Ascolta l’audio di questo articolo
L’allarme lo ha lanciato il presidente della Repubblica Mattarella: “Così le famiglie non reggono”, riferendosi ai salari che restano bloccati mentre il costo della vita galoppa.
Le trasformazioni del mercato del lavoro degli ultimi 30 anni hanno reso difficile il tentativo di sopravvivere. Se guardiamo i dati Censis ci dicono che una persona su due vorrebbe lasciare il proprio lavoro ma non lo fa perché ha paura di non trovare altro e quindi di rimanere con il sedere per terra. Se prendiamo in considerazione il fatto che i salari in Italia, specie al centro sud sono particolarmente bassi, cui aggiungiamo il sommerso, le forme di controllo di performatività richiesta, comprendiamo che il lavoro da un lato è remunerato e tutelato sempre meno, dall’altro chiede di essere sempre più performante. È come se la forbice di ciò che il lavoro toglie si fosse ampliata enormemente rispetto a qualche generazione fa in cui il potere d’acquisto, derivante da un solo salario, consentiva ad un nucleo familiare una vita dignitosa.
Il tema della dignità del lavoro è un tema che ogni 1 maggio ce lo ritroviamo su tutte le agenzie di stampa nazionali che riportano le dichiarazioni di quei politici che davanti fanno battaglie (salario minimo, lotta al precariato) ma da dietro alimentano il lavoro povero.
Avete mai pensato ai portaborse, agli uffici stampa, ai social media manager di tutto il carrozzone che alimenta la comunicazione nel mondo della politica? Pensate che siano tutti lavoratori regolarizzati? E la stessa domanda la possiamo porre a livello locale, visto che siamo in campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale di Taranto (a 32 posti, diventati ormai posti di lavoro, ambiscono circa 900 persone).
Il mercato del lavoro italiano è pieno di lavoratori poveri sfruttati. Non esistono solo gli operai vessati dal “padrone capitalista” (drammatiche sono le proiezioni dell’andamento del lavoro nel Paese formulate dall’ISTAT, che segnalano la decrescita costante della nostra produzione industriale), ci sono i lavoratori dei call center, i rider, le badanti, le commesse, le educatrici di comunità o degli asili nido privati, le maestranze del mondo della musica e del cinema e potremmo continuare a lungo con l’elenco.
Non lasciamoci ingannare dalla propaganda dei governi che si susseguono. L’ultimo ci narra di un aumento dell’occupazione. Di quanto? Dello 0 virgola…..
Insomma “un panorama desolante”, come lo ha definito il professore di politica Economica Pasquale Tridico, il quale ha puntato il dito sulle riforme che si sono succedute, finalizzate all’aumento della flessibilità del lavoro che, a suo giudizio, hanno avuto il risultato di introdurre una quota elevata di contratti a tempo determinato e part-time nel nostro sistema, che hanno determinato una preoccupante caduta dei salari reali.
Sempre secondo il rapporto Censis per il 62,7% degli italiani il lavoro non è centrale nella vita, il 76,2% dei giovani scambierebbe solo a caro prezzo un’ora di tempo libero con un’ora di lavoro, per l’80% degli occupati nel passato si è chiesto troppo a chi lavora, ora è giusto pensare di più a sé stessi”
È un dato preoccupante che sancisce il distacco di una parte della società, per lo più giovani, dalle dinamiche del Paese.
Questa apatia può giocare un ruolo determinante l’8 e il 9 giugno quando ci saranno quattro dei cinque referendum su materie attinenti al lavoro precario e alla sicurezza sui luoghi di lavoro.
La consultazione referendaria è stata promossa dalle organizzazioni sindacali e dai movimenti civici, e si svolgeranno in concomitanza con le elezioni Amministrative in diverse Regioni e Comuni.
Tra i cinque quesiti proposti, si chiede di ripristinare la tutela reale in caso di licenziamento illegittimo – abolito con il Jobs Act – permettendo ad un lavoratore licenziato ingiustamente di essere reintegrato nel proprio posto di lavoro. Il secondo quesito vuole abrogare il c.d. limite massimo di indennizzo economico, restituendo al giudice la piena discrezionalità nel determinare l’ammontare del risarcimento in base alla gravità della violazione.
Un altro referendum riguarda i contratti a termine. La proposta intende eliminare le modifiche legislative degli ultimi anni che hanno reso più semplice per i datori di lavoro ricorrere a questo tipo di contratto, con l’obiettivo di ridurre la precarietà e favorire l’occupazione stabile. Si punta, dunque, a ristabilire vincoli più stretti per la stipula di contratti a tempo determinato.
Il tema della tutela del lavoro non può essere predominante solo l’1 maggio con i cortei, le manifestazioni, le tavole rotonde dei soliti noti. Occorrono fatti concreti ossia leggi, altrimenti il partito dei pagnottisti vincerà sempre negli altri 364 giorni dell’anno.