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Sono passati 12 anni dall’alba di quel 15 maggio 2013 quando gli uomini della Guarda di Finanza lo arrestarono nell’ambito dell’inchiesta ‘Ambiente Svenduto’. Sette giorni in carcere, altri sei mesi agli arresti domiciliari, per anni escluso dalla scena politica perché marchiato dalla lettera scarlatta di un reato, una presunta tentata concussione che non è stata chiarita nemmeno dopo le udienze nel processo di primo grado. Con l’epilogo amaro, sempre nel mese di maggio, ma questa volta del 2021, di una condanna in primo grado a tre anni di reclusione.

Poi, il 15 settembre dello scorso anno, l’annullamento del processo ‘Ambiente Svenduto’ da parte della Corte d’Appello di Taranto ed infine l’archiviazione, lo scorso 5 febbraio, del reato ascritto per l’intervenuta prescrizione. 

Pensare però di racchiudere decenni di vita di un uomo, di un sindacalista prima e politico poi, ricordandone soltanto le ultime vicende giudiziarie che ne hanno di fatto troncato in itinere e per sempre la carriera, sarebbe non solo ingiusto e stupido ma fin troppo riduttivo.

Se poi questa persona risponde al nome di Gianni Florido, per 33 anni nel sindacato della Fim Cisl fino a ricoprirne il ruolo di segretario generale regionale, per ben due mandati presidente della Provincia di Taranto (eletto nel 2004 e nel 2009 con una mancata elezione nel 2007 a primo cittadino a vantaggio di Ippazio Stefàno), appare fin troppo chiaro che quella giudiziaria è soltanto l’ultima tappa, amarissima, di una vita spesa e trascorsa in una dimensione che nulla a che fare con le aule di tribunale o la cella di un carcere. 

Ecco perché, in questa chiacchierata quasi informale, non si può non partire da una domanda diretta sullo stato in cui versa la politica attuale a Taranto e non solo.

Presidente Florido, che idea si è fatto da osservatore esterno rispetto a quel che è accaduto negli ultimi anni al Comune e in Provincia?

“Il primo punto che voglio annotare è un’osservazione metodologica. La cosa che colgo oggi è l’assenza assoluta, tolta qualche eccezione sin troppo debole sia nel centrodestra che centrosinistra, dei partiti: il resto è un continuo presentarsi di singole figure, di singoli soggetti che dietro la maschera del civismo, che poteva essere una grande risorsa in prospettiva per il ritorno alla politica, hanno trasformato l’agire politico in una sorta di lasciapassare per una visione one to one, dove ognuno negozia per se stesso, il che è un disvalore formidabile per chi si candida ad amministrare un comune, una provincia o una regione.

Ai miei tempi invece, quando avevo dei problemi da risolvere da presidente della provincia, chiamavo i segretari di partito (Vico, Carbotti, Carrozzo, Ostilio, Voccoli) con i quali mi confrontavo e trovavamo le soluzioni per affrontarli. Oggi se da un lato è molto facile criticare chi governa, è certamente molto più difficile fare politica e relazionarsi con essa: io ho avuto la fortuna di appartenere all’ultima generazione dove i partiti avevano ancora un peso specifico determinante”. 

La seconda osservazione è invece la perdita d’identità della città. Non è più la città della Marina Militare, né quella della siderurgia: un modello che per cento e passa anni ha portato sì una dipendenza ma che è stata anche una risorsa immensa. Oggi bisogna reinventarsi città. Non ci sono grandi alternative a misurarsi con quello che la città ancora oggi offre, alla basi naturali del nostro territorio: in primis il mare, che è una risorsa sulla quale bisogna costruire una nuova visione industriale come quella della cantieristica navale e del traffico merci, oltre che un brand turistico da salvaguardare che non è solo quello della cultura magno greca che da sola non può di certo bastare e non ci aiuta, perché tolto il MarTA abbiamo troppo poco, compresa la Città Vecchia che sicuramente ha ancora tanto da dare.

A mio modo di vedere la vera partita può ancora oggi essere giocata valorizzando quel progetto chiamato Terra Ionica, che provai a portare avanti durante i miei due mandati da presidente della Provincia, che guarda a Taranto come una sorta di città metropolitana (anche se non lo può essere da un punto di vista tecnico-giuridico e amministrativo), come baricentro di una provincia che possiede risorse immense: l’enogastronomia, le bellezze paesaggistiche, il solco gravitale, la civiltà rupestre, c’è una varietà di risorse e di bellezze turistiche che la provincia possiede e che partendo dalla città capoluogo devono essere sfruttate. Questo deve però comportare per il prossimo sindaco e presidente della provincia, la capacità di dialogare costantemente e in maniera costruttiva con tutti e 28 i sindaci con la prospettiva di una promozione comune, di un percorso turistico, che va dalla Valle d’Itria al versante orientale e occidentale. E poi credo che accanto a tutto questo, si debba puntare a far diventare Taranto centrale nei rapporti con le altre realtà importanti del Mediterraneo, stringendo ad esempio relazioni turistiche e commerciali con le città del nord Africa, portando a Taranto ogni anno un evento culturale internazionale che metta insieme la cultura mediterranea”. 

