Non sappiamo chi amministrerà la città ma possiamo tornare a chiederci, come fatto in passato https://www.corriereditaranto.it/2024/08/31/arenile-viale-jonio-chiuso-da-quattro-anni/, cosa ne sarà della bonifica in zona Marechiaro – San Vito. Mentre ci si affanna nell’inarrestabile corsa per occupare un posto a Palazzo di Città, Taranto resta indietro e lo testimonia lo stato di abbandono in cui vertono dei tratti del capoluogo.

Saltuariamente si procede alla pulizia dell’area oggetto di quest’articolo ma non c’è traccia di avvio dei lavori di bonifica. Dovremmo forse abituarci all’idea di dover continuare, ancora a lungo, a vedere questo tratto di costa attraverso delle reti arancioni? Perché i lavori di bonifica della zona non sono ancora cominciati?

Cosa è emerso dallo studio dal titolo “Sedimentological features of asbestos cement fragments in coastal environments (Taranto, southern Italy)” a firma di S. Lisco, I. Lapietra, R. Laviano, G. Mastronuzzi, T. Fracchiolla, M. Moretti? Proveremo a fare chiarezza su questa questione nel seguente e nei prossimi articoli.

Partiamo dall’intervista alla ricercatrice Stefania Lisco, parte del gruppo di ricerca sul primo studio ad indagare l’origine di un fenomeno diffuso a livello mondiale che è la presenza di frammenti di cemento-amianto sulle spiagge sabbiose.

Come siete venuti a conoscenza che vi erano frammenti di cemento-amianto nell’area costiera denominata Marechiaro?

“Il primo rinvenimento di questi frammenti è stato casuale. Frequentiamo la città di Taranto perché abbiamo i nostri corsi con gli studenti lì quindi ci capita passeggiando, essendo geologi, di osservare con un occhio più clinico l’ambiente marino. Abbiamo così riscontrato la presenza di ciottoli dall’area un po’ sospetta sulla spiaggia emersa. Ci siamo posti delle domande dato che era evidente che fossero frammenti di cemento-amianto sebbene fossero levigati dal moto ondoso quindi avevano tutto l’aspetto di essere dei ciottoli naturali non direttamente riconducibili a frammenti di questo tipo. In realtà ce ne siamo resi conto e insospettiti da questa presenza abbiamo proseguito effettuando dei primi rilevi sulla spiaggia di Marechiaro.

Muovendoci poi verso la parte della falesia, abbiamo osservato che questa non era naturale ma era legata all’accumulo di più corpi di materiale antropico che contenevano sia grossi pezzi di cemento-amianto ma anche materiale vario di altro tipo ovvero scarti vari di lavorazioni. Abbiamo così cominciato a guardare la parete della falesia, che non era assolutamente naturale, con un occhio differente. Abbiamo provato ad applicare dei principi di stratigrafia che sarebbe l’osservazione dei diversi strati lungo una parete rocciosa, per capire come fosse avvenuto questo tipo di accumulo”.

Avete datato diversi momenti delle azioni di scarico infatti dal vostro studio è emerso che dal ’92 al ’00 si è verificato un incremento significativo delle operazioni di scarico di ACM. Come avete ottenuto questi risultati?

“Osservando i diversi corpi isometrici lungo questa falesia abbiamo notato la presenza di alcune lattine di bibite di vari tipo. Alcune tra queste riportavano delle indicazioni dei mondiali del ’90 e degli anni a seguire. Sulle lattine individuate che corrispondevano ai diversi livelli che abbiamo potuto osservare sulla falesia, abbiamo individuato delle lattine datate 1990, ’91, ’92 fino al ’95. Abbiamo di nuovo utilizzato i principi normali della stratigrafia per datare un deposito totalmente antropico che quindi non conteneva gli elementi che normalmente possono essere utilizzati per le datazioni. Conteneva invece un chiarissimo riferimento, una firma precisa e un’età indicata direttamente in etichetta. Abbiamo applicato ad una falesia di depositi antropici i principi scientifici che noi geologi utilizziamo normalmente nella stratigrafia”.

Quali sono i processi erosivi verificatisi lungo la falesia del mar Ionio settentrionale? Nello specifico il riferimento è sempre alla baia di Marechiaro di Taranto.

“Per comprendere l’evoluzione di questo tratto di costa abbiamo confrontato le immagini satellitari a partire dal 1978 fino alle ultime del 2022, analizzando così quasi 40 anni di evoluzione della linea di costa e della sua variazione in questo piccolo tratto costiero. Di conseguenza abbiamo potuto vedere come da una parte si osserva l’erosione di questa falesia da dinamiche normali in aree costiere, dall’altra abbiamo osservato l’accumulo di questo materiale frutto del deposito antropico che ha fornito sedimento disponibile per fare accrescere il tratto di costa. Chiaramente quel materiale che conteneva sì tantissimi frammenti di cemento-amianto ma in generale tantissimi resti di materiale edile e scarti di cantieri e di altro tipo, si sono accumulati in un tratto di costa che ha potuto avanzare ma con questo tipo di accumulo. Abbiamo osservato una dinamica normale influenzata sempre da un deposito antropico”.

