Questa mattina all’alba è stato notificato dai Carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico) e dagli investigatori dello Spesal, il decreto firmato dal pubblico ministero Francesco Ciardo con il quale il magistrato tarantino ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso dell’altoforno 1, contestando i reati di omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro e getto pericoloso di cose. Il provvedimento, che al momento non contiene nomi di indagati, nelle prossime ore dovrà essere convalidato dal giudice per le indagini preliminari.
Si tratterebbe di un sequestro probatorio, a seguito dell’incidente di ieri mattina quando si è sviluppato un incendio ad una delle tubiere dell’impianto dalle quali transita aria calda ad elevata temperatura che serve per la combustione del coke (che è fuoriuscito in grande quantità) e quindi l’innesco del processo produttivo della ghisa. Che ha causato prima la fuoriuscita di gas coke e in un secondo momento, anche se sono ancora in corso accertamenti in tal senso, coke incandescente misto a fusi dopo.
La struttura legale di Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria è già al lavoro per presentare le proprie memorie alla Procura: la posizione dell’azienda terrà ad evidenziare che non ci sono stati feriti tra i lavoratori e che l’incidente è stato gestito dalle squadre e dai mezzi dei Vigili del Fuoco dello stabilimento, nonché dal personale di fabbrica senza difficoltà. Certo, più complicato sarà spiegare il perché di tale incendio pur essendo previsto come uno degli eventi che possono accadere in un impianto come l’altoforno, viste le specifiche pratiche operative previste.
L’altoforno 1 era tornato in marcia a metà ottobre dopo oltre un anno di inattività (agosto 2023) ed era prevista una prossima fermata a breve per interventi strutturali di una certa importanza, a partire dal rifacimento del crogiolo che comporta una fermata dell’impianto di diversi mesi ed una spesa di oltre 100 milioni di euro. Parliamo di un impianto giudicato oramai a fine vita, basti pensare che la costruzione dello stesso e del materiale refrattario interno risale al 2001 (utilizzato per rivestire le pareti dell’altoforno che serve a fornire all’impianto l’isolamento termico, protezione contro metallo fuso e scorie e resistenza all’usura meccanica e chimica) con la messa in marcia nel 2002. Lo stesso impianto poi è stato fermo un paio di anni per interventi di revamping previsti dall’Autorizzazione Integrata Ambientale nel 2015.
Questo significa che l’incidente di ieri poteva causare danni a cose e persone ben maggiori. E che lo Stato e il futuro acquirente dovranno inevitabilmente mettere a punto un piano di manutenzioni massiccio per evitare che incidenti del genere si ripetano a stretto giro (anche l’altoforno 2 è in una situazione complessa, è ancora fermo mentre ne era stata annunciata la ripartenza per marzo-aprile).
Bisognerà adesso capire come si risolverà ed evolverà questa nuova vicenda (visto che il siderurgico è nuovamente in marcia con un solo altoforno, il 4), nel mentre è in corso la trattativa per la vendite degli asset industriali del gruppo alla società azera Baku Steel, oltre al procedimento di riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale che entro giugno dovrebbe vedere il decreto definitivo del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Attualmente il procedimento è confluito in Conferenza dei Servizi dopo la conclusione dei lavori del Gruppo Istruttore della commissione AIA-IPPC, che ha rilasciato il proprio parere prevedendo 476 prescrizioni, anche sulla base del parere positivo (con prescrizioni) rilasciato dall’Istituto Superiore di Sanità.
Tornando alla procedura di vendita, è bene ricordarlo, su tutta l’area a caldo del siderurgico tarantino è ancora sotto sequestro giudiziario con facoltà d’uso, rinnovato dal gip di Potenza a valle del trasferimento del processo “Ambiente Svenduto”, relativo al reato di disastro ambientale contestato alla vecchia gestione Riva, dalla Corte d’Assise d’Appello di Taranto a quella di Potenza per una questione di incompatibilità relativamente ad alcuni ex magistrati onorari di Taranto che all’epoca dei fatti oggetto del processo – nel frattempo ripreso a Potenza – erano in attività e che poi si sono costituiti come parti lese.
Non va però allo stesso tempo dimenticato che nell’agosto del 2023, il governo Meloni ha approvato un decreto che consente la vendita di impianti industriali sotto sequestro o confiscato all’atto dell’acquisto. In particolare il decreto prevede che il sequestro preventivo non impedisce il trasferimento dei beni in sequestro, se l’amministrazione straordinaria è intervenuta dopo il verificarsi dei reati che hanno dato luogo all’applicazione del provvedimento di sequestro, se dopo il sequestro sia stata autorizzata la prosecuzione dell’attività (lettera b); se sono in corso di attuazione prescrizioni impartite dalle competenti autorità dirette a tutelare i beni giuridici protetti dalle norme incriminatrici oggetto del giudizio penale; se il soggetto cui i beni vengono trasferiti non risulti riconducibile, direttamente o indirettamente, al soggetto che ha commesso i reati o gli illeciti amministrativi da cui è originato il sequestro e infine, con il il corrispettivo della cessione è depositato dagli organi dell’amministrazione straordinaria presso la Cassa delle ammende, con divieto di utilizzo per finalità diverse dall’acquisto di titoli di Stato, fino alla conclusione del procedimento penale, salvo il caso in cui il sequestro sia revocato. Dal momento del deposito del corrispettivo presso la Cassa delle ammende, gli effetti del sequestro sui beni cessano definitivamente.
Il tutto in attesa che il prossimo 22 maggio presso il tribunale di Milano si svolga l’udienza relativa all’azione inibitoria contro l’ex Ilva presentata da dieci aderenti all’associazione Genitori tarantini e un bambino di 11 anni affetto da una rara mutazione genetica. I ricorrenti hanno chiesto, tra le altre cose, la “cessazione delle attività dell’area a caldo” dell’acciaieria. La motivazione, secondo quanto riferito dai portavoce dell’associazione, “richiama l’utilità di acquisire la nuova Aia e la documentazione a essa allegata”.
Il procedimento era ripreso dopo che la Corte di giustizia europea, esprimendosi sui quesiti sollevati dal Tribunale di Milano, il 25 giugno dello scorso anno aveva stabilito che in presenza di “pericoli gravi per l’ambiente e la salute umana” l’attività dell’ex Ilva “deve essere sospesa”. Il presidente della sezione specializzata in materia di imprese del Tribunale di Milano, Angelo Mambriani, sempre oggi ha dichiarato l’improcedibilità della class action risarcitoria, che era stata presentata da 136 cittadini, compresi i promotori dell’azione inibitoria.
Ancora una volta, quindi, la vertenza dell’ex Ilva ritorna sotto i riflettori in tutta la sua drammatica complessità.