccoglimento importante perché certamente è la conclusione dei riti ma è anche un’occasione di riflessione profonda dopo la stanchezza di una notte e ci fa vivere con serenità il momento più importante della fede, che è quello della resurrezione, quello in cui dovremmo assolutamente credere, quello che deve darci la sicurezza, non la speranza, per la vita”.

Diventa, conclude il priore in questa intervista al corriereditaranto.it, “anche un messaggio per la città. I riti della Settimana Santa sono della città, non sono né dei confratelli né della parrocchia. I riti della Settimana Santa sono la città”.

 

 

 

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