Dalla ricerca si legge che questi inquinanti vengono importati negli ambienti costieri attraverso attività industriali, minerarie, urbane, turistiche, di pesca e da naufragi. Voi avete documentato lo scarico diretto illegale e incontrollato di grandi volumi di inquinanti a tal punto da parlare di vere e proprie discariche costiere. Anche in questo caso, come avete scoperto la natura dell’attività?

“Noi abbiamo osservato questa falesia e i corpi geometrici accumulati su essa. Ovviamente non possiamo direttamente dire chi e come ha effettuato questo scarico ma quel che noi esaminiamo sono dei corpi con delle forme lentiformi quindi dei cunei che ricordano, ad un geologo, uno scarico repentino che chiaramente non può essere legato a processi naturali. Analizzando la geometria di questa falesia abbiamo osservato ripetuti scarichi di materiali che vengono accumulati in questa zona. Né osserviamo la base, il tetto quindi riusciamo a descrivere esattamente i singoli momenti in cui questo materiale è stato scaricato lì.

Collegandoci alle date che abbiamo rinvenuto sulle lattine e alla presenza di numerosissimi frammenti di cemento-amianto è stato facile dire che questo tipo di scarico fosse collegato a delle azioni illegali. Inoltre in quegli anni il cemento-amianto era stato bandito dall’utilizzo nell’uso comune dunque è semplice collegare a degli scarichi illegali effettuati in quegli anni e in quella fascia costiera. È verosimile pensare che anche altrove ci possano essere depositi di questo tipo coperti dalla vegetazione o da altre azioni antropiche legalissime come sistemazioni varie per il lungomare e quindi potrebbe essere un fenomeno che si è diffuso in quegli anni di cui noi abbiamo visto solo la punta dell’iceberg in maniera fortuita e casuale”.

Perché questi corpi isometrici rappresentano un pericolo da non sottovalutare?

“Uno degli aspetti più interessanti ma più pericolosi di questo tipo di frammenti è il fatto che siano altamente friabili. In poche centinaia di metri, applicando nuovamente delle metodologie tipicamente sedimentologiche di osservazione della variazione della forma di questi ciottoli, si rileva come siano intensamente levigati dall’azione del mare. Questo significa che se trovo a poche centinaia di metri moltissimi ciottoli frastagliati e quattrocento metri più in là li trovo arrotondati e levigati vuol dire che quel processo è avvenuto in maniera velocissima non in tempi naturali. In aree naturali questo processo avviene in maniera più lenta. Ciò è influenzato dal fatto che i frammenti di cemento-amianto siano altamente friabili ma significa che chiaramente tutta quella porzione che viene erosa e levigata diventa frammento più fine nello stesso tratto di costa. Finché è in mare è meno problematico, diversamente può essere inalato se la gente frequenta quella spiaggia motivo per cui, giustamente, dopo la nostra segnalazione l’amministrazione comunale non ha consentito l’accesso in spiaggia”.

Questa ricerca, avviata in maniera casuale per merito però della vostra osservazione scientifica dei ciottoli, può darvi degli indizi per replicarla in altre zone simili?

“Sì, vorremmo proseguire con questa ricerca in modo da riuscire a definire meglio con delle analisi indirette e geofisiche la distribuzione di questi corpi per poterla replicare in altre aree diverse da Taranto. In questa maniera potremmo capire quanto il problema sia diffuso. Questo nostro lavoro ha rappresentato un caso unico che ha avuto una grossa rilevanza nel nostro settore ovvero tra i geologi e i sedimentologi. Ci hanno fatto molte segnalazioni di situazioni simili anche in aree all’estero e in Sud America. Zone queste dove hanno proibito di utilizzare il cemento-amianto nei decenni successivi rispetto all’Europa e all’Italia quindi tutto ciò ha scoperchiato un vaso di pandora di imponente rilevanza”.

Come si presenta oggi il sito?

“Sinceramente non posso dare quest’informazione perché l’area è stata interdetta all’accesso anche per noi ma credo che non sia cambiato qualcosa dall’ultima rilevazione effettuata. Bisogna indicare che il mare è di una bellezza infinita come, in generale, tutti gli ambienti che osserviamo nell’area tarantina nonostante siano vessati da un’ingente pressione antropica mostrano un carattere di resilienza unico regalandoci scorci di straordinaria bellezza”.

Riuscirà la prossima classe politica a far sì che l’ingente pressione antropica sugli ineffabili luoghi tarantini cessi o si continuerà a prediligere tornaconti personali?

 

 

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