Traguardare quindi una visione più ampia, da un punto di vista economico e turistico, pur nella consapevolezza che grande industria e Marina Militare avranno ancora un ruolo importante.

“E’ evidente che Taranto non avrà mai più quella importanza industriale che ha avuto sino ad oggi. Anche se, vista la situazione della geopolitica internazionale attuale, Taranto possiede due sistemi, come la Marina Militare e la Leonardo, che avranno ancora bisogno dell’acciaio dell’ex Ilva come i laminati con una certa capacità di resistenza. Da un lato la Marina e dall’altro Leonardo, che gioco forza diventeranno centrali nella difesa nazionale: perché a prescindere dalla visione profondamente negativa che ognuno di noi può avere sulla guerra, si va verso un riarmo generale (basti pensare al progetto Rearm Europe e alla spesa al 2% del PIL nella difesa da parte del governo), per cui da un lato l’Arsenale e dall’altro la Leonardo con la SSI (Sistemi Software Integati) che già svolge delle attività sateliltari e che presto avrà anche la possibilità di produrre veicoli militari, avranno un ruolo non da poco. E questo è un aspetto con il quale chi andrà a governare la città nei prossimi anni dovrà inevitabilmente fare i conti”. 

E poi ci sono l’Università e il nuovo Ospedale San Cataldo. Che ruolo potranno avere nel prossimo futuro?

“La città, almeno dal mio punto di vista, non credo si stia ancora rendendo conto di cosa potrà essere e sarà. Si presenta di fatto come un policlinico, una struttura immensa, 20 sale operatorie, strutture d’avanguardia, quindi bisognerà valorizzare al massimo la facoltà di Medicina che con il nuovo ospedale può avere una proiezione immensa”.

Tornando alla più stretta attualità, il prossimo sindaco dovrà fare i conti, è proprio il caso di dirlo, con due punti ineludibili: gli assetti di bilancio e mettere mano al decoro urbano. 

“Sicuramente sono questi primi due punti sui quali si dovrà focalizzare il prossimo primo cittadino. C’è un bilancio da studiare in ogni suo dettaglio, oltre alla famosa vicenda Boc che non si è ancora conclusa. E poi io vedo la città in uno stato di abbandono spaventoso, quasi come se fosse in assenza di regole. Ridare alla città un decoro è prioritario, io partirei proprio da qui: pulire le strade, i marciapiedi, la raccolta dei rifiuti, la risistemazione del verde, la piantumazione di un gran numero di alberi: ridare alla città una nuova dimensione”. 

Oltre al bilancio comunale e al decoro urbano, il territorio è investito da una serie di vertenze sul lavoro irrisolte. Due delle quali lei ha vissuto in prima persona: quella della società partecipata della Provincia Taranto Isolaverde e quella del porto, ancora oggi la grande incompiuta dell’economia tarantina. 

“Per quanto riguarda Isolaverde secondo me non c’è altra soluzione, come stavamo già facendo quando fu interrotta la mia esperienza politica, di dedicarla all’impiego dei lavori nella tutela del settore idrogeologico della provincia. Pensiamo alla pulizia dei canali in provincia, alle tante discariche a cielo aperto, che era un pò il progetto a cui stavo lavorando nei miei ultimi anni alla guida della Provincia attraverso un’interlocuzione con la Regione, attraverso l’utilizzo di fondi europei per dare così una collocazione definitiva alla società nella cura del territorio. Onestamente non vedo uno spazio diverso da questo, faccio fatica ad immaginare altre strade onestamente.

La TCT arrivò perchè Romano Prodi in un viaggio a Taiwan convinse Evergreen i maggiorenti di Tapei ad investire su Taranto: all’epoca avevano merci e rotte nei loro interessi. Ancora oggi non vedo altra soluzione se non un impegno diretto del governo centrale in tal senso: senza questo io credo che questo continuerà ad essere un problema ancora per molti anni. Servono accordi tra governo nazionali e grandi vettori internazionali come Cosco, MSC, ed altre compagnie: ma questo può farlo soltanto un esecutivo che si muove attraverso accordi bilaterali e non certo attraverso l’azione e un impegno diretto di un primo cittadino che può molto poco in tal senso.

Questo però dovrebbe comportare anche un altro step da un punto di vista di maturazione della politica locale: superare questa idea, questa deriva che per me è demenziale, di essere indipendenti rispetto a Bari e Roma, sulla quale negli ultimi anni in molti hanno cercato di costruire le loro fortune politiche. Non ce la potremo mai fare da soli, come imporrebbe la così detta cultura spartana. Molti dimenticano che Comune e Provincia sono due enti amministrativi e se non ti confronti con chi fa direttamente le leggi, non puoi fare praticamente nulla. Bisognerebbe invece avere dei rapporti continui e avere delle idee e dei progetti da portare all’attenzione dei governi regionali e nazionali, per ottenere la possibilità di avere risorse e prospettive concrete. Nell’era della post globalizzazione pensare di essere autosufficienti è follia pura. Se non usciamo da questa deriva che vorrebbe un’indipendenza da Bari, non avremo grande futuro”. 

Venendo più alla persona Gianni Florido: qual è il suo più grande rimpianto?

“Il più grande rimpianto che ho è quello di non aver capito per tempo quello che stava accadendo negli ultimi anni della gestione Riva del siderurgico. Io ho passato 33 anni nel sindacato dei metalmeccanici, scalando tutti i ruoli della mia categoria nella Fim Cisl che all’epoca da sola poteva contare su ben 11mila iscritti quando io lasciai nel 1998. Vengo da quella storia lì. Mentre in città stava montando un’aria di insoddisfazione, di rabbia, di liberazione, pensavo ancora che la soggettività operaia avrebbe imposto una negoziazione dura, difficile ma non una rottura totale: la parola d’ordine ‘chiudere’, per quanto poteva essere una parola che riduceva una questione complessa ad una soluzione fin troppo semplicistica, aveva invece trovato adesione anche e soprattutto tra i singoli lavoratori. Io avevo ancora l’idea che la classe operaia avesse ancora un’identità collettiva che avrebbe difeso e migliorato l’esistente, cambiando attraverso la strada maestra della negoziazione. Ed invece molti erano ammaliati dalla prospettiva di chiudere e quindi si ruppe quella che io pensavo potesse ancora essere un’alleanza tra la politica, i sindacati, i lavoratori e la città.

Forse se l’avessi capito per tempo, avrei potuto anche guidare quella fase, ed invece ne fui completamente travolto. Questo è sicuramente il mio rammarico più grande. L’ho scritto anche nel mio libro (“Rione Collepasso”, Antonio Mandese Editore, 2023): io appartengo a quella corrente filosofica chiamata realismo dinamico fondata dal padre salesiano Nicola Palmisano che ha inciso moltissimo nella mia formazione culturale personale. Che significa che l’unica cosa che puoi fare per cambiare le cose devi procedere avanzando a piccoli passi, senza restare fermo, giorno dopo giorno, apprezzando ogni singolo piccolo cambiamento. Stesso insegnamento di Pierre Carniti (sindacalista e politico italiano) che ho anche citato nel mio libro. Mi resi conto troppo tardi che questa mia formazione culturale era di fatto nettamente minoranza. 

Poi quando vidi l’indagine e l’arresto, mi convinsi che stessi pagando la posizione di chi pensava che fosse ancora possibile avere un’industria sul territorio, seppur decisamente migliorabile attraverso una strada lenta ma percorribile. Invece in tanti si adeguarono alla linea del chiudere, che ha determinato sul piano giudiziario una sorta di giacobinismo: mi ritrovai come il famoso giapponese nella foresta. E credo di averla pagata molto duramente questa mia posizione. Nel resto nelle motivazioni della sentenza di primo grado, i giudici scrissero che come persona di primo piano della scena politica è molto verosimile pensare che quello che ha fatto lo ha fatto nella ragion pratica di tutelare l’occupazione, e così facendo tentava di effettuare quella concussione che nessuno poi ha mai capito in cosa fosse consistita.

Ultima domanda: come immagina il suo futuro?

“Da grande mi piacerebbe poter tornare a dare il mio contributo, del tutto gratuito senza alcun incarico, perché penso di essere ancora in grado di farlo, essendo uno dei pochi testimoni di un passato dal quale trarre anche degli insegnamenti importanti. Sempre che dall’altro lato si trovi qualcuno che ne abbia voglia di ascoltare e che abbia voglia di essere aiutato. Io adesso vedo questa campagna elettore, dove c’è Piero Bitetti che è stato consigliere provinciale quando ero presidente, oltre ad essermi stato vicino nei momenti più duri della mia vita a cui auguro un grande successo. Devo dire che tutto sommato i candidati sindaco non sono male”.

La cultura politica e sindacale, l’esperienza amministrativa di un uomo come Gianni Florido potrebbe risultare ancora preziosa per una città come Taranto che ha dimenticato troppo presto e che di recente, spesso, si è affidata a personaggi che, in particolar modo nella politica, tanti danni hanno prodotto.

 

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